lunedì, Giugno 21

La sicurezza delle coste dalla Siria alla Libia

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Negli ultimi mesi, gli attori partecipanti alla guerra in corso tra sunniti e sciiti, tra terrorismo e governi, e tra numerosissime altre entità politiche locali e potenze mondiali, stanno, con crescente interesse pensando alla ‘sicurezza’ e al possesso delle zone costiere dei teatri di combattimento. La lotta per il controllo dei porti si fa sempre più accanita, non solo tra Suez e Ormuz, ma nell’intero mondo islamico.

I colloqui diplomatici a Ginevra tra gli esponenti di alcune fazioni ribelli siriane e i portavoce delle Nazioni Unite di questi giorni ha messo ancora in primo piano la guerra in Siria. Il portavoce di questo ‘Alto Comitato per il Negoziato’ (Hnc), Salim Muslet ha chiesto la liberazione delle donne e dei bambini prigionieri, la fine degli assedi alle città ribelli e infine la cessazione dei raid aerei governativi e russi.
Anche nei giorni scorsi i colloqui avevano più volte tirato in causa le offensive russe in Siria, la cessazione delle quali sarebbe stata l’unica condizione posta dai ribelli filo-sauditi a Mosca per sedersi al tavolo delle trattative. La Russia, dal canto suo, persegue degli obiettivi specifici in Siria, al fine di garantire all’ormai debolissima struttura militare del regime di Bashar al-Assad la sopravvivenza dai numerosi attacchi delle diverse fazioni ribelli.

Il grande impegno russo in Siria, a partire dal 1° settembre del 2015, è stato volto al controllo della fascia costiera del Paese, costituita da regioni di maggioranza alauita e fedeli al Governo di al-Assad. Di qui i russi hanno collocato due basi navali a Tartus (verso il Libano) e nella città di Gabla, inoltre hanno schierato i loro velivoli in un’area a nord di Latakia, presso la base di Khmeimim, pericolosamente vicina al territorio turco.
Da queste posizioni, la Russia compie raid contro i principali centri dei ribelli, così i territori situati tra le città cardine del potere filo-governativo di Hama e Aleppo, lande in mano ai ribelli filo-sauditi e quelli affiliati all’organizzazione jihadista di Jabhat al-Nusra, vengono martellati con attacchi  aerei e missilistici (questi ultimi lanciati dalla flotta russa del Mar Caspio), così da permettere alle Forze di Assad di riconquistare l’iniziativa delle operazioni offensive.

Incursioni aeree e bombardamenti missilistici russi avvengono anche contro i territori caduti sotto il controllo del pretenzioso Califfato di Daesh (Is), dove le forze aeronavali di Putin stanno infliggendo numerosi danni ai punti sensibili dello Stato Islamico in Siria.

Anche se i Russi stanno intensificando il loro impegno verso l’entroterra siriano, pensando anche di realizzare una nuova base aerea a Qamishli, nel Nord-Est del Paese, nuovamente al confine con la Turchia ed in territorio controllato dalle fazioni curde, la loro attenzione rimane nel possesso di una area di influenza, riguardante tutta la costa.

In un Paese Mediterraneo, infatti, ottenere il controllo di città portuali significa guadagnare la possibilità di non rimanere isolati, ma di poter sempre contare su una grandissima via di comunicazione, costituita dal mare.

Bisogna, inoltre, aggiungere che l’occupazione della costa siriana, in particolare, permette alle forze della Federazione russa di difendere da un lato i territori filo-governativi da un’eventuale intrusione occidentale, dall’altro lato consente al regime di Assad e alle forze sciite alleate uno sbocco sul mare e un controllo del flusso delle numerose risorse commerciali dellamezzaluna sciita’, tra le quali tutte quelle prodotte dai pozzi di gas e petrolio presenti a Sud-Est di Hama.

Nella strategia dei jihadisti, invece, il controllo delle coste da parte delle milizie sunnite di Daesh permetterebbe allo Stato Islamico di controllare e trarre vantaggio sui considerevoli flussi migratori, nonché di servirsi a scopi bellici dei porti e delle navi ivi ormeggiate al fine di effettuare piccole azioni di pirateria. Tra i loro obiettivi dichiarati, costante è il riferimento alla conquista dell’Europa e del mondo occidentale, ma si tratta chiaramente di atteggiamenti propagandistici volti al proselitismo tra gli altri estremisti islamici: ad ora Daesh non dispone dei mezzi, né delle risorse, né di un esercito necessari per condurre una qualsiasi azione militare contro i Paesi europei del Mediterraneo.
Ogni tentativo delle forze jihadiste presenti in Asia di avere uno sbocco sul mare è stato bloccato dalle truppe intervenute nel conflitto (come la Russia in Siria) o da forze locali governative e non (come Hezbollah e forze regolari libanesi in Libano).

Al di là, dunque, delle minacce al lontano Occidente, il profitto economico e il potenziale strategico dei porti rendono le coste vicino-orientali molto appetibili ai miliziani jihadisti, sia in Asia che in Nord Africa.

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