lunedì, Ottobre 25

La saga di Mubarak

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Riyad – L’ex Presidente egiziano, Hosni Mubarak, è stato processato il 29 novembre per gravi accuse di omicidio di massa e corruzione in un’udienza cruciale che ne ha deciso (forse) la sorte dopo circa quattro anni di prigione. L’assoluzione agognata dall’ex Presidente c’è stata, ma la Procura generale egiziana ha deciso di ricorrere in appello contro il verdetto. Secondo il pubblico ministero Hesham Barakat, un’analisi delle motivazioni del verdetto ha rivelato vizi di forma che hanno compromesso il giudizio. La corte d’appello dovrà ora decidere se accettare il ricorso e ordinare un nuovo processo oppure respingerlo, confermando il verdetto che ha assolto Mubarak.

Una vicenda iniziata nell’aprile del 2011 con la custodia cautelare sua e dei suoi due figli. Questo processo marcherà la storia dell’Egitto: la Corte di Cassazione del Cairo revocò il verdetto del primo processo che vedeva il Presidente Mubarak condannato a venticinque anni di galera per le stesse accuse e lo rimandò a giudizio. L’epilogo di questo processo (positivo o negativo che sia per Mubarak, i suoi detrattori o i suoi accusatori) aiuterà a definire sia il modo in cui l’Egitto  si vede oggi, sia gli ultimi trentaquattro anni di storia Egiziana.

La vicenda di Mubarak è di natura unica, di proporzioni epiche e di significato complesso e va al di là delle nostre opinioni riguardo la politica egiziana, di come possiamo giudicare lo stesso Mubarak e della nostra posizione circa gli affari del Medio Oriente. È composta semplicemente da tre tragedie: la tragedia di un uomo, di una famiglia e di una nazione, erede del paese più antico nella storia del genere umano. A sua volta, questa triplice tragedia è composta da diversi atti: dall’ascesa di Mubarak ad eroe di guerra nazionale (evento risalente a più di quaranta anni fa) si giunge al suo declino nel 2011, seguito da una rivolta durata diciotto giorni e le successive difficoltà legali.   Ognuno di questi atti è determinato da immagini forti che ritraggono momenti drammatici della storia egiziana o della vita di Mubarak.

Atto I: Sorge un eroe nei cieli d’Egitto

Una campagna militare di successo del 1973 aiutò l’Egitto a riappropriarsi della maggior parte delle loro terre perdute a causa di anni di occupazione israeliana della Penisola del Sinai (61.000 km quadrati). Durante i successivi festeggiamenti, un maggiore generale dell’aeronautica militare nazionale fu presentato al popolo egiziano. Quest’ uomo carismatico delle forze armate possedeva un fascino particolare: era colui che incarnava molti dei principi egiziani. Quest’uomo dalle spalle larghe, dai corti capelli ricci e neri, dal naso lungo e dagli occhi che risplendevano di energia e intelligenza sarebbe divenuto il leader d’Egitto con la carica più duratura dai tempi di Mohamed Ali Pasha (che regnò per quarantatre anni durante il XIX secolo).

Il maggiore generale Mubarak fu promosso al rango di tenente generale grazie al ruolo decisivo che ricoprì in guerra, divenendo comandante dell’aeronautica militare. La sua leadership e le sue strategie garantirono il successo all’operazione del 1973, al contrario del precedente disastro sofferto nel 1967.

L’ingresso in politica di Mubarak fu semplice e assicurato. Nel 1975, il Presidente Sadat nominò il nuovo eroe egiziano vice Presidente. Durante il suo mandato, Mubarak gestì con molta efficacia gli affari di politica estera finché il Presidente Sadat non venne assassinato nel 1981 da terroristi islamici fondamentalisti.

Atto II: Una nuova speranza per una Nazione allo stremo

Siamo davanti ad una nazione indebolita da guerre consecutive – 1948, 1956, 1967, 1973 – e che stava imparando a convivere con nuove realtà, in un mondo nuovo, con nuovi limiti e in cerca di nuove opportunità: l’Egitto era in stato di shock quando apprese che il Presidente Sadat pagò la pace con la propria vita, ucciso non da fondamentalisti qualsiasi ma da una cospirazione che implicava ufficiali islamici integralisti. L’Islam politicamente fondamentalista non era considerato una minaccia unicamente per la società egiziana in generale, ma era stato capace di penetrare l’istituzione che l’Egitto valorizzava più delle altre, l’istituzione  patriottica per eccellenza. La piaga del fondamentalismo e del terrorismo aveva raggiunto le forze armate e il suo comandante supremo era stato ucciso da un nemico insidiatosi all’interno.

