lunedì, Luglio 26

La schiavitù del XXI° secolo field_506ffb1d3dbe2

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Le leggi di Hong Kong sulla tratta di esseri umani sono del tutto inadeguate. Sopratutto considerando che l’isola costituisce uno dei principali hub in cui si riversa il traffico di tutto il quadrante asiatico. E’ quanto emerge da un rapporto realizzato dal Justice Centre Hong Kong e Liberty Asia, ripreso dal ‘South China Morning Post’  la scorsa settimana. Il Governo della regione amministrativa speciale, avvertono le due associazioni, non può continuare a coprirsi dietro un dito, dichiarando guerra alla prostituzione ma ostinandosi ad ignorare il ben più ampio problema dei lavori forzati che, secondo gli attivisti, ricorre nel 68% degli episodi riguardanti la tratta di essere umani.

A differenza di Taiwan e Macao, il Porto Profumato mancando di una legislazione organica contro il traffico di essere umani, si limita a gestire il problema con alcune disposizioni frammentarie. Che tuttavia, secondo il Portavoce del Security Bureau, prevederebbero pene  «sufficientemente stringenti», con un periodo di detenzione massimo che va dai dieci anni all’ergastolo. Lo scorso settembre il Dipartimento di Giustizia ha emendato il Prosecution Code per definire i casi di ‘sfruttamento umano’, andando ad abbracciare le attività che sviliscono il valore della vita umana, compreso lo sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, la servitù domestica, la servitù per debiti e il prelievo di organi. Eppure, come sottolinea il recente studio, l’assenza di una legislazione fa sì che, nonostante le ultime modifiche, la trattazione di questi casi all’interno di un tribunale rimanga un’eventualità molto improbabile.

«Una legislazione sparpagliata costituita da differenti ordinanze fa passare la voglia di affrontare il traffico di essere umani in relazione ai lavori forzati» spiega Archana Sinha Kotecha, presidente di Legal at Liberty Asia. E nonostante le autorità sostengano la  «solidità dell’attuale quadro normativo», per il Dipartimento di Stato americano gli sforzi messi in campo finora valgono a Hong Kong un misero posticino accanto a Congo e Serbia.

Il rapporto giunge in un momento di particolare tensione. A Hong Kong il nuovo anno si è aperto con il caso di Erwiana Sulistyaningsihl, giovane domestica di Java seviziata per almeno otto mesi dalla sua datrice di lavoro, una quarantenne accusata di essere già responsabile di violenze su altre due cameriere indonesiane. Tra gennaio e luglio 2013, 2.172 domestici stranieri hanno ottenuto l’estensione del visto per risolvere dispute legali con datori di lavoro e agenzie, tuttavia le autorità di Hong Kong non hanno riportato nemmeno un caso di traffico di esseri umani legato ai lavori forzati. E sebbene lo scorso anno vi sia stato un record di reclami contro le agenzie di collocamento, tuttavia il Dipartimento del Lavoro ha revocato la licenza soltanto ad uno dei 1.200 enti operanti in città.

Secondo stime ‘prudenti’ dell’ILO (International Labor Organization) nel mondo ci sono 53 milioni di domestici, per la maggior parte di sesso femminile, il 60% in più rispetto alla metà degli anni ’90 del secolo scorso. Numeri che potrebbero rasentare le 100mila unità, stando a valutazioni più realistiche. Il 41% lavora nella regione Asia-Pacifico, dove assumere degli aiutanti in casa è pratica ormai consolidata tra le famiglie più benestanti. Molti vengono da Filippine, Indonesia, Sri Lanka, Nepal, Bangladesh e Myanmar e si riversano a Taiwan, Singapore, in Malesia e a Hong Kong, oggi uno dei luoghi con maggiore densità di domestic helper al mondo.

L’ex colonia britannica ha aperto le porte a colf e badanti straniere attorno alla metà degli anni ’70. Al momento una famiglia su otto -una su tre in caso di figli- si avvale dell’aiuto di un domestico perlopiù straniero. Una categoria che rappresenterebbe il 10% della popolazione lavoratrice e il 4,4% della popolazione complessiva, come riporta Quartz.

Nell’Asia Orientale Hong Kong è sempre stata una meta particolarmente gettonata in ragione di una serie di protezioni ‘apparenti’ che sulla carta assicurano ferie retribuite, un giorno di riposo alla settimana e canali legali attraverso i quali segnalare eventuali reclami. Eppure da anni la regione amministrativa speciale mantiene un doppio standard che prevede un salario mensile (sulla base di 48 ore settimanali) di 4.010 HKD per i lavoratori domestici stranieri, e una paga tra i 5.760 e i 6.240 HKD per tutti gli altri.

«Gli stipendi per i domestic workers sono addirittura calati» ha dichiarato Fish Ip, managing director dell’International Domestic Worker Federation. «Tenendo conto dell’inflazione e del valore del dollaro di Hong Kong rispetto alle altre valute, molti collaboratori si trovano a guadagnare meno di quanto prendevano 16 anni fa» Anche se tra il 1998 e il 2012 il salario medio mensile è aumentato del 15%, tuttavia lo stipendio mensile minimo per i camerieri stranieri è salito soltanto del 3,9%, ovvero  di 150 HKD.

