martedì, Dicembre 7

La Scuola di ingegneria aerospaziale di Roma compie 95 anni Progetti di avanguardia, spesso ai limiti della cultura scientifica del tempo, che hanno portato l’Italia, piccola espressione geografica del Mediterraneo ancora piena delle ferite di una guerra persa, a diventare il terzo Paese a lanciare i propri satelliti scientifici nello spazio

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Indro Montanelli nel suo motteggiare usava ripetere spesso: «un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente». È con questo spirito che abbiamo apprezzato una celebrazione insolita: la nascita di una scuola. La Scuola di Ingegneria Aerospaziale dell’università la Sapienza di Roma.  

Il Preside Giovanni Palmerini nella sua apertura alla celebrazione ha affermato un concetto importante: «La Scuola ha risposto sempre con impegno alle esigenze istituzionali del Paese». È stata una caratteristica e continua ad esserlo con i suoi contributi tecnologici, con le sue ricerche e le sue soluzioni. Inoltre, in stretta collaborazione con le Forze Armate si sono ideate e progettate le condizioni più avanzate per la tutela del Paese e la salvaguardia del suo territorio e dei suoi abitanti. Un ruolo importantissimo che nulla ha a che spartire con intenzioni guerrafondaie o atteggiamenti militaristi.  

Sono passati 95 anni dalla fondazione, un istituto realizzato inizialmente per studiare e anticipare la neonata aviazione.  

Il primo volo a motore è ufficialmente quello effettuato dai fratelli Wilbur e Orville Wright il 17 dicembre 1903 dalla spiaggia di Kitty Hawk nella Carolina del Nord. Ma già dalla metà del secolo precedente Henri Giffard, un ferroviere parigino brevettava un modello di aerostato che avrebbe mandato definitivamente in pensione le mongolfiere, gli aeromobili che utilizzano aria calda per ottenere la spinta verso l’alto necessaria per sollevarsi da terra, fatti volare per la prima volta ad Annonay da Joseph-Michel e Jacques-Étienne Montgolfier nel 1783. 

Per quanto i dirigibili abbiano avuto una vita breve e difficile a causa di grosse difficoltà fisiche ed economiche, essi arrivarono a effettuare anche trasporto a pagamento tanto che nel solo 1930 furono circa 52.000 i passeggeri trasportati nei regolari servizi di linea. Un numero importante a quei tempi, visto il prezzo di ogni biglietto staccato.  

A Roma gli aerei a motore si videro per la prima volta il 15 aprile 1909 con un’esibizione dall’aeroporto di Centocelle dove fu instaurata la prima scuola di volo in Italia. Ricordiamo che il primo pilota italiano fu l’ufficiale della Regia Marina, Mario Calderara, che successivamente divenne l’istruttore della prima schiera di aviatori nazionali.  

Erano i primi faticosi passi di una scienza che era stata intuita, ma mai sviluppata già da Leonardo da Vinci con la Macchina Volante e la Vite Aerea a cui poi seguirono diversi tentativi di volo sfruttando l’energia del vento con sir George Cayley e quarant’anni più tardi Otto Lilienthal, il primo costruttore di un alianti che nel 1891 riuscì a volare senza alcun ausilio propulsivo. Erano in ogni caso movimenti piuttosto isolati, legati da buona volontà e da un empirismo che da soli non avrebbero avuto gran futuro.  

Gaetano Arturo Crocco, napoletano, dopo una carriera militare e poidirettore generale dell’Industria al Ministero dell’Economia fu ilpreside della Scuola, inventando e realizzando gli impianti e gli strumenti che resero subito celebre l’istituzione, al punto che si diffuse tra i suoi studenti la rima ‘tutto ciò che vedo o tocco, l’ha inventato Arturo Crocco’. Al generale successeLuigi Broglio, anche lui generale, veneziano che assieme a Carlo Buongiorno, suo allievo e collaboratore compì il complicato e superbo passaggio dall’aeronautica alle discipline spaziali.  

Il tempo è trascorso velocemente dalla legge istitutiva del 22 ottobre 1926 e ha prodotto risultati importantissimi nel settore grazie alle attività svolte nei laboratori della Scuola situati a Guidonia, ad una ventina di chilometri dalla Capitale; poi, nel dopoguerra si iniziò a guardare la nuova frontiera. Le mostruose armi di distruzione concepite dal nazismo stavano aprendo le porte ad un mondo che fino ad allora era stato solo oggetto di speculazioni scientifiche di liberi pensatori. Da quando la ricerca si è sistematizzata, gli scienziati della Scuola presero a indagare oltre la cortina atmosferica e tra gli studi furono essenziali le tracce delle pressioni in alta quota offrendo importanti contributi alla letteratura che si stava completando. Oggi che si naviga per le rotte celesti con una maggiore dimestichezza dei primi lanci, non si deve dimenticare che è anche a quegli strumenti primitivi che si deve tutta la conoscenza e la consapevolezza di esplorazione di un ambiente nuovo, indubbiamente ostile alla vita e pieno di insidie.  

Il Progetto San Marco, l’istituzione del Centro Ricerche Aerospaziali, la realizzazione del poligono in Kenya sono alcuni dei risultati ottenuti in campo spaziale dalla Scuola sotto la guida di Broglio. Progetti di avanguardia, spesso ai limiti della cultura scientifica del tempo, che hanno portato l’Italia, piccola espressione geografica del Mediterraneo ancora piena delle ferite di una guerra persa, a diventare il terzo Paese a lanciare i propri satelliti scientifici nello spazio. Terzi, dopo i due blocchi di Unione Sovietica e Stati Uniti d’America che stavano guardando oltre l’atmosfera come un luogo di conquista e di supremazia planetaria.  

Si potrebbe parlare a lungo dei passi geopolitici che avrebbero rappresentato quei lanci: essere tra le nazioni più avanzate, costruire un percorso industriale e occupazionale, concepire una new deal della formazione. Obiettivi sicuramente troppo grandi per quei nani della politica che soggiornano da troppo tempo sulle spalle dei giganti. Ma alcuni risultati sono stati reali.  

Oggi lo spazio, diventeremo monotoni a furia di ripeterlo, sta transitando verso una fase matura, ovvero è diventato un settore da cui è possibile trarre ricchezza. Sui suoi programmi girano molti soldi e sarebbe necessario, pur nei più alti concetti della sua storia industriale e la necessità di fusioni europee e accordi internazionali, che il nostro Paese conservasse l’autonomia di scelte e di capacità decisionale. Al momento purtroppo in Italia questo orizzonte sembra ormai perduto.  

Ma su questo argomento ci torneremo presto.

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