giovedì, Maggio 13

La Russia torna nel Medio Oriente

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E non basta. Il Governo russo si spinge fino a proporre l’allestimento con adeguata assistenza di una nuova zona industriale presso l’ampliato Canale di Suez, sollevando malumori in sede domestica dove si fa rilevare che sarebbe meglio pensare ad iniziative del genere in patria anziché all’estero. Rammentando poi, non solo a questo riguardo, come furono remunerati una quarantina di anni fa l’impegno e la munificenza di Mosca: con la repentina cacciata dal Cairo dei consiglieri sovietici da parte del successore di Nasser, Anwar Sadat, e il passaggio armi e bagagli dell’Egitto nel campo filoamericano.

Quanto Putin e compagni si fidino che il fattaccio non si ripeta non sappiamo. E’ comunque comprensibile che non si lascino frenare da eventuali dubbi neppure in un altro settore per loro di primaria importanza commerciale come quello militare. Qui Mosca offre proprio di tutto, finora con prevalente successo anche se in qualche caso, come quello della ventilata compravendita di una cinquantina di elicotteri d’assalto, peraltro non modernissimi, l’affare stenta a concludersi per una questione, pare, di prezzo. Malgrado la fame egiziana di armi, nessuna delle due parti può permettersi di andare troppo incontro all’altra su tutta la linea.

Il Cairo, d’altra parte, non lesina le concessioni o i gesti propiziatori su altri terreni: acconsente a svolgere manovre navali comuni, accetta di regolare i conti bilaterali in rublo anziché dollari, prende in considerazione un’adesione all’Unione economica eurasiatica guidata dal Cremlino. Non si è ancora parlato di una base navale o di un punto di appoggio per la flotta russa del Mediterraneo in via di potenziamento. Se ottenesse l’uno o l’altra, l’Egitto si aggiungerebbe alla Siria o addirittura la sostituirebbe nell’ospitare sulle proprie coste una simile facilitazione, sinora unica e di valore anche simbolico. Fermo restando, in ogni caso, che per peso ed importanza complessivi non c’è confronto tra i due paesi.

Ma è proprio la questione siriana, collegata del resto alla sfida dell’ISIS, il nodo cruciale che la politica mediorientale della Russia deve affrontare. L’appoggio finora prestato al regime di Bashar Assad, comunque insufficiente a garantirne la sopravvivenza, mostra crepe da parecchi mesi. Mosca dialoga da tempo con i suoi nemici interni e ormai cerca sempre più intensamente di concertarsi anche con quelli esterni, che nella regione sono quasi, a livello di governi, salvo l’Iran. Sono, o meglio lo erano inflessibilmente fino a ieri, perché proprio i tre Paesi i cui massimi dirigenti si sono recati nella capitale russa per l’occasione della mostra aerospaziale sembrano adesso protesi a promuovere, con in testa l’Egitto e collaborando con il Cremlino, una soluzione pacifica e più o meno di compromesso del conflitto in Siria.

Si tratta di un tentativo per nulla facile. La linea ufficiale russa continua a proporre un negoziato per il quale sarebbe indispensabile la partecipazione di Assad, lasciando trapelare l’ammissibilità di una sua successiva emarginazione. Lo schieramento arabo insiste invece per la sua preventiva esclusione, ma sembra inevitabile che ripieghi su posizioni meno intransigenti se intende davvero orientarsi verso una soluzione accettabile per tutte le parti interessate. Che sono tante e più o meno interessate anche a convergenze che permettano di bloccare l’espansione dell’ISIS. Compreso l’Iran, l’altro grande protettore di Assad, da una parte, nonchè l’Arabia saudita e la Turchia dall’altra, entrambe in debito di chiarezza circa i rapporti con il califfato e la seconda alle prese anche con il problema curdo.

Per raggiungere nella fattispecie il suo obiettivo Mosca potrebbe persino trovare una temporanea sponda a Washington, ugualmente restìa, oggi e almeno finchè c’è Obama alla Casa Bianca, ad impegnarsi a fondo militarmente per sistemare le cose. Ma lo sforzo russo resta in ogni caso senza alternative, in una situazione oggettivamente imbarazzante. In mancanza di risoluti interventi militari esterni contro la minaccia jihadista il regime siriano rischia infatti di crollare, malgrado qualsiasi appoggio politico e fornitura di armi, e il paese di cadere interamente o in gran parte in mano al califfato. Nei giorni scorsi Assad si è detto sicuro che la Russia sia affidabile e non lo abbandonerà mai. Se venisse smentito a tutti gli effetti pratici il prestigio russo nel mondo arabo, e non solo, ne risentirebbe parecchio come pure i disegni di Mosca nel Medio Oriente.

 

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