mercoledì, Ottobre 27

La Sinistra in Messico verso la rifondazione

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“Democrazia subito, Patria per tutti” è lo slogan che da almeno cinque anni non scandisce più l’identità del Partido de la Revolución Democrática (PRD). La parola d’ordine che nel 1989 ha portato alla fondazione ufficiale di quel partito, si è opacizzata nelle costanti lotte intestine promosse dalle correnti che sono andate formandosi dalla fine degli anni Ottanta al 2014. Sono stati 25 anni in cui il PRD è passato da partito dell’opposizione a partito di governo in quattro Stati della Repubblica messicana e nel Distrito Federal, oltre ad aver conquistato 306 municipalità; con notevoli percentuali di voto nelle elezioni presidenziali del 2000, del 2006 e del 2012.

«Non è più il PRD che abbiamo fondato» dice Porfirio Muñoz Ledo y Lazo de la Vega, uno dei politici che hanno contribuito a sviluppare questa idea di partito di Sinistra, 15 anni dopo aver abbandonato le file del PRD. Militante per 10 anni, Muñoz Ledo ha rinunciato al Sole Azteca (nome con cui è conosciuto il PRD) nel 1999. L’abbandono del promotore della riforma dello Stato messicano, nonché ex presidente nazionale del PRD, è stato il primo avvenimento ad appannare l’evoluzione del partito di Sinistra.

Dopo 13 anni è avvenuto un altro distacco importante dalle file del PRD, questa volta di un leader morale e, fino ad allora, il migliore candidato alle elezioni. Era il mese di settembre del 2012 quando Andrés Manuel López Obrador nel Zócalo (la piazza principale della capitale), all’esterno del Palacio Nacional, annunciava la sua uscita dal partito, per fondare il proprio organo politico. Così è nato il Movimiento Regeneración Nacional (Morena), da cui López Obrador ha ammonito sulla necessità di smarcarsi dal “regime”. «Dedicherò tutta la mia vita e la mia immaginazione a trasformare il Messico», ha dichiarato “AMLO” (come viene soprannominato López Obrador) dopo essersi lasciato 23 anni di militanza nel PRD alle spalle.

Restava, con un posto di tutto rilievo, Cuauhtémoc Cárdenas, tre volte candidato alle elezioni presidenziali, l’ultimo baluardo della lotta contro il “neoliberismo messicano” che ha aiutato il PRD a nascere negli anni ottanta. La stessa persona che ha ingiunto al Partido Revolucionario Institucional (PRI) di rispettare i principi della Rivoluzione messicana, difensore dell’industria petrolifera nazionale… figlio del generale Lázaro Cárdenas del Río, ex presidente degli Stati uniti Messicani (1934-1940). Ebbene, anche Cuauhtémoc Cárdenas, il primo capo del governo del Distrito Federal raggiunto dal PRD, si è lasciato alle spalle 25 anni di militanza e ha annunciato la sua uscita lo scorso 25 novembre.

«Di fronte alla scelta di correre il pericolo di condividere responsabilità di decisioni prese per miopia, opportunismo o autocompiacimento, in cui non sia stata presa in considerazione l’autocritica, ho preferito rischiare di ricevere critiche, giustificate o no secondo i punti di vista, e scegliere di agire in base ai principi che ho sempre sostenuto e che mi hanno guidato nel mio agire pubblico e privato (sic)»; con queste parole ha annunciato la propria rinuncia.

Dopo due decenni e mezzo dalla fondazione, non ci sono più Cárdenas, López Obrador, Porfirio Muñoz Ledo, Heberto Castillo Martínez (1928-1997), Gilberto Rincón Gallardo (1939-2008). Sono politici che si erano ribellati all’autoritarismo del regime del PRI, che negli anni Ottanta avevano messo in discussione le imposizioni del governo, la produzione di una povertà estrema e una mancanza di opportunità.