Mubarak divenne il quarto presidente d’Egitto prima con una nomina del parlamento e successivamente con un referendum. La sua leadership proponeva di combattere la nuova pericolosa ondata di terrorismo islamico, di riappropriarsi del resto delle terre del Sinai, ricostruire l’economia distrutta, apportare equilibrio ad una nazione divisa tra ciò che restava degli ideali nazionalisti di Nasser e l’ideologia di un’apertura frenetica al mercato libero di Sadat ed infine, istituire la democrazia in un paese estremamente analfabeta e che per decenni è stato governato da un unico partito.

La scena sconcertante dell’assassino di Sadat (ricordato come uomo di pace più che di guerra) deve aver lasciato un vivido ricordo nella memoria di Mubarak che si trovava con lui al momento dell’omicidio: alcuni ufficiali partecipanti alla parata militare saltarono giù dal proprio veicolo per raggiungere il palco su cui si trovava il perplesso Sadat ed ucciderlo.

Per decenni, gli ufficiali della sicurezza egiziana e lo stesso Mubarak sono stati coinvolti nella lotta contro i gruppi di fondamentalisti islamici senza però ottenere successo. I loro sforzi non sono riusciti a porre fine a questa minaccia.

Atto III: Un saggio Faraone incontra le difficoltà  d’Egitto

L’Egitto di Mubarak varò riforme ambiziose. Quando fu chiesto al nuovo Presidente cosa lo distinguesse dal suo predecessore, la sua risposta, piena d’autorevolezza e non priva di evidente vanità, fu: “Io sono Hosni Mubarak!”. I suoi obiettivi, chiaramente differenti, facevano però ancora trasparire l’ombra di Sadat.

Negli anni ’80 il Paese trascorse, per la prima volta in circa quarant’anni, un intero decennio senza conflitti, durante il quale Mubarak riuscì a dimostrarsi un eccellente stratega in materia di relazioni internazionali. Nel 1989, l’Egitto recuperò dal dominio islamico la piccola città di Taba, evento che non soltanto ripristinò la sovranità egiziana su tutti i territori riconquistati ma era la prova tangibile del fatto  Mubarak aveva agito pacificamente, con l’ausilio del diritto internazionale. Avendo conosciuto la guerra in prima persona e gli effetti distruttivi che ne produceva, il Presidente aveva rimarcato costantemente la sua opposizione al risolvere i conflitti tramite mezzi militari.

Sulla scena internazionale, Mubarak era una figura di rilievo, rispettato e considerato da molti uno dei leader più saggi e moderni del Medio Oriente. La sua apertura verso l’occidente, la pace instauratasi tra Egitto ed Israele e la sua relazione concreta con gli Stati Uniti furono ciò che scaturì collera e rancore in molti dei suoi nemici, in particolare in coloro che credevano che la  risoluzione del conflitto israelo-palestinese  potesse avvenire solo con l’intervento radicale della milizia.  Queste furono anche le ragioni menzionate dai terroristi che uccisero Sadat per giustificare il loro agghiacciante atto. E Mubarak non era un’eccezione: per tutta la durata del suo mandato, furono quattordici gli attentati alla sua vita messi in atto.

Il tentativo più noto fu quello del 1995 ad Addis Abeba. Mentre era in visita nella capitale etiope per un summit africano, fu teso un agguato da terroristi armati al suo corteo di automobili, ma la sua squadra di sicurezza fu rapida ad agire. Una volta tornato in Egitto, Mubarak apparve in televisione. Il popolo egiziano scese in strada per festeggiare il suo ritorno e per protestare, con rabbia e disprezzo, contro il terrorismo, piaga che tutt’oggi  preoccupa ed interessa maggiormente l’Egitto.

Mubarak contrastò il fondamentalismo islamico con la libertà espressiva che i suoi successivi governi diedero sempre più ad artisti, scrittori e giornalisti. Negli anni ’90, Naguib Mahfouz, laureato in lettere e vincitore del premio Nobel, fu pugnalato da un giovane terrorista islamico fondamentalista ma sopravvisse all’attacco. Farag Foda, un altro intellettuale egiziano, fu meno fortunato. Egli fu assassinato da due terroristi islamici nel 1992 per via della sua opposizione alle loro ideologie.

