domenica, Settembre 26

La Russia snobba il petrolio

0

Cantare vittoria prima del tempo, come si sa per esperienza, è una tentazione molto forte per gli umani. Comprensibile, certo, e magari anche utile per rinfrancare gli animi e incoraggiare chi ne ha bisogno a compiere gli ultimi sforzi per raggiungere un certo traguardo. Di regola, però, è meglio reprimerla perché se si viene smentiti il danno rischia di essere duplice: il successo può diventare più difficile e la credibilità di chi sbaglia risultare compromessa anche ad altri effetti.

Un infortunio del genere potrebbe attendere dietro l’angolo uno dei maggiori collaboratori di Vladimir Putin e, quanto meno indirettamente o implicitamente, lo stesso presidente della Federazione russa. Per lo più ammirato in ogni parte del mondo per le sue qualità di statista e comunque per le sue capacità manovriere, benchè altrettanto biasimato per i contenuti delle sue politiche interne ed estere, il “nuovo zar” non pecca sicuramente di eccessiva avventatezza.

Cresce tuttavia tra gli osservatori l’impressione che gli obiettivi cui mira richiedano strumenti e risorse maggiori di quelli a disposizione della Russia odierna. E che, quindi, vengano inevitabilmente perseguiti con una certa dose di bluff, necessaria del resto non solo per vincere, se possibile, il confronto con le controparti straniere, ma altresì per conservare e alimentare un consenso popolare importante anche in un sistema non impeccabilmente democratico come quello russo.

Dopotutto, tra meno di un anno, se non sorprenderà tutti con una imprevedibile rinuncia a candidarsi in zona Cesarini per un quarto mandato presidenziale, Putin dovrà risottoporsi al giudizio del corpo elettorale, dal quale si attende secondo ogni apparenza un Sì in partenza. Lo si può desumere anche dalla recente ripresa dopo una pausa di qualche anno delle proteste di piazza, non a caso drasticamente represse, mentre sembra ancora una volta confermata l’esclusione di candidature concorrenti non di comodo alla massima carica statale.       

Putin, ad ogni modo, non si è esposto personalmente più di tanto nell’esercitare la sua perizia di giocatore di poker in rapporto all’opinione pubblica interna. Un mese fa ha annunciato, senza usare alcun condizionale, che la recessione subita dal Paese nell’ultimo biennio è finalmente terminata e che quest’anno si entra in una “nuova fase di crescita”, sulla cui effettiva consistenza, se qualcosa non cambia nella politica governativa, pochi economisti russi sarebbero disposti a giurare.

I più cauti preferiscono parlare di stagnazione, ovvero di una crescita probabile ma assai debole e sicuramente non tale da promettere un rapido recupero di tutto il terreno perduto negli anni della crisi vera e propria e anche del marcato rallentamento che l’aveva preceduta. Si fa notare in proposito che, malgrado tutti i meriti di Putin per il risollevamento economico ottenuto nel primo decennio della sua gestione, la crescita registrata nel quinquennio successivo (2009-2014) non ha superato una media annuale del’1,5%, la più bassa dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Ora il “nuovo zar” ha potuto farsi forte della valutazione emessa il 4 giugno dalla Banca mondiale, che prevede per quest’anno un PIL in aumento dell’1,3% e per il 2018 come per il 2019 dell’1,4 %. Sono incrementi meno ottimistici di quelli pronosticati dal governo di Mosca (2% e 1,5% rispettivamente) e che da un lato avallano comunque la prospettiva di una svolta positiva. Dall’altro, però, saranno chiaramente insufficienti, ammesso che si realizzino, a riportare il Paese sul sentiero dello sviluppo a ritmo sostenuto di cui avrebbe un bisogno vitale per irrobustire un’economia quantitativamente e qualitativamente debole, al confronto con i Paesi più avanzati, e strutturalmente vulnerabile anche a differenza di quelle di grandi potenze emergenti come Cina e India.

Ad accentuare la vulnerabilità hanno contribuito in una certa misura le sanzioni inflitte alla Russia dallo schieramento occidentale a causa della crisi ucraina, benchè a Mosca, dopo avere tanto tuonato contro questa denunciata angheria, si tenda adesso a minimizzarne i reali effetti. E qui Putin, personalmente, ha fatto anche di più, giungendo nei giorni scorsi a proclamare che, lungi dal nuocere al Paese, le sanzioni si sarebbero rivelate salutari spingendolo a compiere vari passi necessari per annullare o almeno ridurre la propria esposizione a simili attacchi.

Utile più che altro per suggerire all’Occidente di non perseverare su una strada sbagliata (senza esito, comunque, perché le sanzioni sono state appena prorogate e nel caso degli USA inasprite), l’affermazione contiene dimostrabilmente del vero. Come è vero, del resto, che Mosca ha saputo turare per il momento le falle che si erano aperte nei conti dello Stato e negli equilibri economico-finanziari nel loro complesso sotto i colpi della crisi ora in qualche modo superata o tamponata.

Le sue cause profonde restano tuttavia intatte, o nella migliore delle ipotesi solo marginalmente ridimensionate, e con esse i pericoli di una ricaduta alla prima occasione favorevole. La vulnerabilità dell’economia e delle finanze russe dipende infatti, notoriamente, soprattutto dal loro prevalente affidamento alle fonti di energia, di cui il Paese è ultraricco, e in particolare ai proventi dalle esportazioni di petrolio, normalmente cospicui ma resi estremamente aleatori dalla variabilità dei prezzi sui mercati  mondiali, determinata da numerosi fattori spesso imponderabili. Il gas naturale, per di più, è commercialmente forse ancora più importante, oggi, del petrolio, ma le quotazioni dell’’oro blu’ sono convenzionalmente legate a quelle dell’’oro nero’.

