domenica, Agosto 1

La Russia tra Cina e Occidente

0

Può darsi che la Russia postcomunista riesca ad uscire senza eccessivi danni anche dalla terza (o quarta) crisi economico-finanziaria subita dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Le risorse materiali non le mancano e le grandi mutazioni dei rapporti internazionali in un mondo più che mai globalizzato potrebbero almeno in parte favorirla. Ci vorrà però del tempo, come ha  riconosciuto, onestamente benchè alquanto ottimisticamente, lo stesso Vladimir Putin indicando, nel suo recente discorso sullo stato della nazione, un termine di due anni. Che non sono comunque pochi, specie se raffrontati all’ostentata  minimizzazione da parte del Cremlino, fino ad un paio di settimane fa, delle cause e dei segni premonitori che si stavano accumulando da mesi.

Se il salvataggio riuscirà, è tuttavia probabile che la Russia, a dispetto delle sue non meno ostentate ambizioni di grande potenza non solo regionale, si ritrovi in una condizione paragonabile in qualche misura a quella della Gran Bretagna uscita vittoriosa ma stremata dalla seconda guerra mondiale e ridimensionata a partner minore in una “relazione speciale” con gli Stati Uniti, assurti a nuova superpotenza planetaria. Per la Russia il futuro partner maggiore promette di diventare la Cina, più credibile sfidante odierna della residua superpotenza americana, capovolgendo quel breve rapporto creatosi tra Mosca e Pechino quando, una sessantina di anni fa, entrambe innalzavano la bandiera rossa.

La ritrovata amicizia e la virtuale alleanza tra le due maggiori potenze non più comuniste a tutti gli effetti costituiscono uno dei dati più importanti dell’assetto mondiale nell’ultimo ventennio, anche se hanno tardato parecchio a riempirsi di contenuti particolarmente incisivi. Ciò avviene infatti solo adesso, sotto la spinta del deterioramento dei rapporti Russia-USA, divenuti poco meno che conflittuali con lo scoppio della crisi ucraina, da una parte, e della crescente dilatazione e assertività della politica estera cinese dall’altra.

Sulla questione ucraina, per la verità, Pechino aveva fatto finora lo stretto indispensabile per dimostrare un minimo di solidarietà con Mosca e di disapprovazione dei comportamenti dell’Occidente. Dopotutto, se l’appoggio occidentale alla “rivoluzione di Maidan” rientra tra quelli più inaccettabili per i dirigenti cinesi, ragioni di principio rendono ugualmente censurabile ai loro occhi  qualsiasi violazione dell’integrità territoriale degli Stati come quella flagrante perpetrata dalla Russia in Crimea.

A Pechino lo scacchiere Asia-Pacifico sta comunque molto più a cuore di quello europeo, e ciò ha agevolato il suo posizionamento moderatamente filorusso, accompagnato dalle raccomandazioni a tutti di perseguire soluzioni pacifiche e negoziate della crisi e segnato dalla preoccupazione di non urtarsi frontalmente con l’Occidente su una questione geopoliticamente periferica dal punto di vista cinese. Sono state invece le sanzioni inflitte alla Russia da USA e UE a costringere in qualche modo Pechino a schierarsi più apertamente e concretamente in favore dell’amico e quasi alleato come è avvenuto nei giorni scorsi. Quando cioè, anche a causa di esse, la situazione economica russa si è aggravata al punto da far temere un tracollo.

Il 15 dicembre, durante una riunione ad Astana, la capitale del Kazachstan, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, che oltre a Russia e Cina comprende quattro Paesi dell’Asia centrale ex sovietica, il premier cinese Li Keqiang ha promesso “aiuti finanziari per lo sviluppo della cooperazione” a membri del gruppo che versino in difficoltà economiche, e nessuno ha dubitato che si riferisse in primo luogo alla Russia.

Altri esponenti dell’establishment cinese hanno subito confermato che Pechino è pronta ad accogliere eventuali richieste di aiuto da parte russa, e qualcuno ha precisato che si tratterebbe di “un’occasione perfetta per dimostrare che la Cina è una vera amica ed è anche una grande potenza”. Uno status, questo, che era stato in precedenza rivendicato ed esaltato pubblicamente per la prima volta, anche in funzione programmatica, dallo stesso presidente cinese, Xi Jinping.

