venerdì, Settembre 17

La scelta di Fabiano

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Vent’anni orsono, all’incirca, una stretta collaboratrice del vescovo di Livorno di allora, aveva rivelato di essere stata intima di sua eccellenza. Scalpore mediatico, forse comprensibile. Poche ore dopo un editoriale del direttore di ‘Avvenire‘, raccontava che non poteva essere vero. Mi ero chiesto da dove avessero tratto tante certezze in cosi poche ore, naturalmente non ci sono risposte, forse lo avevano deciso prima. Venire a capo di un intrico del genere richiede anni, ma il giornale dei vescovi non aveva dubbi, si schierò per il pesce più grosso.

Una testata fa il suo mestiere, stare dalla parte delle cose e delle persone in cui crede, perAvvenireè cosi sempre, anche quando si tratta delle cose più delicate, quelle in cui il dubbio dovrebbe essere l’ospite principale. Dov’è assente il dubbio, mancheranno le domande, non ci sarà progresso.

È stato così anche per la morte di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, cieco e tetraplegico da quando un rovinoso incidente d’auto, avvenuto tre anni fa, lo aveva posto in una condizione che il diretto interessato riteneva insopportabile e senza uscita. Un giudizio soggettivo, quello di Fabiano, ma certi giudizi non possono che essere soggettivi, perché l’intensità del dolore la conosce solo chi lo porta sulla propria pelle e non l’osservatore, anche quando è un abile teologo o un giornalista esperto.

Inutile dire che lo stesso giornale si è messo a redarguire tutti coloro che invocano il suicidio assistito, una pratica peraltro non presente nel testo sul fine vita in discussione. Abbiamo letto, sul quotidiano, testimonianze selettive, sbilanciate, esaltazione di coloro che resistono, malgrado le sofferenze, malcelato biasimo per coloro che cedono. Non esplicitato, però, lo si lascia intuire per contrasto. Peccato che nessuno degli interessati sia passato per i territori oscuri attraversati da Fabiano. Ricordano i cinefili che leggono solo recensioni e non vanno mai al cinema. Inutile ricordare a costoro che la sofferenza, così come la responsabilità, è personale.

Ma la parte meno comprensibile di certi atteggiamenti padronali sulla vita degli altri, è il retro-pensiero che una volta concepita una possibilità, se ne approfitti in massa, come i bambini con la Nutella. Se prevediamo per legge che in condizioni estreme si possa chiedere di essere aiutati a morire, diversi cattolici, anche quelli più istruiti, cominciano a pensare che domani mattina tutti si metteremo in coda per godere dell’offerta. È questo ciò che rende tutto insopportabile, perché privo di umanità.  Mi chiedo, ad esempio, perché il giornale dei vescovi non prende le distanze da certi squilibrati, bulimici e incapaci di prendersi cura del loro corpo, che tirano in ballo Hitler in modo inappropriato e parlano a nome dei valori della famiglia e del cattolicesimo. Già, ma questo non si può fare, non conviene, perché le guerre si combattono con tutti gli effettivi, anche se omofobi e razzisti.

Nei giorni scorsi, un sacerdote, alle prese con mille emergenze quotidiane, un individuo fortemente incarnato, distante anni luce dai teologi che dal salotto dicono cose sublimi, mi aveva girato questa lettera, appena ricevuta da, «una persona splendida rimasta gravemente menomata da un incidente stradale». Parole che meritano ascolto. «Provo ribrezzo per alcuni articoli, come quello di ‘Avvenire’, perché mettono arbitrariamente a confronto la situazione di un handicappato grave con quella di un uomo cieco, tetraplegico  -e fin qui- allettato, tracheotomizzato e alimentato con un sondino. La capite la differenza? Articoli e post che contrappongono disabili ‘eroi’ assistiti da una rete di affetti ad altri che, di conseguenza, sarebbero ‘deboli’ e privi di affetti significativi. È questo il modo di difendere la vita e il magistero della Chiesa? Ingenerando sensi di colpa in persone malate e rispettivi familiari? Dividendo sempre la società tra fazioni, e i cattolici in ortodossi e non? Provo ribrezzo anche per chi tira un morto da una parte e dall’altra del confronto ideologico. Provo ribrezzo perché non c’è una legge sul testamento biologico, che metta ordine tra il diritto alla salute, le cure palliative e l’accanimento terapeutico. Mi arrabbio, molto, anche con i disabili ‘eroici’: a volte sarebbe meglio non ostentare la propria ‘forza’, ricordandosi della ‘debolezza’ che è toccata agli altri. Perché, diciamocelo, ognuno sa il suo».

Ecco, se invece di cercare complici per raccontarci che la vita non è nella disponibilità del suo titolare ma di agenzie che si frappongono tra l’uomo e il trascendente, forse comincerebbero a girare sentimenti e non solo freddi ragionamenti, forse potremmo sentire persino qualche eco di compassione.

Penso alla madre di Fabiano, disperarsi mentre la mano del figlio scivolava dalla sua, irrimediabilmente, mentre quella creatura che 40 anni prima aveva tenuto in grembo, ora precipitava in un pozzo nero di cui nessuno, tantomeno il vescovo Vincenzo Paglia, conosce il fondo, sebbene molti pretendano che crediamo alle loro parole, per fede.  Mi domando che senso abbia dire «Tutto questo mi rattrista molto. Deve rattristarci tutti, e anche interrogarci». Ecco, ma mi piacerebbe sapere dal vescovo cosa succede dopo che ci siamo rattristati, e se monsignore possiede qualche risposta che non sia tirare la palla in tribuna cercando di impedire, insieme alla bella compagnia, che venga approvata la legge sul fine vita. Compagnia di cui è un pezzo grosso anche l’onorevole Eugenia Roccella, che invece di mettersi al servizio della giustizia, cerca di imporci i suoi bigottismi, attraverso un’omelia ipocrita e indegna di una rappresentante delle istituzioni: «Uniamo il nostro dolore a chi voleva bene a Dj Fabo. Aiutare a morire chi, per disperazione, malattia, o qualunque altro motivo, voglia porre fine alla propria vita, vuol dire costruire una società da cui fratellanza e solidarietà sono escluse»«L’angoscia e la solitudine sono sentimenti che non si possono eliminare dall’esistenza, ma solo affrontare, stringendosi nell’amore e nella solidarietà. Se la risposta al dolore umano diventa il suicidio assistito, ogni forma di disperazione potrà essere risolta con l’eutanasia: la morte di un figlio è un dolore meno atroce della tetraplegia? La depressione profonda è meno grave della cecità?». Quanta confusione gratuita, al servizio del proprio elettorato.

Quando ti muore un figlio, onorevole, o quando sei gravemente depresso, tu ci sei ancora, tutto intero, e da questo puoi trarre le risorse necessarie per batterti, persino per sperare di vincere. Ti rimangono gambe, cervello, cuore, tutto quello che serve per raggiungere delle mete. Meglio non mischiare le carte e non usare parole compassionevoli, a cui non si crede. Se, invece, sei cieco, tetraplegico, se puoi respirare e nutrirti solo perché una macchina te lo consente, e se tutto questo è irreversibile, allora spetta solo a te decidere quando è venuto il momento. Con sincerità, perché non ci sono elettori da accontentare.

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