«Abbiamo sempre profonde differenze nelle nostre visioni su come affrontare i problemi interni del partito, soprattutto sulle misure che vanno adottate per recuperare la credibilità dell’organizzazione e in particolare dei suoi dirigenti di fronte all’opinione pubblica, indispensabili per ottenere il suo riposizionamento come una reale opzione politica con carattere e portata nazionali, ossia nell’unico modo in cui può essere utile al Paese», così esprime Cuauhtémoc Cárdenas la propria posizione di fronte alla direzione nazionale attualmente guidata da Carlos Navarrete Ruiz, dopo meno di tre mesi dall’abbandono del Comitato Esecutivo Nazionale del PRD.

 

GUERRERO, IL GOVERNO SCOMODO

Benché il PRD abbia già dovuto affrontare un’altra crisi di immagine pubblica, in occasione dello scandalo per corruzione nel 2004 a carico di uno dei propri militanti nel Distrito Federal, René Bejarano Martínez, videoregistrato mentre riceveva una bustarella da un imprenditore argentino per finanziare una campagna, è nel 2014 in seguito alla scomparsa di 43 studenti nella città di Guerrero che il partito viene esposto a un giudizio pubblico dai suoi stessi militanti e candidati.

José Luis Abarca Velázquez è attualmente sotto inchiesta, agli arresti in un Centro di Reinserimento Sociale di massima sicurezza, quale autore intellettuale della sparizione degli studenti della scuola Normale di Ayotzinapa, oltre che per presunti legami con la delinquenza organizzata legata al narcotraffico. Abarca era stato introdotto nelle file del PRD nel 2012, spinto da una corrente del partito, per il fatto che era un “imprenditore senza nessuna esperienza politica” con un profilo di semplice cittadino.

Nel 2013, tuttavia, il “nuovo sindaco del PRD” era sospettato di aver assassinato un rivale politico a Iguala e nel settembre 2014 chiedeva la sospensione dalla carica per “consentire l’istruttoria” sul caso Ayotzinapa. In seguito ci sono stati la sua fuga e l’arresto, che hanno messo in luce la verità su un illustre imprenditore la cui fortuna ha un’origine misteriosa. Un accaparratore di proprietà in almeno tre Stati della Repubblica e venditore d’oro a Iguala.

La direzione nazionale del PRD ha dovuto evitare le condanne all’interno e all’esterno del partito. «Si tratta di un altro caso, un modello di comportamento in cui molto spesso è stato più importante il denaro del candidato che i suoi meriti. Ed è da questo canale che possono infiltrarsi elementi della criminalità», afferma l’ex PRD Porfirio Muñoz Ledo.

Il cosiddetto Caso Iguala che ha fatto nascere il movimento “Todos Somos Ayotzinapa” Siamo tutti Ayotzinapa), costituisce per il PRD la più grossa sfida tra le sue “crisi”, a pochi mesi dalle elezioni intermedie del 2015 quando saranno eletti 500 deputati e 9 governatori. Se Guerrero era il territorio emblematico del PRD (così come lo è Michoacán), per illustrare la storie delle sue vittorie elettorali, dal 2010 le statistiche hanno registrato un’incertezza nell’intenzione di voto che ha annullato la sua posizione di netta superiorità.

Acapulco, per esempio, è per il terzo anno consecutivo la città più violenta del Messico con 112 omicidi per 100 mila abitanti. Perciò gli ultimi due governi federali, quello di Felipe Calderón Hinojosa e quello di  Enrique Peña Nieto, hanno utilizzato tale realtà come un laboratorio della lotta al crimine con programmi come “Guerrero sicura”, che hanno condotto l’Esercito, la Marina Armata e la Polizia Federale a pattugliare le strade della regione, la terza più povera del Messico.

