sabato, Aprile 17

La Sindone e gli usi funerari giudaici

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La Sindone di Torino è un reperto certamente unico: poiché in generale, comprensibilmente, si tende a focalizzare l’attenzione soprattutto sull’immagine che vi è impressa, cercheremo qui di rendere conto di un aspetto meno noto, quello delle caratteristiche intrinseche del Telo in relazione agli usi funerari giudaici.

La Sindone è un lenzuolo funebre molto antico che misura 4,41 x 1,13 metri, ricavato da un rotolo di lino piuttosto pregiato (in origine bianco e ingiallitosi col tempo) del tutto compatibile con una sindone funeraria tradizionale ebraica. Quanto alle sue notevoli dimensioni, esse non devono stupire: sono, infatti, noti esemplari di tessuti di lino anche più ampi, come certi lenzuoli conservati presso il Museo Egizio di Torino (4 x 4 metri e 1,58 x 5,20), oppure, per restare nell’ambito dei corredi funebri, la sindone della cosiddetta Grotta del Guerriero, vicino a Gerico, che risale al IV millennio a.C. e misura 7 x 2 metri.

Secondo la tradizione ebraica, il defunto doveva essere avvolto in una sindone (‘takrik’ o ‘takrikim’) generalmente fatta di lino bianco: nei decenni successivi alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.) questo tipo di semplice sindone di lino diventò quella tipica, seguendo l’esempio di ‘rabban’ Gamaliel II, che chiese di essere sepolto in quel modo per richiamare alla moderazione, contro la tendenza al lusso eccessivo.

Al di là dei difficili confronti con i pochissimi tessuti rinvenuti nei siti archeologici israeliani (non di rado usati in modo pretestuoso: quando il campione è numericamente poco significativo, i casi isolati non possono essere assunti come norma), il lino della Sindone è interessante per due ragioni principali: la totale assenza di fibre di lana e il considerevole valore del telo, che presenta una trama assai ricercata (a spina di pesce), ottenuta con un filato caratterizzato da torcitura a Z‘   –probabilmente d’importazione, poiché molto meno comune in Palestina rispetto a quello con torcitura a S. A questo proposito, se il lino di cui è fatta la Sindone è pregiato, va comunque ricordato che la tradizione ebraica ha sempre conosciuto tessuti anche più preziosi e costosi, come certi paramenti sacerdotali descritti nel Libro dell’Esodo (tessuti con un filato chiamato shesh che è a 6 capi ritorti, mentre il lino della Sindone è a un capo solo): è peraltro noto che molti tessuti di valore venivano prodotti in ambiente giudaico ma utilizzando filati di lino molto pregiato d’importazione (‘pelusin’ e ‘hinduyin’).

L’assenza di fibre di lana può essere considerata una prova decisiva della produzione giudaica della Sindone di Torino, perché dimostra che il telo uscì da un telaio soggetto alle leggi di purità ebraica, cioè un telaio dedicato alla tessitura del solo lino. Secondo il libro del Deuteronomio (Dt 22:11), infatti, è proibito indossare abiti contenenti lino e lana (tale commistione è detta ‘sha’anetz’): una preoccupazione esclusivamente ebraica ed estranea ad ogni altra cultura.
Una simile purità rituale, di per sé, non è strettamente necessaria per una sindone funeraria, poiché la legge vale per i vivi e non per i morti: le sindoni funerarie potevano essere ritualmente pure o no, a discrezione di chi le preparava. Una sindone in cui è osservata la purità rituale, evidentemente, è segno del desiderio di tributare al defunto un onore particolare.

Il posizionamento del cadavere nella sindone funeraria va, poi, inquadrato nelle complesse operazioni rituali funebri: prima di tutto, la famiglia del defunto doveva occuparsi di funerale e sepoltura lo stesso giorno del decesso, prima del tramonto  –non è mai lecito che un corpo trascorra una notte insepolto.
La preparazione del corpo era generalmente un compito femminile: la prima cosa da fare era chiudere gli occhi del defunto e la mascella   -nel caso dell’Uomo della Sindone probabilmente ciò non fu necessario, poiché il rigor mortis aveva fissato il capo in posizione fortemente reclinata sul petto-; il corpo doveva essere lavato con acqua, a meno che il defunto non fosse morto di morte violenta, nel qual caso il sangue non andava assolutamente rimosso  -proprio come nel caso dell’Uomo della Sindone; il corpo veniva poi comunque unto con olii e profumi  -si noti che sulla Sindone sono state rilevate tracce di mirra e aloe; capelli e unghie venivano regolati. Infine, il corpo veniva avvolto in una sindone funeraria, che rimaneva morbida intorno al cadavere e di norma non vi era assicurata in alcun modo: cuciture e nodi non erano ammessi, proprio per rimandare simbolicamente alla caducità. Talora si accendevano candele dietro il capo o ai piedi del defunto e spesso si cospargevano la sindone e il catafalco di spezie che potevano essere bruciate durante la processione verso il luogo della sepoltura o invece lasciate nella tomba.

