sabato, Maggio 8

La Russia torna nel Medio Oriente

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D’altro canto il corteggiamento appare ricambiato grazie all’interesse saudita per varie forniture militari da parte russa, alimentato o meno che sia dalla probabile preoccupazione di ridurre una vecchia dipendenza settoriale dagli USA, divenuta più pesante dopo l’accordo sul programma nucleare iraniano, voluto da Washington e coadiuvato da Mosca ma che Riad mostra di temere non meno di Israele. La rivalità, se non aperta ostilità, tra l’Arabia sunnita e l’Iran non arabo e per di più sciita costituisce ovviamente un oggettivo imbarazzo che il Cremlino punterà a superare, ed è presumibile che già lo faccia, cimentandosi in una mediazione pacificatrice improba quanto si voglia ma per la quale spera di poter contare su requisiti almeno politici migliori degli Stati Uniti.

Non solo, infatti, la Russia non si è macchiata di funesti interventi militari dopo l’ormai lontana invasione dell’Afghanistan, e neppure di multiforme sostegno e incitamento come quelli americani ad aggressioni su vasta scala come quella, respinta a caro prezzo, dell’Irak di Saddam Hussein alla giovane Repubblica islamica dell’ayatollah Komeini. Ma si presenta altresì del tutto credibile come aliena da qualsiasi tentazione di interferire nella vita interna di altri Paesi allo scopo o con il pretesto di promuoverne un’evoluzione democratica, di assicurare il rispetto dei diritti umani, o altro. E presenta, quindi, un titolo di preferenza per nulla trascurabile rispetto agli USA anche se Washington si è sempre ben guardata dal fare le pulci al regime saudita, finora suo maggiore alleato regionale.

Ad ogni buon conto, Mosca offre tra l’altro anche a Riad, interessata a quanto pare a ridurre la propria dipendenza energetica dal petrolio, assistenza e tecnologia per la creazione di un’industria nucleare, già ampiamente fornite finora all’Iran. Ma lo stesso sta facendo con un altro grande protagonista della scena mediorientale che aveva beneficiato a suo tempo di cure eccezionali da parte sovietica: l’Egitto allora del colonnello Gamal Abdel Nasser e ora dell’ex generale golpista e poi Presidente Abd al-Fattah al-Sisi. Cure che stanno chiaramente ripetendosi, come sottolineano le quattro visite che Sisi e Vladimir Putin si sono scambiati in poco più di due anni (una sola quella del leader russo, nello scorso febbraio), per rilanciare un rapporto speciale che poggia in partenza su basi piuttosto solide.

Massimo importatore mondiale di frumento, l’Egitto già se ne procura il 40% del fabbisogno dalla Russia, che ora ha vinto un’asta, battendo Ucraina e Francia, per fornirgliene ulteriori quantità a prezzo conveniente. Putin, però, gliene vorrebbe vendere ancora di più, spronato dal balzo dell’86% compiuto dall’interscambio commerciale complessivo nel 2014 e dalla prosecuzione dell’aumento nel primo semestre di quest’anno. In campo energetico le esigenze egiziane non sono molto minori ma potrebbero essere drasticamente ridimensionate dalla scoperta appena annunciata di un cospicuo giacimento di gas da parte dell’ENI. A coprirle dovrebbe comunque concorrere, in base ad un accordo di massima stipulato in giugno e a quanto pare vicino al perfezionamento, per la costruzione da parte della russa Rosatom della prima centrale nucleare nella terra dei faraoni.

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