domenica, Aprile 18

La sfida di Tamara Elena B.B., la donna che per prima scoprì il seno - Capitolo 9

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Elena e Gabriele avevano continuato a guardarsi da lontano, come due animali orgogliosi e pericolosi che si attraggono e si temono. Si rispettano. La storia mai consumata, e forse per questo sempre viva, andò avanti così per quasi un decennio senza che si rivedessero, mentre all’orizzonte della fama generale, e della vita di D’Annunzio, si andava delineando un’altra temibile femmina. Tamara Gurwik-Gó, divenuta Lempicka per il matrimonio con l’avvocato Tadeusz Lempicki, al cui cognome aveva aggiunto un nobiliare ‘De’. Tamara De Lempicka, quindi, bionda pittrice polacca furoreggiante nei Salotti parigini, e della altre capitali europee. Nel millenovecentoventicinque aveva allestito una disastrosa personale nella Galleria d’Arte del Conte Castelbarco, che l’aveva presentata al Vate, poeta guerriero ormai in declino che tutti chiamavano ‘Comandante’, con sua somma consequenziale libidine, tanto più accesa quanto più la possibilità di esplicare la libidine di vera gloria veniva meno. Già ben in là con gli anni, basso, calvo praticamente dalla nascita ed ora pure cieco da un occhio dopo il famigerato ‘Volo dell’Angelo’, aveva tuttavia il fascino della fama. Del genio. Della ricchezza che spandeva a piene mani, donando generosamente quello che aveva e quello che non aveva. “Io ho quel che ho donato”. (E anche a caval donatore non si guarda in bocca, visto che era pure privo di molti denti, i restanti in buona parte marci). Abituato comunque sin da giovane a far strage di donne, anche ora riceveva e possedeva, e quando non poteva avere ‘badesse al passo’ si accontentava di serve di lago adeguatamente retribuite per partecipare alle sue ‘cene eleganti’.

Tamara (“T’amara”, come l’aveva ribattezzata l’Immaginifico, che l’aveva pure gratificata dell’appellativo di “Gran Pezzo d’Immaginifica”, solo formalmente speculare al suo) era già stata ospite al Vittoriale, lei stessa avendo chiesto di essere ricevuta. Dopo la prima, rapida, volta se ne era disinteressata, poi era venuta senza concedere nulla (quasi) ed andata senza restituire i gioielli che Gabriele le aveva prestato. Ora, però, non si sa bene come e perché, si era nuovamente riaccesa per l’Italia e l’Europa la fiammella della diceria sulla relazione tra il Poeta e la Contessa Bardotti Bugli. Divenuta rapidissimamente incendio. Così il fatto che Elena fosse la nuova amata, musa e compagna dell’eremita lacustre, e benché la realtà fosse tutt’altra, aveva rianimato in Tamara l’interesse per il Poeta, nonostante l’ultima volta lo avesse trattato più che rudemente e ne avesse poi dette su di lui di cotte e di crude. Ché nulla spinge una donna verso un uomo quanto la presenza ed il prevalere delle altre, che rende desiderabili anche prede sino ad allora neglette, nulla stuzzica la competitività di una donna quanto una rivale, anche quando oggetto del desiderio sia un boccone precedentemente sputato con disgusto.

La bella artista, bellissima nella trasfigurazione emozionale, aveva sin lì concesso al padrone di casa giusto qualche carezza e strusciamento. (Elena, a Fiume, neanche quello). E l’aveva lasciato profondamente scosso ed umiliato, tanto più che svolgimento dei fatti e giudizi assai pesanti su di lui, e sulle sue condizioni fisiche, li andava ancora ripetendo nei Salotti di mezza Europa. E, soprattutto, in quelli della capitale francese, a lui tanto cari. Ma ora l’orgogliosa amazzone, venuta a conoscenza della (inesistente ma vera nel dire, e quindi verissima) relazione di Elena con Gabriele, suppostamente iniziata quando questi era nel fior degli anni e del vigore, si precipitò a Gardone Riviera per riprendersi quel che riteneva legittimamente suo. Aveva nomea di grande spregiudicatezza, anche se altrettanto notevole e notoria era la capacità di invenzione. Sosteneva, tra l’altro, di essersi sacrificata dandosi al console svedese di San Pietroburgo dove a suo tempo si era trasferita con il marito, per ottenerne la libertà dopo che questi era stato catturato dai bolscevichi. La prima parte è accertata, la seconda, e connessa motivazione, molto più dubbia. Quanto al fatto che fosse stato davvero tutto sto’ gran sacrificio, non ci credeva nessuno. Adesso, pur di tornare ‘a corte’ da D’Annunzio, gli aveva fatto intendere, con telefonate, missive, telegrammi, che forse, eventualmente, poteva darsi…

Tamara giunse così una volta ancora al Vittoriale all’imbrunire del ventisette Settembre millenovecentoventinove. Un venerdì. Proprio mentre, con meravigliosa e in questo caso non casuale coincidenza, finalmente vi arrivava per la prima volta Elena, che mai più aveva rivisto Gabriele dalle giornate fiumane. Le due scesero dalle rispettive carrozze che il munifico ospite aveva separatamente mandato a prenderle. Stazioni differenti, treni differenti, destino unico. “Certi piani non vanno mai a buon fine come dovrebbero, stavolta invece…”, pensò compiaciuto dell’inedito metronomico funzionamento il Burattinaio, mentre le osservava nascosto dietro una finestra dalle persiane socchiuse. Narrandosi gli imminenti inenarrabili piaceri.

Tamara era alta, bionda, del biondo sontuoso del grano di Serbadone, sguardo penetrante color acciaio, profilo leggermente greco. Aveva trentuno anni. Elena era Elena. Tredici di più in quell’autunno, e dal punto di vista matematico anche successivamente. Magnifica. La Magnifica e l’Immaginifica si guardarono subito in cagnesco, senza rivolgersi la parola, poi diffidenti, poi sorridenti, poi, il tutto in una manciata di minuti se non addirittura di secondi, si sfiorarono, si strinsero, abbracciate varcarono il portone saggiando subito convulsamente la prima, poi la seconda, poi la terza porta del corridoio, e questa era finalmente una camera anche se non da letto, la serrarono alle proprie spalle incuranti del Poeta beffato che accorreva. Tamara sfiorò Elena con un bacio a fior di lobo, Elena rabbrividì, godette per quel solo vellicare, cedette ma aveva già da subito ceduto, si denudò facendo cadere l’ultimo velo del pudore citando Clemente d’Alessandria. Baciò la bionda polacca che tanto le somigliava, sembravano sempre più due sorelle ed incestuosamente lo divennero. Fu un bacio lunghissimo e caldo, il suo primo su labbra femminili, non l’ultimo, poi fu su altre labbra appurando così che la sua amata amante era davvero una bionda naturale.

 

9 – Continua

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