Le antiche tombe ebraiche erano ambienti piuttosto ampi, scavati nella roccia, tipicamente costituiti da più vani nei quali si deponevano di volta in volta i defunti di una famiglia: al centro si trovava una pietra ove avveniva la preparazione del cadavere, che veniva poi posto nei loculi ricavati nelle pareti; all’esterno, la tomba era chiusa da un grosso masso che veniva fatto rotolare davanti all’entrata.
Il terzo giorno dopo la morte, i parenti dovevano tornare alla tomba per controllare il cadavere, sia per evitare il rischio della morte apparente che, se necessario, per completare le operazioni di sepoltura.
Infine, dopo un anno, le ossa venivano trasferite in ossari da collocarsi in piccole nicchie, sempre nella stessa tomba. Nel caso dei meno abbienti, la tomba aveva una struttura a pozzo e i cadaveri vi venivano calati dall’alto da un’imboccatura chiudibile con una lastra di pietra a terra.

Abbiamo detto che l’Uomo della Sindone non fu lavato prima della sepoltura: la Sindone, infatti, mostra tracce abbondanti di materiale biologico, soprattutto sangue. Si tratta quindi di un chiaro esempio di quell’eccezione alla regola generale del lavaggio del cadavere che vale per le vittime di morte violenta: gli anatomopatologi hanno stabilito che l’Uomo della Sindone, prima di morire, fu percosso e selvaggiamente flagellato, gli fu posto sul capo un casco di spine, trasportò sulle spalle il ‘patibulum’ (il palo trasversale della croce romana), probabilmente cadde più volte a terra e fu ucciso mediante crocifissione; infine, il costato destro fu perforato solo dopo la morte.

La tradizione stabilisce che il sangue versato in occasione di una morte violenta (avvenuta a seguito di torture come nel caso dell’Uomo della Sindone, ma anche di incidenti etc.) deve essere conservato e sepolto con il corpo; anche oggi, eventuali vestiti intrisi di sangue vengono lasciati sul corpo, sotto la sindone funeraria, ed eventuale sangue caduto a terra viene raccolto e sepolto insieme al corpo.

Possiamo dunque dire che la Sindone di Torino è compatibile con gli usi funerari ebraici: ma poiché essa è tradizionalmente considerata quella che avvolse Cristo nel sepolcro, è opportuno fare qualche riferimento a quanto narrato nei Vangeli.

Innanzitutto, nei Vangeli i teli funerari di Gesù sono descritti mediante due diverse parole greche: ‘sindòn‘ nei Sinottici (Mt 26:59, Mc 15:46 e Lc 23:53) e ‘othònia‘ in Giovanni (Gv 19:40). Non è il caso di addentrarsi nelle infinite disquisizioni tecniche su questi due termini: anche perché alcuni degli interrogativi che emergono da queste due parole non avranno mai risposta, semplicemente perché ogni osservazione si basa sul testo greco, che non era la lingua madre di nessuno degli evangelisti. Oltretutto, molti studi sembrano dimostrare che i Vangeli non furono scritti in greco, originariamente, soprattutto il Vangelo di Matteo, bensì in aramaico o in ebraico.
In ogni caso, sia ‘sindòn’ che ‘othònia’ sono termini generici, che possono riferirsi a molte cose diverse e non contengono alcuna indicazione circa il materiale di cui sono fatti.
Quanto a ‘sindòn‘, si tratta di un prestito linguistico dall’ebraicosadin‘, ma questo non significa necessariamente che nell’originale semitico la sindone funeraria di Cristo fosse descritta con quel termine: anzi, un termine generico come ‘sadin’, se usato da solo, per la mentalità giudaica dell’epoca sarebbe stato inaccurato e inadatto e avrebbe avuto bisogno di essere accompagnato da qualche altro termine, di una qualche ulteriore precisazione. Il fatto che, al contrario, in greco compaia il solo termine ‘sindòn’, fa pensare che il termine semitico originale fosse un altro, più specifico, che probabilmente non scopriremo mai e che indicava in modo inequivocabile una sindone funeraria (come ‘takrik’ o un suo equivalente più antico): poiché in greco non esisteva una parola di significato corrispondente, la scelta cadde sul generico ‘sindòn’, un termine adatto a essere compreso anche dai non ebrei, cioè dai lettori ‘gentili’, che lo avrebbero interpretato come i rispettivi, diversi tipi di indumenti funerari  -come per esempio le vesti greco-romane.
Ugualmente generico, ma per alcuni aspetti più interessante, è il giovanneo ‘othònia‘: poiché si tratta di un nome plurale, gli studiosi sono divisi tra chi sostiene che sia semplicemente unplurale enfatico‘, cioè un artificio retorico con la funzione di rafforzare il concetto, e coloro che considerano il pluraleothòniaun modo molto eloquente di descrivere un lungo lenzuolo piegato in due, sotto e sopra il cadavere. Proprio come la Sindone di Torino.