Al giorno d’oggi, molti sono gli intellettuali che hanno deciso di prendere parte  alla lotta contro il fondamentalismo islamico al fianco di Mubarak, e ciò comprende anche coloro che in un primo momento erano contrari al suo attaccamento al potere. Scrittori, registi e pensatori iniziarono a trarre beneficio dalle riforme istituite da Mubarak, le quali allentavano le censure che regolavano la libertà d’espressione all’interno del paese. In un primo momento, era permesso criticare il potere unicamente con qualche cenno qua e la.  In seguito, le loro idee poterono essere espresse in maniera sempre più diretta. All’epoca della rivolta del 2011, questa libertà raggiunse l’apice con l’uscita di una pellicola che incentrava la sua trama sull’esistenza di un paese fittizio nel pieno della crisi politica e sociale, il cui presidente aveva due figli e di cui uno voleva succedergli in politica. L’ironia sta nel fatto che il film avrebbe predetto l’insurrezione che avrebbe rovesciato Mubarak.

Nonostante la moltitudine di avanguardie culturali, politiche e geopolitiche, Mubarak ha fallito nel dare al suo popolo l’educazione che necessitava. Il sistema educativo egiziano è da sempre stato considerato arcaico ed estraneo ai bisogni che la quotidianità richiede: predilige la pratica di infarcire la mente degli studenti con informazioni che essi debbano conoscere a memoria, piuttosto che un sistema più aperto a stimolare il pensiero critico e la creatività degli stessi.  Ed è proprio la mancanza di un  pensare critico la causa principale della crescita del fondamentalismo islamico.

La situazione che Mubarak dovette affrontare quando salì al potere fu alquanto complessa: i tempi duri degli anni ’80 consistevano nella mancanza di beni di primo consumo, come cibo e determinate medicine, ma Mubarak aprì l’Egitto al mercato estero, incrementando il numero di importi; fece ricostruire le infrastrutture obsolete del paese e attuò l’edificazione di nuove metropoli e strade. L’ostacolo più considerevole (che persiste tutt’oggi) è presentato dal fatto che il territorio egiziano è una landa deserta, dove le risorse idriche sono insufficienti.

Atto IV: La nascita di un Principe poco amato

Esiste un celebre scatto che ritrae il Presidente Mubarak circondato dalla moglie, Susan Mubarak, il figlio maggiore e uomo d’affari, Alaa Mubarak, e il figlio più giovane, il banchiere Gamal, conosciuto nei tardi anni ’90 per il suo interesse nella politica egiziana e coinvolgimento nel consiglio amministrativo del padre.

Fu proprio in questi anni che l’Egitto dovette porre fine alla sua economia pianificata e far spazio ai larghi progetti di privatizzazione ormai già in corso. Il popolo egiziano stava per imparare ciò che significa vivere in un sistema capitalizzato. Con le dimissioni di Mubarak e con la figura di Gamal che acquisiva sempre più notorietà, l’Egitto non stava effettivamente godendosi la considerevole crescita economica acquisita da Mubarak: i guadagni non erano divisi equamente e la corruzione e le disuguaglianze avevano raggiunto livelli scandalosi.

Gamal Mubarak, rappresentante delle riforme estreme istituite dal padre per quel che riguarda il mercato libero, divenne obiettivo di aspre critiche mosse con rabbia veemente. Il popolo egiziano lo percepiva unicamente come il figlio  di un uomo ricco e potente il quale, prima di tornare in patria, visse per lungo tempo in Inghilterra (paese dei colonizzatori del passato).  Reduce dal Regno Unito, si circondò di uomini d’affari di alto calibro mirando ad ottenere la posizione del padre, nonostante non avesse mai discusso tali ambizioni pubblicamente. Inoltre, non giovava alla sua situazione il suo agire da tecnocrate per niente loquace ma dal parlare autoritario. Al contrario di Hosni Mubarak che possedeva l’innata natura del leader, Gamal mancava di quel carisma fondamentale per avanzare in politica e necessario in un paese come l’Egitto, emotivo e labile a livelli pericolosi. Ciò lo portò a non essere sostenuto dalla milizia, istituzione potente e amata dal popolo egiziano che a sua volta percepiva Gamal come una figura debole e senza esperienza. Non aiutava neanche la sua transizione da banchiere a politico e la sua posizione di segretario del padre nel Partito Nazionale Democratico e il suo voler spingere per attuare il supply-side economics, che mai pose rimedio a  povertà e disuguaglianze.

