domenica, Settembre 26

La sinistra delle emozioni ruggisce. E perde Da quella parte c'è bisogno di donne e di uomini maturi

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Tutto comincia con un volantino. Era il 4 febbraio di quest’anno. Mi trovo con mia moglie in Corso Garibaldi, a Milano. Una ragazza ci allunga un volantino di Pierfrancesco Majorino. Fatti gli auguri al suo candidato, le comunico che non potrò votare alle primarie, abitando fuori città. Prima di salutarla le chiedo se nel caso della probabile vittoria di Giuseppe Sala, lei voterà per il vincitore. La risposta è un no rabbioso. Mi trovo davanti un muro, un’irragionevolezza distruttiva, adolescenziale, che conosco bene, fatta di personalismi e radicalità a senso unico.

«Il vero coraggio, il presupposto della normalità» -scrivo da qualche parte- «è la capacità di tollerare l’insuccesso e ricominciare». Aggiungo che un altro, fondamentale, criterio per misurare il livello di normalità è nella capacità di anteporre il sentimento sociale alla personale volontà di potenza. In certi casi occorre di salvare il salvabile nell’interesse della collettività.

A quella ragazzina avevo vanamente ricordato che nel caso Sala avesse vinto le primarie, ci sarebbe stato da scegliere tra lui e un candidato di destra. Ma non c’è stato verso. Un piccolo spaccato sociologico che spiega non solo la situazione milanese, ma anche quella nazionale, pervasa di risentimenti di cui non si vede la fine. Da una parte Matteo Renzi e i suoi fedelissimi, che mostrano un dilettantismo spaventoso nei rapporti umani, di cui si nutre qualunque attività, compresa quella politica. Dall’altra una minoranza interna depressa, come un primogenito spodestato da un fratellino appena nato. Il festival dell’irresponsabilità.

Ciascuno si muove in maniera emotiva, sia tra gli affiliati di Matteo Renzi, sia tra i suoi avversari, e il quadro diventa ogni giorno più violento. Mancano gli uomini maturi, da una parte e dall’altra, tutti risucchiati in un gioco di dispetti che sprofonda il centrosinistra a livelli mai visti.

Il parterre dei candidati alle primarie di Roma e di Napoli, e in parte anche a Milano, era veramente imbarazzante, figlio di una distruzione sistematica dell’idea stessa di politica. Il tentativo di ritorno di Antonio Bassolino, ad esempio, è un caso interpretabile solo con i singolari criteri della meccanica quantistica. Lo stesso vale per la persistenza di Massimo D’Alema e per i personaggi che attorniano Matteo Renzi, così acritici verso il capo da fare apparire il Sandro Bondi dei tempi migliori un temerario dissidente.

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