Fonti ufficiali russe si sono affrettate a smentire che fossero stati chiesti aiuti a Pechino, e un portavoce del Ministero degli esteri cinese affermava anzi di ritenere che la Russia, con le sue riserve monetarie, risorse naturali, ecc., sia in grado di superare da sola “le sue temporanee difficoltà attuali”. Poi però si è appreso che si prospetta l’uso di una parte della valuta largamente risparmiata da Pechino grazie al crollo del prezzo del petrolio (di cui la Cina è la massima importatrice mondiale) per finanziare la cooperazione con Mosca, a cominciare dalla costruzione del nuovo gasdotto che porterà ingenti quantità di combustibile russo in Cina.

Ma c’è di più, e di più importante dato il disastroso deprezzamento del rublo. Già nello scorso ottobre i due governi avevano concordato una parziale sostituzione del dollaro (in precedenza rifiutata da Pechino) con le loro rispettive monete per la regolazione dei pagamenti bilaterali. Una sostituzione destinata a diventare totale per effetto di un annuncio di grande risonanza e di rilievo storico da parte cinese: a partire da oggi il sistema swap dovrebbe essere applicato a tutti gli scambi anche con Malesia e Nuova Zelanda oltre che con la Russia. Tenuto conto che accordi parziali esistono con Gran Bretagna, Svizzera e Australia, se ne può dedurre che si tratta del primo passo compiuto da Pechino verso una sfida planetaria al dollaro mediante il lancio dello yuan come moneta alternativa di riferimento e di riserva.

E’ senza dubbio un passo che avvantaggia automaticamente il rublo oggi così sofferente. Il conseguente sollievo per Mosca risulterà tuttavia oscurato in qualche misura dall’implicita conferma dell’indiscutibile preminenza della Cina nel rapporto bilaterale per quanto amichevole e cordiale. La Russia ed altre potenze più o meno emergenti (e magari al momento piuttosto declinanti) avevano proposto di contrapporre al dollaro un “paniere” di loro monete anziché una sola moneta nazionale, ma la mossa unilaterale di Pechino sembra andare in un’altra direzione.

Si tratta, d’altronde, di un aiuto ancora insufficiente per stroncare la crisi russa, così come il celebrato “accordo del secolo” per la fornitura di gas alla Cina, precedentemente stipulato da Mosca in circostanze molto meno allarmanti di quelle attuali, non bastava ad compensare le temute conseguenze di un inasprito scontro con l’Occidente.  Ai 38 miliardi di metri cubi di carburante che Gazprom era già impegnata ad inviare annualmente in Cina esso ne aggiungeva altri 30, per complessivi 68 miliardi. Un totale, peraltro, raggiungibile non prima del 2025, e comunque da confrontare con i 161 miliardi di metri cubi venduti nell’Europa occidentale (compresa naturalmente la sua fascia orientale ex comunista) nel 2013.

E’ vero che gli stessi clienti europei, a loro volta, faticherebbero molto, qualora ci provassero davvero, a ridurre significativamente la dipendenza dal gas russo ricorrendo ad altri produttori come l’Azerbaigian, il Turkmenistan o l’Iran, per non parlare del lontano gas da scisto americano o del poco invitante sfruttamento di questa nuova risorsa in sede domestica. Ma mantenere un minimo di dipendenza energetica reciproca può fare comodo ad entrambe le parti anche per motivi politici, mentre una dipendenza eccessiva l’una dall’altra, in un settore così delicato, non fa verosimilmente gola neppure a Mosca e a Pechino.

Parlare di partnership se non di alleanza “strategica” è ormai di moda un po’ dovunque ed anche nei casi più improbabili. In quello cino-russo l’espressione potrebbe suonare pertinente al di là dell’enfasi strumentale che generalmente la ispira. Il suo uso non nasconde tuttavia le riserve che esistono, le perplessità e persino timori che si nutrono da una parte o dall’altra e magari da entrambe circa un legame comunque pesante soprattutto per quella più debole e bisognosa di aiuto.

Per la Cina l’appoggio russo alla contestazione della residua supremazia planetaria americana è ovviamente prezioso anche se ciò cui Pechino mira è al massimo un condominio bipolare con Washington, non una propria egemonia. Quali che siano invece le sue ambizioni, la Russia, messa alle strette dall’Occidente politicamente ed economicamente, non ha oggi alternative plausibili all’appoggio cinese, anche se Putin e i suoi collaboratori si stanno adoperando per rafforzare i rapporti con tutti i maggiori Paesi extraeuropei e in particolare asiatici (India, Iran, persino Giappone) al fine di scongiurare l’isolamento e una dipendenza eccessiva da un solo grande partner o alleato.

