sabato, Aprile 10

La sconfitta della Giustizia field_506ffbaa4a8d4

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Venerdì 05 dicembre i giudici della Corte Penale Internazionale Kuniko Ozaki  e Robert Fremr hanno annunciato prima al Giudice Supremo Fatou Bensouda e successivamente alla stampa la decisione di ritirare le accuse contro il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, figlio del padre fondatore della Nazione: Jommo Kenyatta.  Le accuse convergevano sulla sua partecipazione alle violenze post elettorali avvenute tra il dicembre 2007 e il gennaio 2008 dove 1.133 persone perdettero la vita e oltre 600.000 furono costrette a fuggire dalle loro abitazioni per proteggersi in campi profughi. Le violenze scoppiarono quando entrambi i contendenti alla Presidenza: Mwai Kibaki e Raila Odinga dichiararono di aver vinto le elezioni. Le violenze inter etniche interposero le principali etnie del paese: i Kikuyu  (l’etnia di Kibaki) e i Luo (l’etnia di Odinga). Per quasi un mese il paese fu sconvolto dalle violenze etniche sfiorando il genocidio e la guerra civile. Ad istigarle furono entrambi le parti avverse.

All’epoca l’attuale presidente Uhuru Kenyatta militava al fianco di Kibaki mentre l’attuale Primo Ministro: William Ruto (anche esso sotto processo presso la CPI) nel campo di Odinga.  La Corte Penale Internazionale decise di aprire le indagini e portare in giustizia Kenyatta e Ruto nel 2010 per iniziativa del Giudice Luis Moreno-Ocampo che presiedeva la CPI. “A seguito della riunione della Corte del 03 dicembre 2014 si informa dell’applicazione della decisione di ritirare le accuse contro l’imputato Uhuru Kenyatta per insufficienza di prove.” In un disperato tentativo di salvare la faccia il Giudice Supremo Bensouda ha dichiarato alla stampa che l’archiviazione del processo non significa l’immunità per il presidente Keniota. Se emergeranno nuove prove il caso sarà riaperto. Uno scenario estremamente difficile che si verifichi. Sul quotidiano keniota Daily Nation alcuni testimoni dell’accusa rivelano di aver ricevuto pesanti pressioni dal Governo e minacce dalle forze di sicurezza per non testimoniare la processo.

Il testimone Numero Quattro (protetto del più assoluto anonimato) ha dichiarato di aver ritirato la sua testimonianza dopo la visita presso la sua residenza di una alta figura del Ministero degli Affari Interni che gli avrebbe prodigato consigli. Il Numero Quattro era considerato il testimone chiave dell’accusa in quanto avrebbe detenuto prove inconfutabili sull’incontro tra Kenyatta e la setta terroristica Mungiki avvenuto il 26 novembre 2007 presso il centro commerciale Yaya Centre a Nairobi. Durante l’incontro (che vide anche la partecipazione del Numero Quattro) Kenyatta assoldò la setta terroristica per azioni di pulizia etnica contro i Luo per conto del suo padrone: il presidente Kibaki.

Un esperto di giustizia internazionale Dennis Masota spiega che il Governo fin dall’inizio del processo (novembre 2012) ha adottato la tattica di intimidazione dei testimoni dell’accusa che uno dopo l’altro sono stati costretti a ritirare la testimonianza. La Corte Penale Internazionale sarebbe stata anche vittima di una BlackMail, un tranello organizzato dal governo keniota che infiltrò nei testimoni dell’accusa delle persone non credibili e con passato criminale. La loro testimonianza, facilmente confutata dalla difesa, fu un boomerang per l’accusa che, anche se non pubblicizzato ai media, contribui al fallimento del processo.

Le reazioni all’annuncio della Corte Penale Internazionale tra la popolazione keniota sono state molto fredde. A parte qualche centinaia di manifestanti che hanno celebrato nelle vie di Nairobi la decisione della CPI (manifestanti evidentemente pagati dal partito al potere) la maggioranza della popolazione ha interpretato la decisione come un atto di estrema ingiustizia. Ancora 200.000 civili vivono nei campi profughi “provvisori” di Yamumbi, nelle prossimità della città di Eldoret.  I profughi hanno espresso la loro rabbia per la decisione presa dalla CPI. Il senatore Boni Khalwale e il Vescovo cattolico Ambrose Kimutai hanno definito il ritiro delle accuse come la fine del tentativo di far giustizia per le migliaia di vittime delle violenze post elettorali. “Abbiamo nutrito molte speranze nella giustizia della CPI e nella sua capacità di vendicare secondo termini di legge le vedove e gli orfani del tentato genocidio. Purtroppo dobbiamo constatare che le ragioni politiche hanno prevalso sulla giustizia” dichiara Owegi, il borgomastro della provincia di Nyanza e rappresentante dei profughi.  Anche sul risarcimento delle vittime (400.000 scellini kenioti a famiglia) è stata attuata una discriminazione etnica. Solo le famiglie appartenenti alle tribù del presidente (Kikuyu) e del Primo Ministro (Kalengine) sono state rimborsate. Le vittime Luo no. Su Youtube è comparsa una accorata denuncia di alcune vittime delle violenze post elettorali residenti a Kibera che merita sicuramente una accurata visione.

