sabato, Ottobre 23

La Scala delle sette meraviglie Pereira e gli allestimenti di Salisburgo

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la scala milano5 

“… son ricco d’onore, baccelliere mi fe’ Salamanca.”

Francesco Maria Piave. “La forza del destino”  

 

Sembrava che avesse cominciato male, quale sovrintendente in pectore, con quell’incontro con i loggionisti in cui li aveva invitati a non fischiare gli spettacoli della Scala, (altrimenti, a suo dire, i grandi cantanti non sarebbero più venuti). Comincia, invece, malissimo con l’acquisto di sette allestimenti per conto del Teatro (dopo le polemiche diventati quattro!) dal Festival di Salisburgo di cui è ancora (fino a settembre) direttore. I sette allestimenti, Don Carlo, Trovatore, Falstaff, Rosenkavalier, Lucio Silla, Maestri cantori, Finale di partita (opera dell’ungherese Kurtag), tutti realizzati sotto la sua gestione a Salisburgo, sarebbero stati aggiudicati alla Scala per poco meno di 1.200.000 euro. Questa la notizia.

Era cominciato tutto su alcune testate straniere che avevano considerato la vendita degli allestimenti del Festival (gestito da Pereira) alla Scala (che sarà gestita da Pereira dal prossimo ottobre) come un curioso episodio di vendita a se stessi. Oppure, più maliziosamente, una boccata d’ossigeno per le finanze del Festival disastrate proprio dalle costose scelte del suo sovrintendente. I primi a parlarne erano stati il quotidiano americano on line “Musical America.com”, la “Radio Salzburg” ed il quotidiano “Heute Salzburger Nachrichten”, e solo dopo il clamore suscitato da queste testate ci si è accorti, anche in Italia, che qualcosa di strano stava avvenendo.

Tanto strano che nel Cda tenutosi qualche giorno fa, sono state chieste spiegazioni allo stesso Pereira, soprattutto da parte del sindaco Pisapia che si è trovato sotto ovvia pressione politica. A questo si aggiunga la perentoria richiesta di chiarimenti da parte del Ministero che attende una relazione chiarificatrice e che minaccia di non ratificare la nomina  del nuovo sovrintendente (designato con un inusuale anticipo per la prassi ed i costumi italiani).

Ovviamente c’è una questione sostanziale: Pereira non può firmare contratti per la Scala quando ancora è soltanto sovrintendente designato e non ha acquisito le prerogative e le potestà del ruolo. C’è, poi, una questione formale: vendere a se stessi, cosa resa possibile dall’essere contemporaneamente al vertice di due istituzioni. Tutto ciò suscita dei legittimi dubbi, visto che i denari provenienti dalla Scala andrebbero a ripianare il debito creato dallo stesso Pereira nella gestione, definita “opulenta” del Festival di Salisburgo. Siamo, quindi, di fronte ad un chiaro “conflitto di interessi”. C’è, infine, una questione di opportunità: laddove non si è ancora entrati appieno in un ruolo, che è mantenuto saldamente da altri, è il caso di muoversi in maniera così rumorosa e grossolana, di prendere tante iniziative, di fare più del necessario?

Da quanto sopra, deriva una serie di facili considerazioni. In primo luogo l’assoluta mancanza di continuità con la gestione precedente, visto che Lissner, sovrintendente in carica, ha detto di non aver firmato nulla. È evidente, quindi, che tale sbandierata continuità con l’attuale gestione (tanto da far nominare il nuovo sovrintendente ben un anno prima della decadenza del precedente, con la scusa di semplificare ed addolcire il passaggio di consegne) è solo di facciata. Lissner, infatti, non è stato minimamente coinvolto nell’iniziativa. Del resto è da tempo che circolano voci sul fatto che tra i due non ci sia una perfetta “consonanza”.