Atto V: Quando la Fortuna cambia rotta

Improvvisamente, si venne a sapere che Mohamed Alaa Mubarak, nipote del presidente, era venuto a mancare di recente. Stazioni televisive, internet e riviste trasmettevano e pubblicavano immagini del defunto ragazzo dodicenne, figlio del membro maggiormente benvoluto all’interno della famiglia di Mubarak, Alaa. Vivere più a lungo dei propri figli è una delle esperienze più tragiche che possa accaderci in vita. Vivere più a lungo del proprio nipote è ancor di più surreale e angosciante. Ancora una volta, la natura emotiva del popolo egiziano venne a galla con  manifestazioni di supporto emotivo nei confronti di Mubarak  e della sua famiglia, nonostante le molteplici avversità socio-economiche che si possano esser presentate in passato e alcune critiche mosse alla sfera privata e familiare di Mubarak stesso. Poi, tutto tornò alla normalità.

Nel 2010, Mubarak fu sottoposto ad un’operazione chirurgica per rimuovere ciò che sarebbe stato rivelato essere cancro allo stomaco dopo l’insurrezione del 2011. La salute precaria e l’ormai età avanzata del Presidente, istallarono maggiormente la paura del domani nel cuore del popolo egiziano. Giravano voci di possibili conflitti di potere che avrebbero impedito a Gamal Mubarak di ottenere la leadership del corpo militare, il quale disapprovava il suo coinvolgimento nelle decisioni statali e di voler mettere fine alle sue speranze di poter succedere al padre.

Ed è proprio nel 2010 che l’Egitto sembrava stesse per implodere:  sembrava che Mubarak stesse perdendo il controllo della situazione, non riuscendo a bilanciare le azioni della polizia di stato – in parte indotte dalla minaccia del terrorismo fondamentalista islamico –  e l’avanzare graduale verso una democrazia concreta. Esplosero diffuse proteste per la morte in circostanze ambigue di un giovane blogger, che fu poi dichiarato vittima di raccapricciante brutalità poliziesca. Alla vigilia dell’anno 2011, i terroristi colpirono ancora bombardando la chiesa di Al-Qiddissin in Alessandria. Mubarak incitò equamente Egiziani, Musulmani e Cristiani a contrastare in maniera compatta il terrorismo.

Atto VI: Caos sulle rive del Nilo

Dopo la rivolta vittoriosa messa in atto in Tunisia, l’Egitto decise nel Gennaio del 2011 di rovesciare il loro leader dopo trent’anni di governo manifestando contro la povertà in rialzo, la disoccupazione cronica, gli alti livelli di corruzione percepiti e il suddetto abuso di potere da parte delle autorità poliziesche. I tre discorsi tenuti da Mubarak durante questi giorni storici ed infernali non riuscirono a placare le insurrezioni che lo portarono eventualmente a dimettersi nel Febbraio del 2011.

In quei diciotto giorni ve n’è uno in particolare che segna esattamente la caduta del regime di Mubarak: venerdì 28 gennaio molti uffici del Partito Nazionale Democratico furono bruciati, le vetture e le stazioni di polizia furono attaccate ed eventualmente la polizia dovette retrocedere. Il Museo Egizio del Cairo fu depredato e i civili formarono gruppi per proteggere le proprie case e gli edifici vitali, proprio come quel museo. Fu fatta irruzione nel penitenziario di Wadi El-Natrun con la successiva fuga di alcuni detenuti tra cui molti dei leader della Fratellanza Musulmana, accusati di cospirazione assieme all’organizzazione palestinese di Hamas.  Tra i fuggitivi vi fu anche Mohamed Morsi. L’Egitto era stato risucchiato in una spirale di violenza senza precedenti dalla quale il paese deve ancora riprendersi.

Durante l’insurrezione, Mubarak dichiarò a Christiane Amanpour della ABC che il suo ritiro prematuro avrebbe creato un vuoto  che avrebbe permesso alla Fratellanza Musulmana l’ascesa al potere, comportando solo caos maggiore.  Ovviamente, per Mubarak, i suoi sostenitori e gran parte del popolo egiziano, ciò significava intraprendere un percorso in discesa, con la paura di come potesse ribaltarsi la situazione della donna nella società egiziana, di come potesse essere soppressa la liberta espressiva (in particolare nelle arti), e di cosa potesse accadere all’indipendenza di un paese guidato da un gruppo la cui ideologia rifiutava l’idea di nazione al di là del califfato.