Abbiamo visto che la Sindone di Torino è ritualmente pura: ma anche la definizione di «sindone pura o monda» presente in Matteo (Mt 27:59) è molto probabile che vada intesa proprio nel senso della purità rituale; e non pare casuale che una simile precisazione compaia solo nel Vangelo di Matteo, diretto principalmente al nucleo giudeo-cristiano della Chiesa primitiva.
Le sindoni funerarie potevano essere pure o impure, di per sé, come abbiamo visto: ma per chi poteva permetterselo, una sindone funeraria ritualmente pura andava benissimo, e Giuseppe d’Arimatea, che acquistò personalmente il telo per Gesù (Mc 15:46), era decisamente ricco a sufficienza per farlo.

Ancora sul corredo funebre ebraico, è interessante analizzare brevemente la descrizione della resurrezione di Lazzaro, che secondo l’evangelista Giovanni esce dal sepolcro «i piedi e le mani legati con bende» (Gv 11:44). Quelle bende, di non facile interpretazione per i linguisti, nel testo greco sono dette ‘keriai’.
Non possiamo certo pensare che Lazzaro, ebreo ricco e osservante, fosse stato avvolto in bende, anziché in una sindone: molto più semplice pensare che, sotto la sindone che lo avvolgeva (e che Giovanni non nomina perché nessuno la vide, visto che Lazzaro se ne era liberato all’interno del sepolcro), ci fossero delle bende (‘keriai’, appunto) che erano servite a tenere in posizione gambe e braccia durante il percorso verso la tomba. Corde o strisce di tessuto per aiutare a mantenere gli arti composti vicino al corpo, del resto, erano ammesse: e dovevano essere sepolte insieme al cadavere perché da esso rese impure (per inciso, simili bende per Gesù probabilmente non furono nemmeno necessarie, considerato il rapido e intenso rigor mortis sopravvenuto a seguito della morte traumatica).
L’iconografia cristiana, per ignoranza degli antichi costumi funerari ebraici, fraintese quelle bende e le interpretò come indumento funerario primario: se vi aggiungiamo il comando di Gesù «liberatelo» (che nelle vecchie traduzioni era spesso «scioglietelo» o «slegatelo», in latino «solvite eum»), ecco spiegata la tipica raffigurazione di Lazzaro che esce dal sepolcro avvolto in bende non solo intorno a mani e piedi ma addirittura a tutto il corpo, un’immagine che somiglia più a una improbabile mummia egizia che a un defunto ebreo. D’altra parte, a quell’iconografia potrebbero avere contribuito anche altri elementi: non dimentichiamo che lo stesso Gesù è spesso raffigurato avvolto in bende, un po’ per rimandare simbolicamente ai legacci della morte, spezzati dalla Resurrezione, un po’ per richiamare le fasce in cui era stato avvolto appena nato.

Abbiamo anche visto che sulla Sindone si trovano tracce di aloe e mirra: e secondo il Vangelo di Giovanni, Nicodemo portò alla tomba una grande quantità di una mistura proprio di aloe e mirra (Gv 19:39). Le 100 libbre indicate da Giovanni, cioè oltre 32 chili, possono sembrare davvero molto, ma dobbiamo considerare che parte serviva per l’unzione della pietra dove fu composto il corpo di Gesù, parte per l’unzione di corpo e sindone funeraria, e parte, probabilmente, era destinata a restare nella tomba per purificare l’aria, in giare, vasi, sacchi o altro. Ricordiamo che i congiunti dovevano comunque tornare alla tomba il terzo giorno per verificare il cadavere: le pie donne, le cosiddette mirofore, vi si recarono la domenica mattina, cioè il terzo giorno prescritto dalla legge, per controllare il corpo e completare le operazioni con altri olii e profumi.Ma non fecero nulla, perché trovarono il sepolcro vuoto.

 

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