In secondo luogo c’è da fare una considerazione sul tipo di teatro che vorrebbe fare Pereira: di fatto, un teatro da provincia, dove quasi tutti gli allestimenti vengono acquistati, neanche coprodotti, riproponendo, in toto, stagioni operistiche già ideate e realizzate altrove. Insomma, un teatro d’opera omologato, in fotocopia, con gli stessi allestimenti, le stesse regie, gli stessi artisti, le stesse idee di tutti. Esattamente il contrario di quanto dovrebbe avvenire alla Scala. Il primo teatro italiano (e mondiale), infatti, dovrebbe prevalentemente esportare i suoi allestimenti, non acquistarli massicciamente, e dovrebbe rappresentare la vetrina del bello e del buono operistico a livello planetario. 

In terzo luogo l’inopportunità dell’acquisto di quegli allestimenti, si manifesta intanto nell’acquistarli tutti insieme (temeva Pereira che sarebbero andati a ruba e che qualche teatrino del centro Europa gli potesse fregare il “Lucio Silla” o il “Finale di partita”?)  e poi nel fatto che il presunto “affare”, in realtà non lo sia affatto, perché oltre al danno di immagine, tiene fermi per mesi i laboratori scenotecnici del Teatro, tra i migliori del mondo, aggiungendo al costo delle scenografie il costo della mancata utilizzazione di una struttura così importante, cosa che ha creato, ovviamente, tensioni sindacali.

Se fosse ancora necessario dovremmo dire che tutta l’operazione tradisce un provincialismo delle scelte, di chi non ha la vera misura dell’ambito in cui sta operando e che ripropone ovunque lo stesso modus operandi, e certifica una evidente incapacità di programmazione, perché, a fronte di una possibile scelta tra migliaia di titoli d’opera, si va a riproporre  quanto realizzato negli anni correnti da un’altra istituzione.

Segnaliamo, dunque, al Cda della Scala, come sia arrivato il momento di scindere il ruolo di sovrintendente da quello di direttore artistico, perché quantunque un sovrintendente possa considerare economicamente vantaggioso l’acquisto in blocco di sette allestimenti, nessun direttore artistico vero lo avallerebbe: sarebbe come lasciare ad altri le scelte che gli competono! Ribadiamo che per fare il direttore artistico è necessaria una cultura musicale profonda, una personalità ed una autorevolezza artistica, altrimenti con quali criteri si sceglieranno le programmazioni, i cantanti, i direttori, i registi, si potrà dare una linea di condotta libera, propria, giusta, corretta, adeguata al primo Teatro del mondo?

Pereira insiste col dire che La Scala ha fatto un affare, ma, intanto, le sue iniziative verranno valutate nei prossimi due Cda straordinari che si terranno a breve (il prossimo era già programmato per il 12 maggio, ma è evidentemente troppo in là). Il sindaco Pisapia, presidente della Fondazione della Scala, vuole vedere le carte che fornirà il sovrintendente “in pectore”, ma, si può ritenere, che sia solo un passaggio formale: probabilmente il suo destino è già segnato. Dopo il Ministero, anche il presidente Maroni ha chiesto chiarimenti che se non arriveranno, faranno si che “Pereira non potrà continuare a ricoprire quel ruolo”.

Intanto, gli aspiranti sovrintendenti alla Scala affilano le armi e si preparano ad una inaspettata, nuova lotta per la successione a Lissner. Qualcuno ha già fatto il nome del regista franco-libanese Pierre Audi che è a capo dell’Opera Nazionale Olandese: non sarebbe meglio iniziare a pensare ad un italiano per il Teatro che rappresenta l’eccellenza italiana e l’eccellenza mondiale in una cosa inventata dagli Italiani e nella quale essi hanno la più straordinaria e riconosciuta tradizione a livello planetario? E soprattutto quando si sceglierà un sovrintendente, ad esempio, vagliando dei progetti preliminari relativi ad obiettivi e programmi?…

 

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