mercoledì, novembre 21

La russian connection dei gialloverdi Al di là delle discutibili esternazioni e intenzioni, il governo di Roma potrebbe dare un utile contributo alla distensione tra Russia e Occidente

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Dopodomani Giuseppe Conte andrà in visita ufficiale a Mosca. Che cosa mai potrà dire e fare al Cremlino e dintorni il nostro baldo premier dopo quello che ha detto (benchè non ancora fatto) il più assertivo tra i suoi due vice, la cui pubblica dichiarazione di sentirsi più a suo agio nella capitale russa che in qualsiasi altra capitale europea sta facendo il giro del mondo, provocando immancabilmente innumerevoli inviti a restarci? L’interrogativo viene spontaneo, se non altro per legittima curiosità, ma anche perché non mancano neppure, malgrado tutto, attese non proprio modiche.

Capita ad esempio di leggere sulla rete (TPIpress) che la missione di Conte sarà più importante di quella già effettuata da Matteo Salvini, e non soltanto, parrebbe, per motivi formalmente gerarchici. Passando sopra, invece, alle gerarchie sostanziali, l’autore del commento citato spiega infatti che «l’Italia può diventare un tassello fondamentale nella strategia di Trump per costringere la Russia a cooperare negli scenari regionali più rischiosi, dalla Corea alla Siria. Fino all’Ucraina» e che «Putin ha interesse a porre fine al conflitto, perché progressivamente verrebbero ridotte le sanzioni, e l’Italia potrebbe essere l’interlocutore giusto per riuscirci».

Messa in questi termini, certo, l’ipotesi lascia alquanto perplessi, benché il commento si concluda con un ragionevole condizionale: «Sempre che questo rientri nella strategia di Washington». Dubitare che rientri è sacrosanto, tenuto conto tra l’altro che lo stesso Donald Trump sta cercando ormai da tempo di venire direttamente a patti con Vladimir Putin, dovendo semmai convincere i propri concittadini di non avere già troppo colluso col ‘nuovo zar’ sfiorando l’’intelligenza col nemico’ se non addirittura l’alto tradimento.

Servirsi di mediatori, o prestatori di buoni uffici, che si trovano meglio a Mosca che altrove non deve suonare molto attraente dalle parti della Casa bianca, dove oltre a tutto si fatica, verosimilmente, a distinguere tra i diversi ruoli alla testa di un governo anomalo come quello italiano attuale. E’ vero che Salvini, dopotutto al governo insieme con Conte, flirtava con Steve Bannon, già consigliere politico-ideologico di Trump e fondatore di un The Movement internazionale, dal quale però il presidente americano ha preferito separarsi per opportunismo e che lo stesso condottiero della Lega ha un po’ scaricato, assicurando, in risposta ad un giornalista, che «non abbiamo bisogno di padrini né di padroni».

Nulla si può mai escludere, tuttavia, anche perché la nostra cara Italia, per lo più sottostimata sul piano internazionale dai suoi stessi figli, viene invece non di rado valutata dagli stranieri, a questo o quell’effetto, più di quanto sembri meritare o persino sopravvalutata. Ricordiamo, ad esempio, che quando Mario Monti subentrò a Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi un prestigioso settimanale americano se ne uscì con la sua faccia sulla copertina accompagnata dall’interrogativo ‘Riuscirà quest’uomo a salvare l’Europa?’, il tutto senza proprio l’aria di scherzare, né sull’uomo né sul Paese.

Come siano andate le cose lo sappiamo. Il professore sceso poi in politica (oppure ‘salito’, come lo corresse piccato il predecessore) senza tangibile successo riuscì in effetti nella missione di momentaneo salvataggio dall’incombente default nazionale che gli era stata affidata, benchè oggi l’immagine che i più gli attribuiscono sia quella del classico ‘eroe negativo’. E se l’Italia avesse fatto bancarotta come la Grecia l’intera Eurozona, quanto meno, avrebbe certamente visto i sorci verdi.

Un nuovo interrogativo attuale potrebbe dunque porsi come segue. Riusciranno un altro docente (di diritto anziché di economia), del tutto sconosciuto prima di ascendere (o scendere) a Palazzo Chigi nel più imprevedibile dei modi, oppure un allievo di Umberto Bossi convertitosi dal secessionismo nordico al sovranismo populista e improvvisamente rivelatosi una ‘locomotiva elettorale’, o ancora un giovanotto partenopeo di grandi ambizioni e modi gentili ma privo di un qualsiasi curriculum e allevato da Beppe Grillo, a emulare un presidente della Bocconi nonché fustigatore di grandi società americane nella veste di commissario di Bruxelles alla concorrenza, in un’impresa tutto sommato più ardua di quella appena menzionata?

