venerdì, Settembre 17

La sfida delle esercitazioni multinazionali: Italia al top field_506ffbaa4a8d4

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La conquista di un target importante come un aeroporto deve essere un’operazione che vede una o più Nazioni coordinate e consapevoli delle potenzialità le une delle altre. Senza questa sincronia, che si forma solo collaborando insieme, le attività sul terreno rischiano di diventare altamente critiche, lasciando in vantaggio la controparte. La Swift Responce è stata un grande teatro simulato, ricco di spunti su cui lavorare e da migliorare, in vista dei futuri impieghi operativi dei sedici Paesi che vi hanno preso parte.

Il meglio di questo 2015 si è concretizzato nella più importante e osteggiata esercitazione che la storia ricordi: la Trident Juncture. Gli esperti del settore la chiamato amichevolmente Trident oppure TJ15, ma è sempre più conosciuta come ‘Il vento di guerra che ha sferzato l’Europa’. La TJ15 ha visto una mobilitazione di uomini e mezzi che difficilmente sarà riproducibile nella realtà salvo casi di guerra reale: trentasei i Paesi che si sono impegnati nell’esercitazione, con un numero di scenari ipotizzati che varia dai quattro ai sei, cinque Nazioni coinvolte (il posto d’onore spetta all’Italia) e un numero di soldati che si aggira intorno alle 50.000 unità.

Questa volta a confrontarsi sul terreno non sono state solo le forze armate terrestri: queste ultime si sono infatti abilmente coordinate con la terza dimensione (cioè la componente ‘avio’) e quella navale. Le polemiche sono nate proprio in virtù del fatto che lo schieramento fosse più vicino a una guerra reale che a una semplice esercitazione. In Sardegna, al poligono militare di Campo Teulada, le manifestazioni per evitare che le artiglierie di mezza Europa sparassero ancora si sono sprecate e ovviamente non hanno sortito alcun risultato.

La Trident ha avuto il vantaggio di mettere in relazione diverse componenti delle Forze Armate, un aspetto essenziale in caso di operazioni ad ampio spettro come quella che si prevedeva per la Siria. Non solo, questo mega scenario di guerra ha avuto altri due scopi ben più nascosti.

In primis, il dispiegamento di forze in campo e il realismo con cui si è svolto il tutto sono stati un messaggio chiaro e conciso allo Stato Islamico: ‘Siamo pronti!’. La deterrenza psicologica che questa esercitazione avrebbe potuto avere sull’opinione pubblica che sostiene l’IS sarebbe stata immensa, ma ha visto un’opposizione furente che ne ha vanificato l’effetto. Il Califfato di Al Baghdadi è consapevole che mettere insieme un tale spiegamento di forze è quasi impossibile nella realtà: ognuno dei 36 Paesi ha interessi nazionali che si devono scontrare con le necessità di combattere il terrorismo.

Il secondo fine per cui questa esercitazione è stata così imponente è l’effetto deterrenza agli occhi della Russia, che a ottobre (periodo in cui si è svolta l’esercitazione) aveva già avviato i primi raid in Siria. Effetto deterrente che anche in questo caso non ha sortito alcun effetto: il Presidente Putin ha continuato a bombardare la Siria stringendo accordi con Assad, rimanendo impassibile di fronte alle forze schierate.

 

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