La sfida libica nel diritto internazionale

Quale tipo di intervento secondo Lei dovrebbe essere auspicabile per non violare la sovranità statuale libica ma tentando di preservare anche la sicurezza dei Paesi nel mediterraneo? Insomma, quali sono gli aspetti più problematici in termini di diritto in un intervento in Libia?

E’ ovvio che se vengono compiute delle azioni sul territorio libico, questa sarebbe una violazione dell’articolo 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite, tranne che ci sia un’autorizzazione dal Consiglio di Sicurezza o si versi in una situazione di legittima difesa. Ad esempio, un attacco nei confronti dell’Italia da parte dell’ISIL o di altri gruppi. In questo specifico caso, si potrebbe intervenire allo scopo di respingere l’attacco e di ristabilire l’ordine nel Paese affinché atti simili non si ripetano in futuro. Questa è la situazione in diritto, ovviamente la realtà è più complessa e diversificata, tutti i casi andrebbero rivisti caso per caso in caso all’accadere degli eventi.

Profughi, rifugiati e richiedenti asilo. Facciamo chiarezza e vediamo a cosa hanno davvero diritto coloro che scappano dalla guerra e cosa invece potremmo fare mantenendoci nel rispetto del diritto internazionale umanitario.

Per quanto riguarda l’asilo c’è un obbligo che deriva dall’articolo 10 paragrafo 3 della nostra Costituzione, in virtù del quale colui che soffre per persecuzione nel proprio Paese, può chiedere asilo in territorio altrui. Per quanto riguarda il diritto internazionale c’è un obbligo di non respingimento nei confronti di un Paese dove può essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Diciamo che l’Italia ha fatto di più con queste missioni nel Mar Mediterraneo sotto il profilo evidentemente umanitario, cioè di ricerca e salvataggio di questi soggetti. Questo articolo della nostra Costituzione che abbiamo sopracitato era stato pensato per soluzioni individuali, quasi romantiche. Un individuo che usciva dal proprio Paese perché era perseguitato e voleva ristabilire la situazione democratica nella sua terra natia, oggi sono visioni superate perché si è di fronte ad esodi di massa. Basti pensare che secondo la nostra Costituzione, l’asilo spetterebbe anche a chi – strettamente parlando – non è perseguitato, basti che nel proprio Paese non esistano quelle libertà democratiche uguali a quelle che sono esercitabili in Italia. Quindi diciamo che oggi questo articolo 10 paragrafo 3 va re-interpretato in questo senso e ci troviamo di fronte ad esodi di massa e molte di queste disposizioni oggi sono incardinate nelle direttive e regolamenti comunitari. Per quanto riguarda le operazioni in mare si è detto espressamente e anche per quanto riguarda le direttive comunitarie che c’è questo obbligo di non respingimento degli individui migranti, verso Paesi dove possono essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Bisogna sottolineare come però, che l’esodo motivato da questioni economiche non è qui coperto dalla richiesta di asilo.

La crisi libica rappresenta davvero, come alcuni internazionalisti sostengono, un punto di svolta nella dottrina della responsabilità di proteggere (R2P)?

Si e no. Questa dottrina della responsabilità di proteggere bisogna intendersi cosa significa. Responsabilità di proteggere significa che lo Stato ha l’obbligo di proteggere i propri cittadini, la propria popolazione da trattamenti inumani e degradanti, dal genocidio e così via. La responsabilità di proteggere non implica di per sé il diritto di intervenire in territori altrui, se lo Stato nazionale, lo Stato territoriale non protegge i propri cittadini.. Questa è la mia opinione almeno. In questo senso il vecchio intervento di umanità, cioè si interviene in territorio altrui per salvare i cittadini nello Stato territoriale e dalla persecuzione. Per quanto mi riguarda, questo è possibile solo se c’è un’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.