Si diffusero largamente le accuse che  sostenevano che durante l’insurrezione molti protestanti furono sparati dalle forze di polizia egiziane. Mubarak, i suoi figli e il ministro degli interni vennero arrestati con le accuse di corruzione e omicidio di massa, ma negarono ogni coinvolgimento in questi atti di violenza, scaricando la colpa sulla Fratellanza Musulmana.

Nel primo giorno del primo processo (che avrebbe portato la Corte di Cassazione del Cairo a revocare il verdetto), fece la sua comparsa un ottantatreenne e malato Mubarak, accompagnato dai suoi due figli. Quel giorno, l’aula di giustizia divenne caotica. Tra urla e schiamazzi, uno degli avvocati si rivolse al giudice sostenendo che Hosni Mubarak morì nel 2004 e che l’uomo dinanzi alla corte, che osservava il tutto da un letto d’ospedale, non era altro che un impostore. Il processo fu trasmesso sulle reti televisive dove l’Egitto osservava in diretta lo svolgersi della situazione.  Fuori la corte i protestanti mantenevano cartelli e striscioni su cui vi era raffigurato Mubarak impiccato. Anche nella piazza di Tahrir, simbolo della rivolta, si stava tenendo un cosiddetto processo popolare che risultò nel voler mettere a morte il presidente.  La nazione più antica del mondo aveva perso ogni barlume di coerenza.

Il caos non fece che aumentare e la Fratellanza Musulmana salì al potere. L’Egitto elesse Mohamed Morsi, uno dei fuggitivi del penitenziario di Wadi El-Natrun, come nuovo presidente. Neanche ad un anno dal suo mandato, la popolazione si ritrovò a protestare per le sue dimissioni e per nuove elezioni.

Morsi è ora sotto processo per omicidio di massa e tradimento, con alcune accuse collegate alla sua fuga di prigione del 28 gennaio 2011.

Atto VII: Una nuova alba sulle rive del Nilo

Nel celebre discorso che Mubarak tenne il 1° febbraio, egli promise di non ricandidarsi alle elezioni presidenziali che si sarebbero tenute nel Settembre dello stesso anno. Terminò il suo discorso con parole che i suoi simpatizzanti ripetono tutt’oggi con orgoglio: «Lo Hosni Mubarak che avete di fronte oggi è orgoglioso dei tanti anni che ha speso al servizio dell’Egitto e della sua gente. Questa amata nazione è la mia nazione, così come è la nazione di ogni singolo egiziano. È qui che sono nato. È per lei che ho combattuto. Ho difeso le sue terre, la sua indipendenza e i suoi interessi. Ed io morirò sul suo terreno. La storia giudicherà me come gli altri, per il nostro bene e per il nostro male. Una nazione resta per sempre, ma la gente perisce. E l’imponente Egitto rimarrà eterno».

Oggi l’Egitto possiede un nuovo presidente, Field-Marshall Al-Sisi, che come Mubarak proviene dall’istituzione militare cara al popolo d’Egitto, nonostante la sua formazione grezza. Fu eletto con una vittoria schiacciante dopo un periodo di mutamento e, come il Mubarak di trent’anni fa, possiede una lista piena di incarichi e mansioni: deve guidare il paese verso la ricostruzione di un’economia ormai in pezzi, deve ripristinare l’ordine e la legge, e deve metter una fine definitiva alla continua crescita del terrorismo fondamentalista islamico. Ma a differenza di Mubarak, egli si trova a governare il paese con una costituzione differente che include delle scadenze.

L’Egitto infatti, sta affrontando sfide simili a quelle che si presentarono all’alba dell’era di Mubarak. Ora il caso è ancora in bilico. Come detto da lui stesso, la storia giudicherà lui e gli altri, anche se non è chiaro se si riferisse agli altri leader egiziani o ai suoi oppositori. Ma la storia giudicherà anche il popolo egiziano del ventunesimo secolo e le sue molteplici generazioni, responsabili per lo stato attuale del Paese. Fortunatamente, il domani non muore mai. E il miglior aspetto che caratterizza il Tribunale della Storia è quello di poter sempre ritrovare il giusto sentiero. Per il popolo egiziano odierno ciò significa tornare alla coerenza e al rispetto, sia per la propria grande nazione che per la sua storia, rispetto per la loro condizione e per le opinioni di ciascuno. Solo così, insieme, riusciranno ad affrontare le proprie sfide. Dopo tutto, riappropriarsi della coerenza non dovrebbe essere un compito così complicato per i discendenti di coloro che costruirono le piramidi.

 

Traduzione di Mariangela Pompeo

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