venerdì, Settembre 17

La sfida della Federal Reserve

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Con lo scoppio della relativa bolla gonfiatasi a dismisura nei decenni precedenti, i gestori delle leve finanziarie hanno pensato bene di lanciare un piano di salvataggio delle banche con denaro pubblico allo scopo di impedire all’apparato creditizio statunitense di crollare sotto il peso dei debitori inadempienti. La Federal Reserve, dal canto suo, ha portato letteralmente a zero i tassi di interesse e sostenuto la politica del quantitative easing acquistando montagne di Treasury Bond (si parla di 85 miliardi di dollari di titoli di debito acquistati ogni mese) emessi dal Dipartimento del Tesoro per cercare di favorire il più possibile la circolazione del denaro, ma ciò non si è rivelato sufficiente a invertire il trend negativo. L’abbassamento drastico dei tassi di interesse ha inoltre provocato un’ondata di investimenti nei Paesi emergenti che assicuravano una maggiore remunerazione del denaro, ma a Janet Yellen, governatore della Fed, è bastato ventilare l’ipotesi di varare il cosiddetto tapering (vale a dire la limitazione progressiva dell’acquisto di titoli di debito, una mossa che viene generalmente interpretata dagli operatori come un preludio al rialzo dei tassi) per richiamarli negli Usa, inducendo le altre Banche centrale ad elevare i tassi per frenare la fuga di capitali.

L’atteso innalzamento dei tassi è stato tuttavia regolarmente rimandato, a causa dei dati, giudicati sempre e comunque non abbastanza confortanti, registrati dall’economia reale. Ai più attenti addetti ai lavori non è invece sfuggita la dichiarazione attraverso cui la Yellen ha chiarito che lo statuto della Fed non contiene alcun vincolo legale che impedisce di portare addirittura sotto zero i tassi di interesse per stimolare efficacemente l’economia nazionale. Si tratta di una misura estrema che affonda le radici nell’idea concepita in chiave anti-deflazionistica da un economista eretico come Silvius Gesell, che di fatto comporta un alleggerimento del peso reale dei debiti. Una ricetta che secondo alcuni esperti potrebbe assicurare il salvataggio dell’indebitatissima industria dello shale, per la quale il crollo del prezzo degli idrocarburi ha significato l’evaporazione di qualsiasi margine di guadagno, e lo sgonfiamento della relativa bolla. Attualmente, le imprese operanti nel settore si vedono costrette a impiegare tutti i propri ricavi per ripagare il debito, elevato dai congrui interessi, contratto con le banche statunitensi, le quali hanno cartolarizzato i mutui trasformandoli in strumenti derivati che, con il mancato pagamento delle rate da parte delle aziende indebitate, rischiano di provocare una nuova crisi economica di notevole portata.

Quella degli interessi negativi è tuttavia una soluzione decisamente sgradita  sia ai giganti del credito che ai grandi investitori, perché mette in discussione sia il meccanismo degli interessi che ha determinato l’arricchimento dell’industria bancaria, sia gli elevati livelli di remunerazione pretesi dai grandi detentori di capitali. Senza contare gli effetti deleteri che una politica di questo genere produrrebbe nel lungo periodo. Equivalendo a un’imposta sui risparmi, i tassi negativi falcidierebbero infatti  i piccoli detentori di denaro, e il loro effetto di abbassare ulteriormente la redditività dei titoli di Stato (già bassissima) alimenterebbe la percezione che gli Usa non sono più un porto sicuro in cui investire, spalancando le porte a prospettive catastrofiche dovute alla dismissione generalizzata di Treasury Bond.

Allo stesso tempo, però, né i membri del board della Fed né gli economisti del Dipartimento del Tesoro sembrano aver escogitato ricette alternative per tenere a galla i debitori inadempienti e i loro preoccupati creditori, evitando così l’esplosione della gigantesca bolla del debito che grava sull’economia statunitense. Sembra quindi ancora attuale ciò che scrisse nel 2014 l’analista Rich Miller sulle colonne di ’Bloomberg’: «Janet Yellen dovrà affrontare una prova in cui i suoi predecessori hanno fallito: disinnescare le bolle speculative senza danneggiare l’economia […]. Solo come ultima risorsa potrebbe essere preso in considerazione un innalzamento dei tassi d’interesse». La Fed si trova dunque dinnanzi a un dilemma di non poco conto, da cui dipende il futuro delleconomia non solo statunitense.

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