lunedì, Ottobre 25

La Russia si allontana Le distanze geopolitiche e ideologiche dall’Occidente si accentuano sotto la spinta della crisi ucraina

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putin russia

I russi parlano e scrivono comunemente di “Europa” tout court come se si trattasse di qualcosa d’altro da sé. E’ da presumere che lo facciano soprattutto per comodità, non perché si considerino non europei; una simile interpretazione probabilmente li offenderebbe. Tutto ciò che li distingue dall’Europa occidentale o centro-occidentale è dimostrabilmente meno sia di quanto li accomuna sotto ogni aspetto al resto del vecchio continente sia di quanto li differenzia invece dall’Asia.

Eppure, le mutevoli circostanze possono indirizzarli verso una diversa visione di se stessi e del loro Paese e ad imboccare comunque strade che li portano a distaccarsi, chissà se solo temporaneamente, da una certa collocazione geopolitica ma anche psicologica e culturale. Ed è proprio questo che sembra stia accadendo attualmente, non di punto in bianco ma certo sotto la spinta particolarmente forte della crisi ucraina, in corso ormai da parecchi mesi e ancora parecchio lontana, se le apparenze non ingannano, da una conclusione minimamente rassicurante.

Per la precisione, il distacco che si profila, materiale e spirituale, non è tanto dall’Europa quanto dall’Occidente in generale e semmai in particolare dagli Stati Uniti, anima e portabandiera di un mondo che non piace più ma soprattutto accusati di pervicace ostilità verso una Russia protesa soltanto a rivendicare i propri sacrosanti diritti e difendere i propri interessi. Un’ostilità della quale le sanzioni decretate o minacciate soprattutto da Washington per il comportamento di Mosca in Ucraina non sarebbero che l’ultima e più smaccata manifestazione.

E’ chiaro, tuttavia, che sia per la contiguità territoriale sia per la ben più ampia rete di rapporti in ogni campo è l’Europa centro-occidentale, largamente integrata nella comunità di Bruxelles, la principale entità dalla quale la Russia odierna sta prendendo di fatto le distanze. Al punto che, se le cose procederanno in un certo modo, non ci sarà da stupirsi per una ricomparsa nel cuore del vecchio continente di qualcosa di molto simile a quella “cortina di ferro” che l’ha diviso per decenni all’insegna della guerra fredda tra Est comunista e Ovest più o meno liberal-capitalista.

Un simile esito, ovviamente malaugurato, non è ancora scontato. Ma anche se la crisi ucraina trovasse una soluzione o almeno si sdrammatizzasse la Russia post-comunista continuerebbe ad essere comunque attratta dall’Oriente e allontanata dall’Occidente da fattori oggettivi: la prorompente crescita non solo economica dei colossi asiatici e l’indebolimento complessivo, relativo se non assoluto, dell’Europa a livello planetario, dove la stessa superpotenza americana non è più in grado di dettar legge come sembrava poter fare dopo il 1989-91.

D’altronde tra i fattori oggettivi può essere inclusa anche la natura del regime russo, sempre più dominato dalla figura di Vladimir Putin e più che mai restìo ad assumere connotati autenticamente democratici, sia pure col favore di un’opinione pubblica e di umori popolari che non mostrano di sentirne un particolare bisogno. Per quel poco che lo sentono, il regime (rafforzato adesso da successi come il recupero della Crimea) si cautela con misure repressive anche nei confronti delle lamentate ingerenze occidentali, un tipo di insidia che certo non può temere da parte di un nuovo partner preferenziale come la Cina.

Ne consegue una spinta a recidere legami e a chiudere porte verso ovest sollecitata anche dalle correnti intellettuali e politiche che si riconoscono nell’euroasiatismo, un’ideologia di ispirazione nazionalista e tradizionalista che esalta la diversità russa e propugna il rilancio di una vecchia-nuova missione moralizzatrice del Paese in un mondo percepito alla deriva per colpa di un malinteso progresso.

Putin in persona è sembrato, se non abbracciarla in pieno, andarle incontro in un recente discorso che ha riscosso vasta risonanza, pronunciato tra l’altro dopo copiosi e vistosi segni di consolidamento del connubio tra Stato e Chiesa ortodossa. E alle parole stanno seguendo i fatti, tra i quali bisogna comunque distinguere le reazioni in qualche misura automatiche ovvero obbligate a mosse e iniziative altrui da quelle proprie che rispondono piuttosto a scelte strategiche relativamente libere.

Nella prima categoria rientra innanzitutto il conclamato decollo, almeno sulla carta, dell’Unione economica eurasiatica in quanto ulteriore sviluppo dell’unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazachstan. Aperta ovviamente ad altre repubbliche ex sovietiche, essa costituisce un’evidente risposta all’avanzata verso est dell’Unione europea che sarà coronata tra pochi giorni dall’accordo di associazione con Moldavia e Georgia. Dovrebbe essere poi la volta di quello con la stessa Ucraina, il cui congelamento nello scorso autunno, sotto la pressione di Mosca, aveva provocato la rivolta di Maidan e la cacciata da Kiev del presidente Viktor Janukovic con i suoi ben noti seguiti.

All’uscita dell’Ucraina dalla sfera d’influenza russa quanto meno sul terreno economico il Cremlino appare rassegnato, benchè non sia ancora detta l’ultima parola né sia escluso che la più importante repubblica post-sovietica finisca col legarsi a Bruxelles perdendo altri pezzi del suo territorio dopo la Crimea. Il progetto eurasiatico serve comunque per salvaguardare il controllo sul resto dell’ex URSS, ossia sull’intera Asia centrale ma anche sulla Transcaucasia, dove sembra  assicurata l’adesione della sola Armenia.