Anche se tale strategia non ha avuto alcun effetto nel ridurre i delitti, l’incursione del Governo Federale contro l’insicurezza, ha messo in dubbio la capacità del PRD di governare questi territori. Un episodio simile a quello vissuto a Michoacán, un’altra roccaforte elettorale del PRD, governata dal 2002 al 2012 da militanti di rilievo, come Lázaro Cárdenas Batel (figlio di Cuauhtémoc Cárdenas) e Leonel Godoy Rangel, un altro dei fondatori. In tal modo, la gloria dello storico trionfo elettorale del PRD nel 2005, con un altro imprenditore “apartitico” a Guerrero, Zeferino Torreblanca Galindo, ha visto la propria antitesi con Ángel Aguirre Rivero nove anni dopo.

Questo politico, anche lui ex militante del PRI, ha abbandonato il governo statale nell’ottobre 2014 con una autorizzazione del Parlamento, di fronte alle proteste di migliori condizioni sociali nel territorio. A tutt’oggi si mantiene sotto riserbo e non è ancora stata dichiarata pubblicamente la continuità come militante del PRD; sebbene sia giunto in questo partito solo nel 2011, come un’altra scheggia del PRI rifugiata nel PRD, senza un’ideologia di Sinistra dimostrata.

 

SINISTRA: LA LOTTA ORIGINARIA

I documenti interni del PRD definiscono l’origine del partito «nella ricerca dell’uguaglianza o dell’equità in tutti gli ambiti della vita sociale umana. Sia nelle opportunità economiche, sia in quelle sociali, politiche, educative ed etniche delle persone e dei gruppi umani. Ma anche la libertà di decidere rispetto a qualsiasi modalità di pensiero. Soprattutto nell’avere la sensibilità di comprendere e lottare per i gruppi sociali che hanno meno risorse per svilupparsi e vivere in libertà».

L’ideologia, si aggiunge, è focalizzata sulla difesa dei diritti delle persone e della sovranità nazionale. Con tali premesse, Cuauhtémoc Cárdenas propone: che ci siano misure in grado di consentire effettivamente al partito in sé, come collettivo e all’insieme dei suoi dirigenti, di recuperare la sua credibilità di fronte all’opinione pubblica. Nel momento del commiato, si è detto preoccupato per le assenze del PRD in quanto istituzione nelle battaglie che si stanno combattendo in vari punti del Paese e per le alleanze che si stanno progettando per il 2015 tra il PRD e la Destra, con il Partido Acción Nacional.

L’uscita di Cuauhtémoc Cárdenas è stata deplorata in vari comitati statali del PRD, mediante dichiarazioni pubbliche. La posizione ufficiale è quella di rammarico, ma anche di rifiuto circa l’idea di una possibile fuga di militanti. In realtà, il 27 novembre, 3 mila militanti del PRD di Hidalgo hanno annunciato che lasciano il partito tramite la Federación Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos, alla quale appartengono. I militanti di questo Stato al centro della Repubblica messicana, hanno giustificato la loro rinuncia, considerando il PRD corresponsabile della sparizione degli studenti di Ayotzinapa.

Così il PRD si prepara, sotto la direzione di Carlos Navarrete e di un nuovo consiglio politico, ad affrontare il processo delle elezioni federali 2014-2015; ma sarà solo nelle elezioni presidenziali del 2018 che dovrà superare se stesso. La sfida in cifre, secondo l’Instituto Nacional Electoral (INE), dipende dalle statistiche delle votazioni in Messico: il candidato presidenziale del PRD nel 2012, Andrés Manuel López Obrador, ha ottenuto 15.896.999 voti, ossia il 31,59 per cento, rispetto al 38,21 per cento raggiunto dall’attuale presidente Enrique Peña Nieto, equivalente a 19.226.784 voti.

Nonostante il fatto che la Sinistra messicana abbia dubbi sulla direzione che deve prendere il partito in cui maggiormente si riconosce, indeciso se continuare nello stesso modo o rifondarsi, il leader nazionale del partito del Sole Azteca, Carlos Navarrete dichiara: «Il PRD non è certo finito e neppure ha perso il proprio slancio».

 

Traduzione di Marco Barberi

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