Per poter rispondere alla domanda bisognerebbe conoscere meglio le reali intenzioni, non sempre palesi né trasparenti, del singolare terzetto, sia pure accomunato sinora, specialmente per quanto riguarda gli ultimi due componenti, da una benevola disposizione verso la Russia odierna. Dei due, poi, Salvini non solo è il più lanciato ed esposto in questo senso, ma sta allacciando e promuovendo legami e convergenze con governi e/o formazioni politiche di altri Paesi europei ma di analoga ispirazione sovranista e più o meno marcatamente di destra anche estrema, tutte in polemica o in rotta di collisione con Bruxelles.

A differenza di Luigi Di Maio, insomma, il leader leghista è attivamente impegnato a costruire un ampio schieramento continentale, di un certo colore prevalente, che confida in un successo collettivo nelle prossime elezioni del Parlamento europeo capace di produrre svolte automatiche, nelle politiche della UE, e tanto più radicali se esso preluderà a esiti analoghi nelle varie sedi nazionali.

Quali siano esattamente le svolte più qualificanti e facilmente condivise, tra quelle grosso modo perseguite, ancora non si sa, com’è naturale trattandosi appunto di forze sovraniste. Chiara sin d’ora, tuttavia, appare l’istanza largamente comune di modificare in senso filorusso la politica esterna di Bruxelles, con particolare riguardo ai rapporti economici con Mosca ma non solo.

Di qui la sollecitazione a revocare o quanto meno ridimensionare le sanzioni inflitte alla Russia a partire dal 2014, che vedono Salvini in prima linea sostenendo che l’Italia ne è danneggiata più di altri sia direttamente sia indirettamente, a causa cioè delle ritorsioni di Mosca. E di qui anche la connessa pressione a favore del riconoscimento dell’annessione russa della Crimea, motivo originario delle sanzioni stesse prima dell’appoggio anche militare alla ribellione filorussa nell’est dell’Ucraina e di altri comportamenti russi su scala generale contestati dalla maggioranza dei governi occidentali.

Sul primo punto il leader leghista riscuote il comprensibile sostegno della Confindustria e di vari altri organizzazioni ed ambienti economico-finanziari nazionali, dimostrato anche in recenti convegni proprio a Mosca. Il grosso di essi, tuttavia, non condivide certo l’indirizzo complessivamente euroscettico, specie se questo eufemismo è pertinente come tale, e tanto meno, più specificamente, un’eventuale anteposizione di qualsiasi intesa e collaborazione con la Russia ai legami con la UE compreso quello monetario, per non parlare dei legami con l’Occidente in generale, con USA e dollaro in testa.

Cosa ci si può attendere, allora, da un Salvini spintosi fino ad emettere l’ormai celebre dichiarazione ricordata all’inizio, e che fa del resto il paio con un’altra precedente che esaltava la Russia campionessa di democrazia a livello internazionale, oltre a riecheggiare l’ammirazione del suo grande amico magiaro, Viktor Orban, per la ‘democrazia illiberale’ gestita e incarnata da Putin? Si trattava forse solo di una boutade, tenuto conto che ad un partito come la Lega (o anche come il M5S, naturalmente) mai sarebbe consentito in terra russa di diventare maggioritario?

Dal leader leghista sembrerebbe difficile aspettarsi un rovesciamento delle alleanze, per quanto tutt’altro che inedito nella storia nazionale, tanto più che esso appare escluso dal tenore del ‘contratto’ di alleanza con i grillini cui gli esponenti di entrambi i partner di regola si richiamano allorché il ‘che fare’ nella pratica quotidiana di governo si rivela particolarmente difficile da concordare. Il sacro testo proclama infatti che «si conferma l’appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato», e solo «con un’apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale».

E’ vero però che subito dopo si precisa essere «opportuno il ritiro immediato delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)», allegramente omettendo, peraltro, di menzionare l’Ucraina, causa primaria dello scontro tra Mosca e Occidente. Così come, quasi incidentalmente, si menzionano i rapporti con l’Unione europea soltanto ribadendo, poi, che la Russia non costituisce «una minaccia militare ma un potenziale partner per la NATO e per la UE», di fronte alle sfide dell’instabilità nel Mediterraneo, dell’estremismo islamico e del terrorismo.