Se si tratta qui di un progetto che non è nato ieri ma ha solo acquistato particolare urgenza, lo stesso si può dire di un altro disegno più che mai di attualità: la creazione di una zona del rublo con connesso e quanto meno parziale svincolamento da un sistema monetario internazionale dominato dal dollaro.

L’utilizzazione della moneta nazionale per gli scambi commerciali e le transazioni con i partner stranieri viene ora richiesta a gran voce dal mondo bancario russo, affiancandosi a proposte e sollecitazioni anche politiche per la promozione del rublo a moneta di riserva congiuntamente, se necessario, ad altre monete diverse dal dollaro a cominciare dallo yuan.

Non è una questione solo di prestigio o di orgoglio nazionale. Il rublo si trova da tempo in stato di sofferenza, benchè il suo prolungato deprezzamento sia stato almeno in parte consentito e addirittura programmato dalle autorità di Mosca per motivi di competitività internazionale. La sofferenza si è però accentuata a causa delle sanzioni occidentali, applicate o anche solo minacciate a causa della crisi ucraina, che costringerà verosimilmente il governo russo a correggere una certa linea inducendolo altresì a perseguire con maggiore risolutezza obiettivi più ambiziosi già individuati.

Nel frattempo ad una vera e propria corsa ai ripari si assiste nel settore cruciale delle carte di credito, dove la Russia si presenta particolarmente vulnerabile perché affidata sinora a sistemi di pagamento esclusivamente stranieri. E’ una vulnerabilità di cui in Occidente non si è mancato di ventilare lo sfruttamento in caso di escalation delle sanzioni: bloccare quei meccanismi nei rapporti con qualsiasi paese significa mettere in ginocchio la sua economia.

La minaccia non è rimasta solo teorica perché nei mesi scorsi Visa e MasterCard hanno effettivamente congelato in via temporanea le operazioni con un paio di banche russe prese di mira da Washington procurando loro gravi danni. Il governo ha reagito imponendo alle società straniere del settore di depositare una cauzione del 25% sul giro d’affari giornaliero, poi ridotto al 10% per non metterle in fuga prima del tempo.

La reazione principale è consistita infatti nel mettere in cantiere un sistema di pagamenti nazionale con uso di carte fatte e gestite in casa, allo scopo  (come ha voluto precisare il premier Dmitrij Medvedev) di disporre di un’alternativa agli operatori stranieri e non di soppiantarli. Affinché il sistema nazionale entri pienamente in funzione occorrerà almeno un anno e mezzo, per cui è da presumere che Mosca dovrebbe fare del suo meglio, nel frattempo, per non esporsi troppo a sanzioni più durature e su scala generale.

Nella seconda categoria di reazioni ovvero prese di distanza dall’Occidente spiccano per il momento (senza dimenticare la prosecuzione in questi ultimi mesi di cammini in direzioni restrittive e repressive intrapresi già da tempo) un paio di novità tanto singolari o addirittura risibili ma in realtà ugualmente significative di un certo clima imperante.

Alcuni deputati del partito cosiddetto liberal-democratico, sostanzialmente alleato della putiniana Russia unita, hanno presentato un progetto di legge tendente a mettere al bando i tanti termini stranieri, per lo più anglosassoni, entrati nell’uso corrente, scritto e parlato, in Russia come anche se un po’ meno che altrove nel mondo. A questo scopo (già perseguito con scarso successo, molti anni fa, nella Francia gollista) vengono proposte multe sia pure piuttosto lievi per infrazioni da parte di singoli individui e un po’ più rilevanti (fino a 50 mila rubli, pari a mille euro abbondanti) per le persone giuridiche.

I “liberaldemocratici” russi, in realtà populisti capeggiati da un personaggio eminentemente istrionico come Vladimir Zhirinovskij, godono di modesto credito benchè confortati da un seguito non trascurabile. La loro proposta è stata però accolta dalla Commissione cultura della Duma, presieduta da un comunista, e sarà discussa tra pochi giorni dal parlamento in sede plenaria. Dove non è affatto scontato che emerga una maggioranza disposta a sottoscrivere la qualifica di “idiota” affibbiatale da uno dei residui deputati di vera opposizione.

Maggior scalpore ha suscitato per il momento la sortita di altro membro della camera bassa del parlamento russo che ha suggerito, rivolgendosi stranamente all’Unione doganale di cui sopra (ma forse per sottolineare la sua aspirazione a emulare l’Unione europea), di porre un limite all’altezza dei tacchi femminili. L’intento dichiarato è quello di proteggere contro deformità e altri inconvenienti le connazionali, il 40% delle quali soffre a quanto pare di piedi piatti. Molte però hanno subito protestato contro l’attentato alle libertà personali, mentre le colleghe dell’incauto deputato gli hanno tolto il saluto.

Una nota merita infine il proposito, si può ben dire ufficiale a Mosca, di dare vita ad una superlega del calcio post-sovietica che organizzi un normale campionato simile a quello che si svolgeva nell’URSS. Almeno in partenza dovrebbero parteciparvi le squadre dei tre membri della neonata Unione eurasiatica più l’Armenia. Putin ha pubblicamente assegnato al progetto un’importanza prioritaria, forse pensando non tanto ad una nuova federazione internazionale separata quanto al prossimo campionato mondiale che dovrebbe svolgersi proprio in Russia. E magari con una partecipazione russa adeguatamente allargata e più competitiva di quella vista in Brasile.

 

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