domenica, Maggio 16

La sentenza d’Appello di Mafia Capitale e le ‘Nuove Mafie’ romane (e non solo) Barnum Italia. Leoni, funamboli, ippopotami e pagliacci / 63

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Fu Mafia (Capitale). E forse, probabilmente, lo è ancora. Ché la sentenza d’Appello del Processo di ‘Mafia Capitale’, appunto, di martedì 11 settembre 2018 (per sentirla integralmente: ‘Radio Radicale’, ‘La sentenza) ha riportato alla sua giusta dimensione l’’Associazione a delinquere’ guidata da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi con contorno di politici ‘bipartisan’ (cioè beccati sia a destra che a centrosinistra), faccendieri, briganti (in entrambi i sensi), e chi badava solo a mettere fieno in cascina. O ‘Cascina’. Già i numeri del più spettacolare, e mediatizzato, Primo grado (conclusosi il 20 luglio 2017) davano il senso dell’imponenza del caso: quarantasei imputati (tra cui politici e uomini dell’amministrazione), un esercito di sessanta avvocati e pure qualche orante inginocchiata a pregare per loro (gli imputati, intendiamo, ma forse anche gli avvocati che per le loro anime sporche ne hanno, in generale, gran bisogno).

In Appello le pene sono state ridotte (non di molto, salvo che a Carminati), ma soprattutto è stato confermato l’impianto inquisitorio iniziale non accolto dalla prima sentenza, e sancito che ‘Mafia Capitale’ è effettivamente stata. In attesa dell’ultima verifica della Cassazione. Ribaltato in questo modo dal punto di vista sostanziale il verdetto per cui avevano esultato capi e capetti inquisiti, correi e conniventi vari (non solo e non tutti a processo, qualcuno nei giornali dalle parti di Ferrara. Non in Emilia).

  1. Ridotta significativamente, quindi, la condanna per Carminati (da 20 anni a 14 anni e 6 mesi) appena limata per Salvatore Buzzi (da 19 anni a 18 anni e 4 mesi). Il ‘bancario’ Buzzi viene quindi ritenuto maggiormente responsabile rispetto all’ex esponente dell’eversione nera (NAR), Carminati. Associazione a delinquere di stampo mafioso, aggravante mafiosa o concorso esterno riconosciute a vario titolo anche per Claudio Bolla (4 anni e 5 mesi), Riccardo Brugia (11 anni e 4 mesi), Emanuela Bugitti (3 anni e 8 mesi), Claudio Caldarelli (9 anni e 4 mesi), Matteo Calvio (10 anni e 4 mesi). Condannati inoltre Paolo Di Ninno (6 anni e 3 mesi), Agostino Gaglianone (4 anni e 10 mesi), Alessandra Garrone (6 anni e 6 mesi), Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi), Carlo Maria Guarany (4 anni e 10 mesi), Giovanni Lacopo (5 anni e 4 mesi), Roberto Lacopo (8 anni), Michele Nacamulli (3 anni e 11 mesi), Franco Panzironi (8 anni e 4 mesi), Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi), Fabrizio Franco Testa (9 anni e 4 mesi). Per restare ai più importanti. Nomi, magari, da provare a ricordare perché chissà dove e come possono saltar fuori tra qualche decennio, o magari solo tra qualche anno.

  2. «La Corte d’appello ha deciso che l’associazione criminale che avevamo portato in giudizio era di stampo mafioso e utilizzava il metodo mafioso. Una questione di diritto che evidentemente i giudici hanno ritenuto fondata». Così il Procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, ‘affiancato’ dal Pubblico Ministero Luca Tescaroli e dai Procuratori generali Antonio Sensale e Pietro Catalani. A luglio 2017 i giudici avevano invece escluso per tutti l’aggravante mafiosa, riconoscendo invece la corruzione e l’esistenza di due gruppi criminali. «Questa sentenza conferma la gravità di come il sodalizio tra imprenditoria criminale e una parte della politica corrotta abbia devastato Roma» dice il Sindaco di Roma Virginia Raggi «e conferma che bisogna tenere la barra dritta sulla legalità».

  3. Il ‘Mondo di mezzo’ ha avuto dunque la sua sanzione giudiziaria. Il Processo procede e termina, se terminerà ‘in prima battuta’, presso la Suprema Corte. L’indagine dei magistrati romani e laziali continua sugli altri ambiti di piccole e grandi mafie (o Mafie) locali a Roma e nel Lazio. L’’indagine’ dei giornalisti prova a dirigersi anche (ma non solo) verso il sud del Lazio, dove le commistioni tra mafie soprattutto autoctone e politica, e politici, sono patenti ed ancor più alla luce del sole. E in fondo tutta questa vicenda, i cui elementi fondamentali sono stati individuati fattualmente dal lavoro dei magistrati romani che vi si sono dedicati e dai collegi giudicanti, nelle sue linee fondamentali era ‘allo scoperto’ e chiara da tempo. Lo era, lo è. A Roma e scendendo a sud, come si diceva. E sarebbe servito, e serve, più che altro un rivelatore dell’evidenza come Auguste Dupin. E un giornalista come suo padre, Edgard Allan Poe.

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Sull'autore

Giornalista. Editore con ‘La Voce multimedia’

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