martedì, Agosto 3

La Ruta del Pisco: da Lima a Tacna, un’acquavite nel segno del turismo Il Pisco e la grande disputa: simbolo nazionale, prodotto di consumo ed attrazione turistica

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Tra Augusto Pinochet e Juan Velasco, presidente del Perù, non correva buon sangue. Fascista il primo, militare socialista e populista il secondo, i due sebbene divisi dall’ideologia, erano accomunati da un impetuoso nazionalismo. Il peruviano avrebbe voluto riconquistare Arica, perduta un secolo prima nella sventurata Guerra del Pacifico, il cileno, invece, sognava di oltrepassare la frontiera nord per arrivare fino a Arequipa e conquistare magari di nuovo Lima (ne scrisse a Kissinger, che, però, si dissociò dai propositi guerrafondai dell’alleato). Velasco, era il 1974, comprò 600 carri armati all’Urss con la speranza di vederli percorrere il deserto di Atacama per riconquistare il territorio perduto e Pinochet, per tastare di persona se il vicino stesse preparando davvero la guerra, si recò direttamente a Lima in visita ufficiale. Il regalo che ricevette da Velasco fu una bottiglia di pisco marca ‘Demonio de los Andes’ con cui il dittatore peruviano ci teneva a ribadire due concetti: l’intenzione di dar battaglia sul campo –il demonio delle Ande, infatti, non era altri che lui- e di stabilire una volta per tutte l’origine unicamente peruviana del pisco. La diatriba sull’acquavite non era un tema da poco. Nonostante numerosi documenti storici che attestano la genesi del liquore come prettamente peruviana, il Cile ha sempre tentato di impadronirsi della marca per assicurarsi i cospicui diritti commerciali e l’egemonia su un prodotto che si era rivelato tra i più venduti e richiesti sin dai tempi dell’impero spagnolo. Per Velasco, il pisco era, quindi, un simbolo nazionale da proteggere e la sua disputa era un tema di estrema importanza. Oggi, sono cambiati i protagonisti, le mire dittatoriali e le derive nazionaliste sono lontane, ma quello sul pisco rimane un tema sentito e discusso in entrambi i Paesi latinoamericani.

Un po’ di storia. L’aguardiente più famosa a sud di Panama prende il nome dalla città di Pisco, oggi un agglomerato di case basse che si affaccia sull’oceano, porto peschiero e commerciale di antiche origini, che conta poco meno di centomila abitanti. Situato nel sud del Perù, fondato probabilmente dagli ingegnosi e misteriori Nazca, prende il suo nome dal vocabolo quechua che significa sia uccellino, sia il recipiente dove si conservavano le bevande. Gli spagnoli, che ne riconobbero le doti logistiche, ne fecero un porto importante dal quale si imbarcavano le otri dell’acquavite che si produceva nelle valli circostanti –Ica, Cañete, Chincha-. La qualità del prodotto doveva già essere speciale al tempo, visto che nel 1580 Francis Drake accettò un riscatto in ghirbe di pisco per liberare alcuni notabili della città che aveva preso in ostaggio. La vite era arrivata in Perù già nella prima metà del XVI secolo dalle isole Canarie, ufficialmente per colmare la necessità di provvedere di vino gli altari durante la Messa. Il vino prodotto in quelle lande desolate a ridosso del deserto si rivelò di proprietà disdicevole, ma l’acquavite, invece, fu subito un successo. A venderla e a detenerne il controllo furono i Gesuiti, che fecero di tutto per aggirare le proibizioni emesse in rapida successione dalle autorità civili per evitare che il pisco facesse disastri tra la popolazione autoctona, non solo in Perù, ma anche negli altri territori della Corona spagnola (Panama e Guatemala ne vietarono l’importazione e la vendita). Il divieto rispondeva anche a una questione commerciale, visto che sia il vino che il pisco peruviano minacciavano la vendita dei liquori importati dalla madrepatria. I Gesuiti, disinteressandosi dei divieti che sorgevano in varie parti del territorio coloniale, ne incrementarono la produzione, espandendo i terreni coltivati fino alla fertile valle di Ica. A porre un limite al commercio ci pensò la natura: il terremoto del 1687 e il maremoto che ne seguì distrussero Pisco e Ica, obbligando i religiosi a collaborare prima di tutto per la ricostruzione materiale delle città e solo successivamente a riattivare la coltivazione.

È alla fine del XVII secolo che la coltivazione delle uve da pisco arriva anche sulla costa nord di quello che sarebbe diventato l’attuale Cile, nella regione di Coquimbo e, quindi, ad Atacama. I registri notariali cominciano a denominare pisco l’acquavite che viene citata in quella che è la fonte documentale più importante dell’epoca, ossia i testamenti, ma è nell’Ottocento che la coltura diventa capillare nelle regioni vitivinicole cilene. Del 1882 è l’iscrizione nei registri di questa Nazione della prima marca nazionale, la ‘Pisco G‘ di Copiapó. Da allora, con l’incremento dei traffici e del commercio, il pisco diventa un distillato riconosciuto in tutta l’America. In California, lo si ricorda nelle taverne di San Francisco come il liquore che dissetava e dava coraggio agli avventurieri che partivano per la ‘Goldrush‘, la corsa all’oro, ottenendo riconoscimenti anche tra gli intellettuali: secondo lo scrittore Rudyard Kipling, l’autore del ‘Libro della giungla‘, il pisco punch che si beveva a San Francisco era «il più nobile prodotto della nostra epoca».

La Ruta del Pisco. I peruviani hanno sempre preso la faccenda molto sul serio e dal 2004 hanno inaugurato la Ruta del Pisco, un itinerario turistico d’eccellenza che dalla capitale Lima reca fino a Tacnamillequattrocento chilometri seguendo l’oceano Pacifico con la scelta, a Nasca, di continuare verso l’interno destinazione Arequipa o di seguire la 1S tra mare e deserto- che mischia enologia, gastronomia e archeologia. È comunque nei primi trecento chilometri, quelli che portano dalla capitale alla regione originale del pisco, quella che unisce il porto omonimo con la città di Ica, che si incontrano le principali attrattive del percorso. Facilmente percorribile in automobile –la maggior parte di questo primo tratto è su autostrada- l’itinerario invita a diverse deviazioni, le cui principali sono la valle di Cañete, l’agglomerato di Chincha, Paracas e Ica.

Lima, punto di partenza, è una metropoli caotica, che obbliga il turista a scelte precise. Se si vuole affrontare la Ruta del Pisco, una visita d’obbligo appena fuori città sono le cantine che sorgono all’ombra della maestosa acropoli di Pachacámac, le cui rovine più antiche risalgono al III secolo d.C. È questa una collina mistica, con il deserto da un lato e la fertile valle del Lurín dall’altro, che nasconde i segreti delle antiche civiltà che si sono succedute alla foce di questo fiume nel corso dei secoli: Lima (il nome attuale della città proviene infatti dalla popolazione che abitò qui tra il 100 e il 600 d.C), Chancay, Ichma, Huary e Chincha. La collina, con le sue costruzioni, la più importante a forma piramidale, è luogo di culto nei confronti di Pachacámac, il creatore dell’universo. Nei tramonti rossi fuoco, negli spiazzi adiacenti la piramide, la vista sull’oceano Pacifico è mozzafiato.

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