In altri termini, per quanto sacro, il documento rischia di risultare alquanto evasivo e scarsamente utile ai fini pratici, al di là dell’evidente preponderanza della problematica concernente la Russia. Si può solo presumere, perciò, che in attesa più o meno seriamente fiduciosa di salire al potere in tutta l’Europa i sovranpopulisti nostrani si propongano di utilizzare la carta russa per rafforzare la contestazione dell’attuale dirigenza della UE, i rapporti con la quale restano ovviamente cruciali anche dal loro punto di vista, nonostante l’evasività contrattuale che forse, anzi, lo conferma indirettamente.

Nel frattempo, si dovrà altresì appurare quali siano le probabilità di una prolungata permanenza alla Casa bianca del sovranista Trump (America first!) o comunque quale sarà la sorte delle sue aperture verso Mosca e contestuali sparate non solo verbali contro l’Unione europea. Si tratta, per ora, di incognite sicuramente influenti anche sugli orientamenti e programmi di quanti, con un minimo di consapevolezza e responsabilità, intendano modificare sostanzialmente gli attuali rapporti con la Russia o giocare la strumentalmente la carta russa ad altri propri fini.

Rientra in ogni caso nel ventaglio delle prospettive plausibili, specie qualora le parti politiche oggi dominanti o in ascesa in Italia e in Europa dovessero davvero prevalere in modo non effimero, l’avvicinamento alla Russia come opzione strategica. Lo paventa ad esempio Beppe Severgnini, che in un recente articolo sul ‘New York Times’ giudica particolarmente significativo l’avvento alla testa della RAI di Marcello Foa, aperto estimatore di Putin e frequente collaboratore della RT, il canale televisivo a pieno servizio propagandistico del Cremlino anche su scala planetaria, come ben sanno i frequentatori della rete.

Non si possono tuttavia ignorare neppure le indicazioni di diverso segno. Lo stesso Salvini, pur sempre e più che mai deciso nel reclamare la revoca delle sanzioni, ritiene che all’Italia non convenga esercitare il diritto di veto, che le spetta e basterebbe per impedirne il rinnovo nel prossimo dicembre, e ciò sia pure, secondo il vice premier di destra, per rinviare l’uso di un simile jolly ad una migliore occasione futura. Il premier Conte, dal canto suo, promette che una parte almeno delle sanzioni non saranno accettate se per le relative malefatte imputate alla Russia non verranno fornite prove sufficienti.

Ma c’è anche qualcosa di più e di meglio. Poco risalto viene dato, a torto, ad una proposta del governo gialloverde che invece lo meriterebbe: quella di ripristinare almeno i finanziamenti della Banca europea per gli investimenti e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo a favore delle piccole e medie imprese russe, cessati o sospesi a causa delle sanzioni. Presentata da Conte al Consiglio europeo di giovedì scorso, la proposta è stata rinviata all’esame da parte del vertice UE nel prossimo dicembre, e non è del tutto scontato che venga respinta.

L’Italia non è infatti l’unico Paese membro a dubitare dell’opportunità politica o quanto meno dell’efficacia economica delle misure punitive nei confronti di Mosca. Nella fattispecie, inoltre, non si tratta di penalizzazioni concentrate, di recente, soprattutto su persone e grandi imprese più o meno strettamente legate al Cremlino e quindi complici, volendo, delle politiche e dei comportamenti che gli vengono addebitati.

Si tratta invece di imprese tipicamente private, generalmente considerate indispensabili per un sistema economico sano ossia imperniato sulla libera iniziativa e concorrenza anziché clientelare e soffocato da grandi complessi spesso monopolistici o del settore pubblico o semipubblico, come avviene attualmente in Russia. Gli stessi massimi dirigenti moscoviti, da Putin in giù, programmano e promettono da tempo la promozione, appunto, della piccola e media impresa, ostacolata però da gruppi e ambienti di coriacea tendenza statalista. Nonché, da ultimo, proprio dall’emergenza politico-economica alimentata anche dalle tensioni internazionali comprese le sanzioni.

Esistono insomma a Mosca una dialettica e veri e propri contrasti politici sui cui sviluppi è possibile influire costruttivamente anche dall’esterno, senza per questo osteggiare un regime pur criticabile ma neppure favorire la conservazione dei suoi aspetti più negativi disapprovati, inclusa la carente democraticità. Se gli attuali governanti italiani riuscissero, anche non intenzionalmente, a dare un contributo positivo al riguardo, non si vede perché non dovrebbe essere incoraggiato a farlo.  

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