mercoledì, Maggio 19

La Scozia è ancora inglese

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referendum scozia

Il Regno Unito resta “unito”: gli scozzesi chiamati a esprimersi sull’indipendenza da Londra hanno votato per il “no”: 55% contro il 45% dei nostalgici alla Braveheart. Un’affluenza record che sfiora l’85% dell’elettorato e che non si vedeva dal 1928 quando per la prima volta in Gran Bretagna votarono anche le donne. Con questo verdetto si chiude la saga separatista del governo di Edimburgo, i mercati e le banche tirano un respiro di sollievo, la sterlina vola ai massimi sull’euro come non succedeva da due anni a questa parte, e la comunità internazionale tutta, esprime soddisfazione per l’unità preservata.

Il primo ministro scozzese Alex Salmond nel discorso con cui accetta il ”verdetto democratico” degli scozzesi, sottolinea tuttavia anche il numero dei voti a favore del sì (un milione e seicentomila voti) e ricorda immediatamente a Londra che «sono state fatte delle promesse che vanno onorate». La Scozia ora «se lo aspetta – ha detto Salmond – lo chiedano tutti gli Scozzesi». E il primo ministro inglese David Cameron gli risponde a caldo: «Rispetteremo le promesse fatte alla Scozia in pieno». Ribadendo l’impegno a devolvere ulteriori poteri. Si allontana quindi per la Scozia quella ”occasione della vita” sulla quale Salmond, aveva puntato tutto. Ma il premier indipendentista riesce comunque a strappare a Londra qualcosa che è più di una promessa: un forte allentamento dai vincoli del governo centrale della City, una devolution che porterà più poteri e autonomie non solo alla Scozia ma tutte la nazioni che costituiscono la Gran Bretagna, tra cui Galles e Irlanda del Nord. «I diritti di questi elettori devono essere rispettati, difesi e aumentati. E’ assolutamente giusto che il nuovo accordo per la Scozia debba essere accompagnato da un nuovo accordo per tutte le altre parti del Regno Unito», ha dichiarato Cameron. «Gli scozzesi hanno mantenuto unito il nostro Paese formato da quattro nazioni e come milioni di altre persone sono felicissimo, ma ora è il tempo per il nostro Regno Unito di andare avanti», con la promessa, a riguardo, di una bozza di legge pronta entro gennaio.

E felicitazioni per la salvezza del Regno arrivano da tutto il mondo: il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, in un’intervista a una radio tedesca dichiara: «Lo ammetto, il risultato mi solleva». Forte soddisfazione è stata espressa anche da Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo uscente: «Il Regno Unito è e rimarrà un importante membro dell’Unione europea per il bene di tutti i cittadini e gli Stati membri dell’Unione europea». E dello stesso parere è Jose’ Manuel Barroso, presidente della Commissione europea: «La Commissione accoglie con favore il fatto che durante il dibattito negli ultimi anni, il governo scozzese e gli scozzesi hanno più volte ribadito il loro impegno europeo. E noi continueremo a impegnarci per un dialogo costruttivo, per un’Europa più unita e più forte». Il Segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen commentando la vittoria del fronte unionista si dice «fiducioso che il Regno Unito continuerà a svolgere un ruolo di primo piano per mantenere la nostra forte alleanza». E dall’America arriva il messaggio del presidente Barak Obama che si congratula direttamente con gli scozzesi per aver svolto in maniera energica e propositiva il diritto all’esercizio della democrazia.

Ma il risultato del referendum scozzese non passa inosservato neanche in Spagna, dove da tempo in Catalogna covano le spinte indipendentiste e dove si attende con ansia un possibile referendum che possa sancire l’indipendenza catalana da governo centrale di Madrid. Il presidente della Generalitat catalana (nome con cui viene indicato il sistema amministrativo-istituzionale per il governo della comunità autonoma della Catalogna) Artur Mas, ingoiando il boccone amaro per la mancata secessione scozzese, ha assicurato comunque che «malgrado la sconfitta dei sì scozzesi il processo verso la secessione della Catalogna dalla Spagna va avanti», nella sfida al governo di Madrid, che a differenza di quello britannico non riconosce il diritto al referendum indipendentista perché in contrasto con la Costituzione spagnola. Infatti sull’ipotesi di un referendum catalano il parlamento spagnolo si è già pronunciato negativamente e oggi la vicepremier Soraya Sanz de Santamaria, ha ricordato che in Spagna le regioni «hanno già ampie competenze e il governo centrale non intende aprire un negoziato col governo catalano, se tenuto sotto minaccia».