La stampa e la pubblicistica russe lasciano però trapelare, insieme all’ammirazione e all’invidia suscitate dai successi cinesi in ogni campo, anche le preoccupazioni che ne derivano aggiungendosi al semplice incombere ai propri confini di un simile colosso e magari all’inquietante memoria ancestrale del “pericolo giallo”. Gli esperti russi sono perciò spesso chiamati a rassicurare circa, ad esempio, i massicci armamenti cinesi con relativa copiatura, talvolta, della più avanzata tecnologia russa ma certo, si spiega, non con la Russia come bersaglio.

Turba soprattutto la paventata invadenza cinese in Siberia e nell’Estremo Oriente russo, dove esistono copiose risorse da sfruttare ma anche un vuoto demografico e una carenza politico-amministrativa tali da attirare naturalmente l’interesse e  l’intraprendenza, la manodopera e i capitali cinesi. Come sta già avvenendo, su scala per ora più ampia che in territorio russo, nei Paesi dell’Asia centrale ex sovietica. Non si tratta, sente il bisogno di avvertire un eminente accademico russo, Sergej Karaganov, di un espansionismo programmatico vecchia maniera che alla Cina non si potrebbe del resto rimproverare neppure guardando al passato, bensì appunto di un fenomeno naturale del quale si devono semmai comprendere meglio le cause.

Lo stesso economista e politologo, sostenitore convinto del legame preferenziale oltre che indispensabile con Pechino, condivide sicuramente il richiamo di altri osservatori suoi conterranei all’esempio della Cina di Deng Hsiao Ping, capace di reagire alle sanzioni USA per la cruenta repressione di Piazza Tienanmen imboccando la via delle riforme economiche radicali che resero possibile uno sviluppo travolgente e tuttora in corso con pochi uguali al mondo. Proprio quello sviluppo, con connessa trasformazione e modernizzazione dell’apparato produttivo, che secondo Karaganov  è invece mancato in Russia, dove sarebbero stati sprecati gli ultimi 7-8 anni per l’assenza di una politica economica.

Il conseguente rallentamento di uno sviluppo peraltro monco, prima ancora delle sanzioni e della caduta del prezzo del petrolio, avrebbe lasciato il Paese esposto agli sbalzi delle quotazioni sui mercati mondiali perché rimasto privo di un’industria diversificata e competitiva e affidato unicamente o quasi ai proventi delle esportazioni energetiche. E proprio un cambiamento di rotta a questo riguardo, sempre secondo Karaganov ma non solo, sarebbe indispensabile e urgente per consentire alla Russia di associarsi alla Cina come partner non subalterno ma con pari diritti e dignità.

Il che, peraltro, equivale praticamente a dire che una Russia adeguatamente rafforzata sul piano economico potrebbe anche fare a meno del connubio con la Cina, una volta superata, se lo sarà, l’attuale emergenza sia economica sia politica. Karaganov ritiene però che lo scontro frontale con gli Stati Uniti sia inevitabile non solo per la Russia ma anche per la Cina, che i dirigenti di Pechino ne siano consapevoli e perciò necessitino del “sostegno strategico” russo. Anche qui l’accademico moscovita non è naturalmente il solo a pensarla così.

Non è invece sicuro che il suo pensiero sia condiviso dalla maggioranza dei suoi concittadini malgrado l’incrollabile popolarità di cui sembra godere Putin, mentre è altamente probabile che non sia condiviso dal grosso dei suoi colleghi accademici ed esperti di politica economica e rapporti internazionali. A questo livello, infatti, si ricorda spesso e non a caso che la Russia fa parte integrante dell’Europa storicamente e culturalmente e, per un altro verso, che essa ha tuttora bisogno di un insostituibile apporto tecnologico occidentale proprio per compiere il salto di qualità e solidità economica di cui sopra.

Quanto all’opinione pubblica in generale, va registrato che nel 2014 la Cina è salita al primo posto nella graduatoria dei Paesi considerati più amici della Russia più che raddoppiando la quotazione del 2008 (dal 23% al 51%). Tra i nemici gli USA sono rimasti di gran lunga in vetta nonostante la concorrenza dell’Ucraina e triplicando anzi la sfavorevole designazione (dal 25% al 73%), mentre si sono moltiplicate per 10, partendo quasi da zero, le percentuali dell’Unione europea e della Germania.

D’altra parte, però, un altro e recentissimo sondaggio dell’indipendente Centro Levada ha rivelato che, se il 68% dei russi considerano il proprio Paese una grande potenza, il 73% preferisce che i suoi sforzi si concentrino sul miglioramento del tenore di vita della popolazione e solo il 20% assegna la priorità all’innalzamento della potenza militare. Quanto ai rapporti con l’Occidente, il 57% auspica un avvicinamento e solo il 30% un allontanamento. Se c’è contraddizione, toccherà al Cremlino scioglierla o comunque trarne qualche conseguenza.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->