mercoledì, Luglio 28

La sicurezza dipende anche dall’immigrazione

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Il 2016 si avvia a chiusura. L’Europa lo ha vissuto intensamente su più versanti. Dal 13 novembre 2015, infatti, si è acuita tragicamente la questione della sicurezza interna con i terribili attentati del Bataclan. Questo scenario è stato caratterizzato nel corso del 2016 da una serie di eventi simili: Bruxelles, Nizza, Monaco, solo per citare i principali. Si è ormai capito, tra l’altro, là dove prima si storceva il naso rispetto ad affermazioni simili, quanto il tema della sicurezza internazionale sia drammaticamente legato a quello dell’immigrazione. Lo si è iniziato a dire senza timore di sembrare politicamente scorretti dopo il Bataclan: ad aprire il fuoco sono stati giovani immigrati, nei confronti dei quali si è offerta ospitalità e che poi, proprio in Europa, sono andati incontro ad un processo di radicalizzazione. Quali sono quindi gli assi di problematicità attuali, guardando al rapporto Europa-mondo? Ce ne parla in questa intervista il prof. Marco Lombardi dell’Università Cattolica di Milano: il suo punto di vista è quello di sociologo, esperto di gestione del rischio, con particolare attenzione alla comunicazione, e di fenomeni legati alle politiche di sicurezza e terrorismo.

Un 2016 intenso per l’Europa. Come si può sintetizzare quest’anno? Terrorismo, sicurezza, immigrazione…cominciamo dall’immigrazione, con uno sguardo alla Siria.

L’immigrazione c’è stata, c’è e ci sarà. Non è un fenomeno che si può pensare di fermare. I muri, in sé, non possono fermare ciò, anzi, la pressione migratoria aumenterà. Tutti i dati mostrano che è ripresa la fuga dall’Afghanistan, zona di conflitto dove ciò si era arrestato, stanno aumentando i ritorni dalla zona del Siraq, di quelli che chiamiamo i “foreign fighters”, c’è un’Africa che sta esplodendo perché i trend africani ci dicono che di fronte alla colata a picco delle possibilità di crescita economica dell’Africa – valutata in crescita fino a cinque, sei anni fa – al contrario sta aumentando il trend demografico: l’Africa rappresenterà, nei prossimi trent’anni, una gran parte della popolazione mondiale. Siamo perciò di fronte a un fenomeno che, seriamente, non possiamo pensare di fermare.  I muri possono fermare 100, 500, 1000 persone, ma queste aumenteranno la loro pressione di fronte ai muri. Salvo che dal muro si spari – scelta inverosimile – i muri sono destinati a crollare. Detto questo, il problema fondamentale è da sempre quello della governance della migrazione: va messa in atto a livello europeo ed è collegato al tema della sicurezza europea. Anche su questo, si è detto molto, si parlato per esempio dell’intelligence europea, tema ad essa collegato.

Quali sono le caratteristiche di un rapporto simile?

Si tratta di un tema capzioso, perché di per sé una intelligence europea dipende da un governo europeo, da una politica europea. Di conseguenza, è possibile parlarne laddove esista una unità politica europea, che non c’è. Si è trattato di una merce comunicativa senza valore politico perché manca l’intenzione politica di avere una governance e una visione delle istituzioni europee comune su un territorio che dovremmo imparare a chiamare Europa. Stesso dicasi per la sicurezza: tutti i piani per la sicurezza si stanno, per così dire, impantanando, perché nessuno Stato vuole cedere sovranità da questo punto di vista. La sicurezza europea, in cui rientra anche il tema dell’immigrazione, è quindi lontana dal venire senza questo accordo politico.

Che importanza ha la condivisione di informazioni in questo campo?

L’information sharing vale molto di più a livello informale di quanto possibile a livello formale: le informazioni  tra gli operatori si scambiano, anche in maniera surrettizia, però ciò avviene sulla base di uno scambio – io do una cosa a te, tu ne dai una a me – e non di indirizzo, di condivisione di un’idea di sicurezza comune. Sicuramente, nel 2016 vi è stato un cambiamento: si è cominciato a parlare di immigrazione in termini di minaccia. Fino al 2015, infatti, per buona parte del mondo politico era inaccettabile la connessione tra immigrazione e sicurezza. Finalmente, si è acquisita la consapevolezza che a partire da quel tipo di immigrazione, anche illegali, sono giunte nei nostri paesi persone che hanno compiuto attentati. Questo è stato purtroppo legittimato dall’evidente, però siamo ancora molto distanti da una forma di governo.

L’Europa, da questo punto di vista, non riesce a prendere una posizione forte rispetto ai conflitti in atto. In settimana scorsa, si è avuta la notizia della non partecipazione dell’Europa alla ricostruzione della Siria se Mosca e Damasco non troveranno un dialogo con l’opposizione. Non crede che ciò estrometta l’Europa dai tavoli che contano?

È una posizione in assoluto perdente. Lo è da tutte le prospettive: anzitutto, il Medio Oriente non esiste più per come l’Europa attualmente lo pensa e nel modo in cui lo si è studiato a scuola. Questo è un dato di fatto, se pensiamo che la più rilevante cesura che ha portato allo stabilirsi del Califfato in Medio Oriente è stata la scomparsa del Medio Oriente per come era stato pensato dal futuro delle carte geografiche. Io arrivo a dire: per fortuna che in questo momento c’è ancora Daesh in Medio Oriente, perché in questo momento, se non ci fossero dei comuni nemici, la scompaginatissima coalizione che dice di combatterli, si troverebbe a combatterli al suo interno. Quindi, ancora prima di eliminare Califfato, Daesh, Al Nusra, e altri gruppi di resistenti – che paradossalmente ci consentono di continuare a sentirci uniti, perché si combatte su un territorio – bisogna avere chiara una visione di quello che sarà il futuro Medio Oriente, o Nuovo Oriente. Da questo punto di vista, assentarsi dal tavolo significa rinunciare a ridefinire quella che continuerà ad essere per anni un’area cruciale del globo. Si tratta di una posizione perdente: non so dove l’Europa creda di avere questa forza, è la prima ad essere scompaginata al suo interno, diversificata nelle posizioni dei vari paesi, al traino degli Stati Uniti sbandati in questa posizione, quindi sfilarsi secondo me è perdente. Meglio partecipare e porre le proprie condizioni sul tavolo, ma non credo che l’Europa possa mettere delle pre condizioni: meglio non dire “partecipo se”, ma partecipare e poi le condizioni le metto al tavolo.

 Non sarà terribilmente costoso in termini di prestanza e autorevolezza politica per la già compromessa UE?

L’Ue è più che compromessa, secondo me. Immaginare gli Stati Uniti d’Europa comunque, non conviene a molti altri, per cui ad altri può far comodo che si defili. In una visione globale nuova che si sta costituendo, gli unici che non si aggregano sono gli europei! C’è anche secondo me una visione di comodo da parte degli altri: l’Europa si isoli pure, tanto chi ci rimette è lei.

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