Causa principale della crisi russa è stato perciò il crollo del prezzo medio del greggio, due anni fa, da oltre 100 dollari al barile a meno di 30, con una ripresa che l’aveva riportato sopra i 50 dollari l’anno scorso e sembrava destinata a consolidarsi se non proprio ad accentuarsi. Le previsioni per il futuro sono tra le più diverse e quindi scarsamente significative e tanto meno utili. C’è chi conta, anche a Mosca, su una pur lenta risalita fino a 60 dollari ma anche chi (addirittura la Banca centrale russa, ad esempio) paventa un possibile risprofondamento a quota 25 entro la metà del 2018.

Tanto maggiore sorpresa ha suscitato perciò la sortita, un mese fa, del Ministro dello sviluppo economico, Maksim Oreshkin, il quale, parlando dalla tribuna del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, ha tranquillamente annunciato, in sostanza, che la Russia può ormai infischiarsene di quanto rende la sua risorsa naturale più preziosa, avendo imparato ad arrangiarsi con quello che passa il convento. Più precisamente, ha dichiarato che «siamo pronti a convivere per sempre con prezzi del petrolio intorno a 40 dollari o anche meno».

Sul come farcela tecnicamente, il giovane ministro (relativamente fresco di nomina essendo subentrato, nello scorso novembre, ad Aleksej Uljukaev, caduto in disgrazia presso i potenti) è stato avaro di spiegazioni. Si è detto fiducioso, piuttosto, nell’aumento della domanda globale di prodotti petroliferi e nell’efficacia dei rinnovati accordi con il gruppo dell’OPEC per la riduzione della produzione di greggio, che in realtà stentano a venire rispettati (a cominciare dalla stessa Russia, sempre impegnata a vendere ovunque quanto più possibile) e vengono facilmente vanificati dal comportamento di altri produttori, con l’acqua alla gola come il Venezuela o la Libia, o altrimenti motivato.

L’imprevisto, nel settore, è spesso in agguato, come prova la svolta antiambientalista degli USA concretatasi nell’uscita dall’accordo di Parigi per la difesa del clima. La mossa di Donald Trump avvantaggia indirettamente la produzione domestica di petrolio da scisto, in faticosa ripresa dal crollo delle quotazioni che ne aveva penalizzato la concorrenzialità favorendo invece gli opposti interessi russi, sauditi, ecc.

Era corsa recentemente voce di tentativi russi di cercare un’intesa diretta con i produttori del Texas, ma il Ministro dell’energia, Aleksandr Novak, ha smentito (chissà quanto attendibilmente) dichiarando con un certo disdegno che a Mosca non si tratta con “imprese di mercato”, cioè private, ma solo con organi governativi stranieri. Cosa che, in realtà, non era tanto vera neppure nell’era sovietica, statalista per eccellenza. Se poi qualcosa emergerà in proposito dal ventilato prossimo incontro Putin-Trump, peraltro tutto da confermare, avrà forse avuto qualche ragione anche Novak.

Neanche a farlo apposta, comunque, l’apparente spacconata di Oreshkin ha subito trovato modo di essere messa alla prova dalla recente ridiscesa, proprio verso quota 40, dei prezzi del greggio, riguardo alla quale di tutto si può essere certi salvo che sia sicuramente effimera. Per il momento è lecito soltanto registrare un calo ai minimi degli ultimi sette mesi, già sufficiente per suscitare dubbi e allarmi non soltanto a Mosca.

Alla prova dei fatti verranno sottoposte naturalmente anche la credibilità e le quotazioni di Putin e della dirigenza russa nel suo complesso. Non è escluso, anzi, che il Ministro dello sviluppo abbia mirato a coprire, in qualche modo, il crescente ritardo del Cremlino e dintorni a concordare il varo di quella strategia per lo sviluppo che sola potrebbe cancellare davvero, o almeno ridimensionare, la dipendenza dall’”oro nero”, sia pure non certo su due piedi. Un varo che risulta essere sempre oltremodo controverso, per numerosi motivi anche di ordine politico chissà quanto comprensibili per l’opinione pubblica, qualificata e non, verosimilmente più sensibile ai perduranti costi sociali del modo in cui viene superata o arginata la crisi economica.

Stando alle più aggiornate rilevazioni della Pew Research, l’approvazione popolare delle politiche impersonate da Putin permane relativamente elevata pur subendo un non lieve calo su tutta la linea rispetto a due anni fa. Il calo più marcato riguarda, dopo la politica verso l’Ucraina, proprio quella economica, che dal 70% di consensi registrato nel 2015 è scesa adesso al 55%, superiore soltanto, nella graduatoria attuale, al 49% della lotta contro la corruzione.

Per quanto concerne la repubblica ex sorella, con la quale la Russia si trova di fatto in stato di guerra, non si sa se la maggioranza della gente auspichi una politica meno dura oppure ancora più dura. Quanto alla politica economica, invece, si può dare per scontata l’aspettativa di indirizzi e misure capaci di migliorare le condizioni di vita nel Paese o almeno di frenare un peggioramento in corso da tempo. E’ ciò indipendentemente dall’apprezzamento dei successi nella politica estera in generale, ma fors’anche non senza qualche implicito collegamento con essa.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->