In Brasile continua la lotta a due in vista del voto del 5 ottobre che darà la poltrona al prossimo presidente e si susseguono ipotesi e sondaggi su chi, tra l’uscente Dilma Rousseff e la sfidante Marina Silva siederà su quello scranno: secondo l’ultimo sondaggio la Rousseff manterrebbe sulla Silva un vantaggio al primo turno con un 37% di preferenze, ed è la prima volta da mesi che Dilma stacca sensibilmente Marina nelle intenzioni di voto, da quando cioè la leader ambientalista è entrata nella disputa elettorale, ad agosto, dopo la morte in un incidente aereo dell’allora candidato del Partito socialista (Psb), Eduardo Campos. Oggi infatti la sfidante otterrebbe il 30% dei voti, contro il 33% del sondaggio precedente. Con questo risultato, il vantaggio della Rousseff è passato da tre a sette punti percentuali. Ma la presidente non può permettersi di abbassare la guardia: sempre secondo sondaggio, in caso di secondo turno lei e la sfidante si troverebbero, infatti, praticamente alla pari, rispettivamente con il 46% e il 44%.

Ci spostiamo in India dove si è conclusa la visita del presidente cinese Xi Jinping a New Delhi, per la firma di accordi commerciali riguardo un vasto programma di attività comuni: in un documento di 28 punti, le due Nazioni si sono accordate sul fatto che «essendo due grandi ed emergenti economie, i loro obiettivi di sviluppo sono interconnessi e dovrebbero essere perseguiti con iniziative di sostegno reciproco». Nella Dichiarazione, infatti, l’India ribadisce la necessita di un riequilibrio dell’import-export, oggi estremamente favorevole alla Cina, con la richiesta di un «Piano di sviluppo quinquennale per la cooperazione economica e commerciale», una sorta di roadmap per bilanciare gli impegni economici delle due nazioni. E la vitalità del Dragone si capisce subito dai numeri di questa intesa: la Cina investirà nei prossimi cinque anni ben 20 miliardi di dollari in programmi industriali ed infrastrutturali, come l’avvio dell’alta velocità ferroviaria e la cooperazione nel settore del nucleare civile.  A New Delhi si è parlato anche delle problematiche legate ai confini comuni nel Kashmir, con «l’impegno a ricercare una soluzione giusta, ragionevole e reciprocamente accettabile», anche se la stampa indiana non ha mancato di denunciare uno sconfinamento delle truppe cinesi nella regione himalayana del Ladakh. Una questione, questa dei confini contesi che rimane un pesante ostacolo nelle relazioni bilaterali tra i due giganti asiatici.

Nello Yemen le compagnie aeree hanno sospeso per 24 ore i loro voli per l’aeroporto internazionale di Sanaa, la capitale, a causa degli scontri tra i ribelli sciiti Houthi e l’esercito yemenita. I residenti sono in fuga dalle violenze che si prolungano da settimane, una settantina di miliziani sono stati uccisi e la sede della televisione di Stato è stata distrutta.

Nel nordest dell’Iraq si registrano i primi raid dei caccia dell’esercito francese, mentre alcune autobombe a Bagdad e Kirkuk fanno decine di morti e feriti.

La Turchia, di fronte all’emergenza umanitaria dei profughi curdi siriani in fuga dai miliziani dell’Isis decide di aprire le proprie frontiere: «Abbiamo aperto la frontiera – dichiara il premier turco Ahmet DautogluDaremo assistenza a tutta questa gente». Ovvero circa  quattromila profughi, in fuga dai terroristi islamici. La Turchia ospita da tempo già oltre un milione di profughi siriani, la cui presenza è motivo di tensione con la popolazione locale. La maggior parte dei civili in fuga dai villaggi curdi siriani attaccati dai miliziani Isis sono donne, bambini e anziani. Gli uomini sono rimasti in patri per combattere contro i jihadisti. 

 

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