L’oltraggio vissuto dalla CPI si va ad aggiungere alla rabbia e al vento di rivolta popolare causato dall’incapacità delle forze dell’ordine di bloccare l’ondata di violenza terroristica iniziata con l’attacco al centro commerciale Westgate a Nairobi (settembre 2012). L’ultimo attacco si è verificato una settimana fa presso la cittadina di Mandera (confini con la Somalia) dove 65 civili sono stati barbaramente trucidati dai terroristi islamici. Una vera e propria esecuzione di massa di cittadini di fede cristiana. Gli attacchi sono perpetuati da una milizia terroristica keniota assoldata dal gruppo somalo del terrorismo internazionale Al-Shabaab (affiliato a Al-Qaeda e al Islamic State of Iraq and Syria – ISIS). Al-Shabaab combatte le truppe di invasione africane in Somalia guidate dall’Uganda ove il Kenya partecipa attivamente.

La partecipazione del Kenya al conflitto somalo  non è certamente motivata da un genuino desiderio di portare la pace nel martoriato Corno d’Africa ma dal desiderio di impossessarsi dei ingenti giacimenti petroliferi offshore scoperti tra le acque territoriali della Somalia e del Kenya. La rivendicazione di questi giacimenti da parte del governo keniota è appoggiata silenziosamente da multinazionali occidentali tra cui l’italiana ENI. Per ottenere il controllo di questi giacimenti il Kenya sta cercando di creare uno stato autonomo nel sud della Somala: la Jubaland. Al-Shabaab ha scelto il paese più debole della coalizione militare africana che vede impegnate le truppe fornite da Uganda, Etiopia, Burundi, Djibuti, Sierra Leone e Kenya. La psicopatica ed irrazionale risposta del governo keniota di chiudere le moschee della costa (Malindi e Mombasa) e di accanirsi contro la popolazione keniota di fede mussulmana non fa altro che aumentare l’odio dei mussulmani e il reclutamento terroristico.

A livello regionale i Presidenti dell’Uganda e Rwanda pudicamente esternano la loro soddisfazione. La road map che ha portato al ritiro delle accuse da parte della CPI è stata delineata nel 2013 dai presidenti Yoweri Museveni e Paul Kagame che hanno creato presso l’Unione Africana un fronte contro il Tribunale dell’Aia, accusato di accanirsi esclusivamente contro l’Africa e di assicurare l’immunità a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna per i crimini contro l’umanità commessi negli ultimi venti anni in Medio Oriente e Africa. Le reazioni delle cancellerie occidentali sono state molto timide. Nessuna di esse ha commentato positivamente o negativamente la decisione presa dalla CPI. Il Kenya è considerato un paese strategico dell’Africa Orientale. Dopo il tentativo di utilizzare la CPI per rimuovere il presidente Uhuru Kenyatta, sospettato di aver affinità con Pechino, le potenze occidentali ora preferiscono, dinnanzi all’evidente fallimento, di non schierarsi per non perdere l’opportunità di partecipare allo sfruttamento dei immensi giacimenti petroliferi  e di gas naturale scoperti recentemente nel paese.

Il ritiro delle accuse al presidente Kenyatta è una sconfitta preannunciata fin dall’inizio del processo, tramite i vari ed inspiegabili rinvii delle udienze. La Corte Penale Internazionale esce completamente discreditata dall’affare dimostrando che in realtà l’istituzione predisposta a tutelare le vittime di olocausti e crimini contro l’umanità è totalmente sottomessa a giochi di potere della politica internazionale. La decisione presa renderà ora difficile proseguire processi e inchieste contro altri illustri imputatati africani rendendo il Tribunale dell’Aia uno strumento totalmente inadeguato per garantire la giustizia. Sensazione rafforzata dall’evidente impossibilità di perseguire i criminali di guerra e contro l’umanità appartenenti al mondo. Occidentale quello “civilizzato”. Il Giudice Supremo Bensouda dinnanzi alle domande dei giornalisti si trincea in un vergognoso: “No Comment”.

Rimane in vigore il processo contro il Primo Ministro William Ruto. Esperti regionali scommettono che questo processo si risolverà con una assoluzione per mancanza di prove in quanto una condanna di Ruto farebbe crollare il governo keniota e alimenterebbe pericolose tensioni etniche tra Kikuyu e Kalengine (la tribù di Ruto). Uno scenario non certo desiderato dall’Occidente che, nel caso del Kenya, ha permesso che gli interessi economici prevalessero sulla giustizia. La conclusione del processo Kenyatta mette definitivamente al riparo i veri ideatori del tentato genocidio: l’ex presidente Kibaki e l’ex Primo Ministro Odinga. Questi due mastermind sono sempre stati protetti dalla comunità internazionale e la CPI si è limitata ad aprire inchieste contro Kenyatta e Ruto, in realtà due semplici sgherri che hanno eseguito i criminali piani di Kibaki e Odinga. La CPI ha volutamente ignorato il “Dossier Wakiredatto dal Giudice keniota Waki e consegnato alla CPI nel 2010. Il dossier conteneva prove inconfutabili dei mandatari del crimine: Kibaki e Odinga.  Per la loro lealtà i due sgherri Kenyatta e Ruto  sono stati successivamente premiati con le più alte cariche dello Stato. Cosi funziona il Kenya degli anni Duemila.

 

 

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