Le politiche dei salari adottate dal Porto Profumato si ripercuotono su tutto il quadrante estremo orientale, dato che un aumento o una diminuzione degli stipendi sull’isola rischia di influenzare le scelte dei lavoratori in procinto di partire. «Altri Paesi possono trovarsi a corto di domestici se stabiliscono un salario minimo molto più basso, giacché tutti vorranno emigrare a Hong Kong», spiega Reiko Harima, managing director della Ong Asian Migrant Centre.

A Taiwan le retribuzioni si aggirano sui 15.840 TWD (510 dollari) al mese, a Singapore oscillano tra i 316 e i 475 dollari, in Malesia, dove la vita è molto più low cost rispetto a Hong Kong, un domestico riceve tra i 400 e i 600 ringgit (121-181 dollari). Come sottolinea l’ILO, il Governo di Kuala Lumpur sembra aver guardato proprio a Hong Kong quando lo scorso anno, alzando il salario minimo per tutti i lavoratori del Paese, ha deciso di lasciar fuori i domestici stranieri. Al fattore economico scoraggiante si aggiungano i ritmi di lavoro particolarmente serrati. Secondo uno studio di Amnesty International, ripreso da Quartz, un terzo delle colf di Hong Kong intervistate ha dichiarato di lavorare 17 ore al giorno. Molte di loro hanno affermato di avere a disposizione un unico giorno di pausa alla settimana, per un totale di oltre 100 ore lavorative spalmate su sei giorni.

Nell’ex colonia britannica si pensa sia lecito maltrattare coloro che svolgono mestieri ‘sporchi’, con il risultato che oggi i domestici vengono considerati gli schiavi dei tempi moderni. Una serie di politiche draconiane espongono i lavoratori domestici emigrati sull’isola ad abusi sul genere sperimentato da Erwiana Sulistyaningsihl. Lo scorso anno una coppia è stata arrestata per aver bruciato con un ferro da stiro e percosso con la catena di una bicicletta la propria cameriera. A gennaio un’altra donna è finita in manette con l’accusa di aver picchiato e strattonato per i capelli la sua governante bangladese.

Il Governo ha cercato di arginare il fenomeno varando misure dubbie, che sembrano girare intorno al problema senza estirpare le cause alla radice. Una nuova regola vieta il rinnovo del visto per quanti hanno cambiato datore di lavoro più di tre volte in un anno, rendendo ancora più difficile sfuggire ai propri carnefici in caso di violenze. Fin dal 2003 Hong Kong richiede che i domestici stranieri vivano nella casa in cui lavorano, con il risultato che questi vengono spesso sottoposti a turni infiniti, oltre a risultare maggiormente esposti a soprusi. Stando a quanto racconta Adwina Antonio, direttore esecutivo di Belthune House, rifugio per colf e badanti, nei primi nove mesi del 2013 il centro aveva già ricevuto 7.000 segnalazioni di abusi, contro i 3.000 del 2012. Cifre che appaiono realistiche se si pensa che due terzi dei domestici intervistati da Amnesty International ha ammesso di aver subito violenze fisiche o psicologiche.

E mentre le autorità locali arrancano per stare dietro al fenomeno, il circolo vizioso continua a trascinare dentro sempre nuovi e più disperati Paesi. Negli anni ’80, come l’economia della Repubblica popolare ha cominciato a risalire la china, i domestici cinesi hanno volentieri lasciato il loro posto ai colleghi filippini. Negli anni ’90 è stata la volta delle cameriere indonesiane, disposte spesso ad accettare una paga pari alla metà di quello che allora era il salario minimo consentito. Ora che filippini e indonesiani diventano più consapevoli dei propri diritti (il Governo di Jakarta ha promesso di fermare l”esportazione’ dei propri domestici entro il 2017) arriva giusto in tempo altra manodopera da Bangladesh, Nepal e Birmania. Proprio dal Paese dei pavoni, nei prossimi tre mesi, dovrebbero giungere altre 200 collaboratrici che il rapporto di Justice Centre Hong Kong e Liberty Asia giudica facili vittime a causa della loro incapacità a comunicare in inglese e cantonese, il dialetto più diffuso a Hong Kong.

Per anni lo sfruttamento è stato incoraggiato dai piani alti, giacché i Paesi d’origine hanno incentivato la migrazione per attenuare il problema disoccupazione entro i propri confini, mentre il Porto Profumato, a corto di manovalanza, ha bene accolto le nuove arrivate disposte a fare una professione snobbata dalle donne locali. Nel 2012 le aiutanti straniere hanno contribuito per il 5% del Pil della regione amministrativa speciale, fornendo a entrambi i genitori della middle class la possibilità di lavorare lasciando i propri figli in buone mani. Non solo. Sembrano persino aver messo una toppa là dove il welfare locale risulta carente, prendendosi cura della popolazione più anziana in rapida espansione.

 

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