domenica, Settembre 26

La sfida libica nel diritto internazionale

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Dopo l’intervento in Afghanistan ed Iraq dei primi anni duemila, i docenti di diritto internazionale si sono interrogati più volte su come conciliare la necessità di risposta ad un’attacco terroristico e l’iter burocratico che garantisce legalità all’intervento stesso. La questione è rimasta spinosa per un decennio abbondante e ancora oggi non ha avuto una risposta soddisfacente. Con l’avvento delle primavere arabe in forte mescolanza con la nascita di un’organizzazione terroristica complessa e spietata come il sedicente Stato Islamico (IS, già ISIS), le organizzazioni internazionali e le sue leggi si trovano a dover fare i conti con un nuovo dibattito.

Dibattito, quello della legittimità di un’intervento militare, che tocca temi fondamentali quali la sovranità nazionale e la difesa dello Stato e che oggi si propone di stringente attualità in vista dell’eventuale missione internazionale in Libia, sulla sua legittimità giuridica gli esperti si stanno interrogando. Per iniziare a fare luce su questa accesa questione di diritto internazionale, chiediamo chiarimenti al Professor Natalino Ronzitti, docente emerito di Diritto Internazionale all’Università LUISS di Roma.

 

Professore, ci può fare una analisi della situazione attuale in Libia per quanto attiene la legittimità del Governo in carica e su quali sarebbero le basi legali per il Governo unità nazionale sul quale il Parlamento libico dovrà esprimersi?

Le basi legali del Governo di Unità Nazionale sono dettate dalla partecipazione alla mediazione delle Nazioni Unite che, attraverso dialoghi serrati, ha trovato l’accordo tra le parti per formare una realtà concreta. Questo Governo, però, deve ancora avere la fiducia di due Parlamenti, rispettivamente quello di Tobruk e quello di Tripoli. Tutti i riflettori sono puntati sul governo di Tobruk, perché, allo stato attuale, è l’unico legittimato dalla comunità internazionale, senza il suo benestare le funzione del Governo Nazionale sono limitate. Quello su cui dobbiamo soffermarci è il concetto di effettività del Governo, come la chiamiamo noi internazionalisti. L’effettività è una grossa incognita in Libia non si ha un’idea precisa di dove il Governo avrà sede fisicamente, le ipotesi sono due: a Tripoli oppure in Tunisia. L’ultima ipotesi si renderebbe necessaria considerato che il Paese non è pienamente pacificato e rimarrebbero grossi problemi di sicurezza per il personale nazionale libico e per quello internazionale che guida la coalizione. Per riassumere, il Governo di unità nazionale è sostenuto dalle Nazioni Unite e dal ruolo guida di alcuni Paesi tra cui spicca l’Italia, tuttavia nelle prossime settimane si dovrà valutare se il lavoro di questo organo politico potrà davvero esprimersi al meglio nelle sue funzioni. Il primo banco di prova sarà quello di pacificare le tribù e ridurre gli scontri armati facendo convergere gli sforzi comuni nella lotta contro le bandiere nere.

Nell’ipotesi che questo Governo di unità nazionale non ottenga il via libera dal Parlamento o comunque non riesca ad essere operativo, in termini di diritto internazionale la situazione come si porrebbe?

In pratica la Libia, in caso di fallimento dei negoziati, diventerebbe uno Stato Fallito. In questa realtà si scontrano tribù che tentano di guadagnare il potere sulle altre senza averne i mezzi materiali e i gruppi armati si scontrano per avere il controllo sull’uno o l’altro traffico. Per il momento la Comunità Internazionale riconosce il Governo di Tobruk, ma l’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza parla chiaro e stabilisce che l’unico vero interlocutore è il Governo di unità nazionale che dovrebbe funzionare e porre fine a questo stato di caos.

I Paesi dell’UE violerebbero il diritto internazionale se intervenissero unilateralmente in Libia nonostante i gravi e numerosi pericoli per la sicurezza nazionale?

Per il momento non si può fare altro che pensare a voce alta, parlare di certezze è dura. Ponendo il caso che ci sia un attacco armato nei confronti di uno dei Paesi membri dell’Unione Europea, anche se viene da un gruppo che non può definirsi un Governo, uno Stato, come l’ISIL, allora in questo caso ovviamente lo Stato attaccato può intervenire. Gli altri Paesi potrebbero invocare la legittima difesa. Sempre pensando a voce alta, uno potrebbe ad esempio affermare che questa ISIL che si è insediata in una parte della Libia, è in fondo una costola di quello che si è insediata in Siria e in Iraq. Alcuni governi occidentali vedendo quanto accaduto in questi due Paesi, si sentono minacciati ed invocano l’intervento per tutela e legittima difesa collettiva. Diciamo che, sempre per ipotesi, l’intervento militare in Libia sarebbe un un prolungamento di quello che si è sviluppato per la Siria e in Iraq. La Russia merita un capitolo assestante perché il Cremlino ha il consenso di Assad, la richiesta di leader politico regolarmente al potere che legittima un suo alleato ad intervenire in suo aiuto nelle zone controllate dall’ISIL. L’altra possibilità è che ci sia un intervento autorizzato dalle Nazioni Unite. Bisogna, però, chiarire alcuni aspetti. Per alcuni colleghi, l’intervento umanitario per porre fine alla strage di civili e alla guerriglia, può essere effettuato senza il consenso del Consiglio di Sicurezza. La mia posizione è ‘no!’. In questo caso ci vuole un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Quindi un’intervento unilaterale, qualora avesse l’autorizzazione dal Consiglio di Sicurezza, è ammissibile altrimenti no. L’unica giustificazione sarebbe l’intervento per legittima difesa che non necessita dell’intervento di nessuno.

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