martedì, Giugno 22

La scommessa di Matteo Renzi field_506ffb1d3dbe2

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Matteo Renzi ha parlantina sciolta e linguaggio immaginifico, anche se quando parla non sai bene se stai ascoltando Maurizio Crozza, che ne fa la caricatura, o è il Sindaco di Firenze a fare il verso al suo imitatore. Come sia, Renzi sembra aver fatto sua la parola d’ordine del fortunato, recente libro di Aldo Cazzullo, ‘Basta piangersi addosso’. Così, se si registra un tasso di disoccupazione che oltrepassa il 12 per cento, per uscirne, occorre pensare «ad una maggiore flessibilità in uscita, ma lo Stato deve garantire una indennità per i primi due anni di disoccupazione per mantenere la famiglia e un sistema serio di formazione professionale». I costi e gli sperperi della politica, che tanto fanno imbestialire la gente comune costretta a fare economia anche di un euro? «La politica deve dare una sforbiciata su se stessa, altrimenti non siamo credibili. Solo così avremo la credibilità per poter intervenire sull’occupazione e la scuola». E la legge elettorale, quella che, a parole, deve sostituire, dicono tutti, l’aborrito Porcellum? «Mi va bene qualunque modello di legge elettorale che garantisca governabilità ed eviti gli inciuci». Inutile chiedergli qualcosa di specifico; ne caverete solo un ostentato ottimismo, circa la possibilità di approvare la riforma entro febbraio; accompagnato a un avvertimento ad Angelino Alfano: «La legge elettorale la faccio con tutti, non tengo fuori Beppe Grillo e Silvio Berlusconi».

Le promesse e gli annunci programmatici non finiscono qui: Renzi promette l’abolizione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione: «Al di là di cambiare la Bossi-Fini che cambieremo, glielo garantisco, voglio immaginare che c’è una speranza per il futuro grazie alla gente meravigliosa che vive a Lampedusa o nella terra dei fuochi. Lampedusa è il cuore dell’Europa che immaginiamo, non è solo l’emergenza».

Basta così? Certo che no. Ed ecco una novità. Che proprio novità non è: l’aveva proposto, pensate un po’, Ernesto Rossi subito dopo la guerra: l’esercito del lavoro. Forse Renzi ne ha sentito parlare, forse no, fatto è che propone di creare «un servizio civile obbligatorio a livello europeo. Dobbiamo avere il coraggio di dire che l’Europa può essere il luogo della speranza».

Ci manca la promessa di far arrivare i treni in orario, e c’è tutto…

Ora non c’è dubbio che Renzi sia uno dei pochissimi leader emersi in questi mesi turbolenti che vede un inquietante calo di credibilità e di capacità della classe politica. La mediocrità sembra essere la cifra di chi rappresenta, ed è un qualcosa di così diffuso che oltre un quarto dell’elettorato non si scomoda neppure ad andare a votare, non avendo alcuna fiducia in nessuno dei vari contendenti. E’ da credere che il partito del non voto crescerà ulteriormente in occasione delle elezioni per il Parlamento europeo.

Se Renzi, che ha strabattuto i concorrenti alle Primarie dopo la lunga corsa all’indomani della sconfitta con Pierluigi Bersani, abbia la stoffa della guida di un partito e, in prospettiva, di un Governo, non sapremmo dire. Saper dire quello che la gente vuole sentirsi dire è cosa ben diversa dal saper governare; se lo statista è chi sa adottare, quando sono necessarie, politiche impopolari per non essere anti-popolari, di statisti in giro ser ne vedono ben pochi; ed è probabile che Renzi, abituato a prender decisioni sulla base dei risultati dei sondaggi, non rientri nella categoria. Però, come per tutti, occorre lasciar trascorrere i famosi cento giorni della ‘luna di miele’; poi si cominceranno a tirare le somme.

Fin da ora, tuttavia, si può dire che Renzi rischia di scivolare nell’infida palude del politichese, nelle mortifere sabbie mobili delle riunioni di vertice, degli annunci e dei rinvii. Che sappia e possa invertire una tendenza che è caratteristica non di questo Governo, ma della politica italiana in genere, è cosa che ci si può augurare, ma senza coltivare eccessive illusioni.

La riforma elettorale può essere un emblematico banco di prova. Al di là delle affermazioni e delle dichiarazioni di principio, Renzi tratta con Denis Verdini, ma anche con Enrico Letta e attraverso lui con Alfano, e lo stesso Grillo. Un percorso obbligato, dice il Sindaco, «perché la riforma elettorale deve avere un ampio consenso». Ma è anche un logorante percorso ad ostacoli, pieno di trappole: rinvii, discussioni infinite in commissione, audizioni di tecnici, vertici. Bella (e forse impossibile) impresa riuscire da dare entro gennaio un giudizio di merito sulla sospirata riforma, anche perché in agenda ci sono altre importanti scadenze; il piano del lavoro, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, per dirne di due.

Come sia possibile mettere d’accordo anche solo sul dover dire ‘Buongiorno’, persone come Grillo, Renzi e Berlusconi è qualcosa che sfida le leggi della fisica e della logica. Renzi, insomma, dovrebbe cominciare a ragionare su questi dati di fatto, e magari prepararsi a una exit strategy non appena dovesse rendersi conto che rischia di essere ingoiato dalle sabbie mobili in cui rischierebbe di affossarsi la sua figura di leader.

Si spiega così la ‘politica’ di Renzi: cercare di rovesciare il tavolo dei vertici. Il messaggio che giorno dopo giorno il Sindaco manda a Letta, Alfano, Berlusconi e Grillo, in buona sostanza è: basta cincischiare, basta con queste storie, se non se ne viene a capo si finisce col far trionfare iforconi’. La scommessa è questa: nuova legge elettorale, e subito dopo chiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere, e di andare al voto subito col voto proporzionale voluto dalla Suprema Corte con la sua sentenza. Il Parlamento che ne uscirà sarà rappresentativo di tutta la politica italiana, di tutte le sue sfumature e sensibilità; e potrà diventare la nuova Camera Costituente per la nuova Costituzione. Dunque, voto a maggio? La scommessa del Sindaco è questa. Se riuscirà nell’impresa, potrà aspirare ad essere promosso da leader a uomo di Stato. E questo, per il momento, è tutto.

 

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