lunedì, Ottobre 18

La Serbia tra Occidente e Russia Belgrado vuole entrare nella UE ma non nella NATO e difende la sua 'neutralità militare' dalle accuse di doppio gioco

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Esiste però un altro collegamento più importante tra la problematica economica e quella politica nei rapporti serbo-russi. L’indipendenza del Kosovo, proclamata nel 2008, non è mai stata riconosciuta da Belgrado, che vi è forse rassegnata almeno per il prossimo futuro ma esige garanzie per la piccola minoranza serba che vi è rimasta sotto forma, possibilmente, di autonomia territoriale. Nei negoziati diretti e indiretti da tempo in corso al riguardo il governo kosovaro di Pristina, forte soprattutto dell’appoggio americano, si rifiuta di concederla mentre Bruxelles, a sua volta, esige che la questione venga risolta prima che si possa avviare il processo di ammissione serba alla UE.

Ed è qui che entra in gioco la Russia, che non solo nega il proprio riconoscimento all’indipendenza del Kosovo ma mediante il proprio veto in Consiglio di sicurezza blocca l’ammissione all’ONU del giovane Stato, riconosciuto invece, finora, da altri 115. Contribuendo non poco, così, a mantenere aperta la contestazione serba della secessione di quella che Belgrado considera, ed in effetti è stata anticamente, la culla dello stesso Stato serbo, benchè durante la lunga dominazione ottomana l’immigrazione albanese abbia finito col mutare il suo volto.

Al di là dei sentimenti popolari, pienamente condivisi peraltro dalla potente Chiesa ortodossa nazionale, sembra essere questa la carta politica più preziosa che Mosca può giocare, e sicuramente gioca, per impedire che Belgrado slitti inarrestabilmente nel campo occidentale. E che ciò avvenga non tanto mediante l’ammissione nella UE, quanto con l’eventuale suggello di un’adesione serba all’Alleanza atlantica. Per scongiurare una simile eventualità Mosca sta usando tutti gli strumenti, economici, politici e propagandistici, a sua disposizione, non fidandosi evidentemente che, malgrado tutto, i dirigenti serbi non finiscano col cedere alla pressione opposta cui sono contemporaneamente sottoposti.

L’attuale presidente serbo, Aleksandar Vucic, eletto nello scorso maggio, ha in effetti gettato non poca acqua sul fuoco del suo originario ultranazionalismo, con conseguente avvicinamento più o meno automatico alle posizioni più filoccidentali. Fermo restando l’obiettivo di aderire alla UE, non ha infatti messo in discussione neppure la cooperazione militare con la NATO prevista dal programma di Partnership per la pace nell’Est europeo. In compenso, si è dichiarato pienamente soddisfatto anche di quella con la Russia, che ha regalato alla Serbia sei caccia a reazione Mig-29 in aggiunta ad esercitazioni belliche comuni. Il tutto all’insegna di nuovo tipo di neutralità dopo quella ‘attiva’ di Tito, la ‘neutralità militare’, da Belgrado ritenuta la più adatta alle esigenze e alla vocazione nazionali e che anche Vucic sottoscrive esplicitamente.

Lo stesso presidente non sembra, comunque, in procinto di rimangiarsi quanto aveva proclamato nello scorso marzo, quando era ancora solo premier, e cioè che la Serbia non diventerà mai membro di un’alleanza, come appunto la NATO, i cui aerei, nel 1999, hanno bombardato il Paese per oltre tre mesi lanciando 50 mila missili e causando la morte di duemila civili e un migliaio tra militari e poliziotti: un’aggressione imperdonabile e tra le peggiori, secondo Vucic, della storia moderna.

Sulla stessa linea si colloca, a maggior ragione, l’attuale ministro degli Esteri Ivica Dacic, leader del Partito socialista già capeggiato dal defunto Slobodan Milosevic, bestia nera di tutti gli jugoslavi ribellatisi a Belgrado, ma oggi alleato di governo con quello ‘progressista’ del presidente e in realtà più moderato. Secondo Dacic, la Serbia dovrebbe mantenere una posizione equilibrata tra Occidente, Russia e Cina, ossia fare ancor meglio di Tito sedendosi non solo tra due ma addirittura tre sedie.

Così direbbe sicuramente chi già mette in stato di accusa Belgrado, in Occidente, per un asserito doppio gioco a tutto favore di Mosca. Lo ha fatto nello scorso ottobre un vice segretario di Stato americano, Hoyt Brian Yee, durante una visita nella capitale serba, aggiungendo che non poteva flirtare con la Russia un Paese desideroso di aderire all’Unione europea e che perciò la Serbia farebbe meglio a seguire piuttosto del vicino Montenegro, già suo residuo partner nella decimata Federazione jugoslava, divenuto poi pienamente indipendente e infine approdato, da pochi mesi, nell’Alleanza atlantica, con forte disappunto e altrettanta indignazione di Mosca, che aveva fatto del suo meglio (e forse anche un po’ troppo, secondo alcune versioni non comprovate) per scoraggiarlo.

A Belgrado le reazioni, anche da parte ufficiale, sono state dure nei toni e univoche nel ribadire la giustezza della linea governativa. Ma se la sortita del vice segretario di Stato sembrava confermare una crescente pressione americana nello stesso senso, la smentita, benchè ritardata, è arrivata, a conferma invece dell’inattendibilità dei pronunciamenti dell’Amministrazione Trump e delle croniche dissonanze tra i suoi membri.

Nei giorni scorsi l’ambasciatore americano a Belgrado ha negato, in un’intervista, che Washington intenda intimare alla Serbia di scegliere tra UE e Russia assicurando invece che gli USA sostengono senza riserve il cammino di Belgrado verso Bruxelles e non ritengono che esso escluda buoni rapporti con Mosca. Ha fatto poi eco al diplomatico americano il vice segretario generale della NATO, Rose Gottenmoeller, dichiarando a sua volta che l’Alleanza atlantica rispetta la scelta serba della neutralità.

Nel frattempo si è appreso che secondo il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, Serbia e Montenegro diventeranno membri della UE entro il 2025. Non è proprio domani o dopo, ma è già qualcosa, se non è stata una battuta. Vucic comunque se n’è compiaciuto azzardando la previsione, non si sa su quali basi, che il lieto evento potrebbe compiersi nel 2023. Però senza promettere niente, ha aggiunto, e annunciando ad ogni buon conto una propria visita a Putin a metà dicembre. Con quali reazioni americane, alla notizia e poi all’esito della missione, resterà tutto da vedere.

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