sabato, Aprile 17

La Russia prova a riformare field_506ffb1d3dbe2

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Putin riforme

I nodi dell’economia russa stanno venendo al pettine e i dirigenti moscoviti, forse, stanno correndo finalmente ai ripari. Solo forse, però, perché siamo ancora agli annunci, mai mancati in passato ma rimasti quasi sempre senza seguito. Questa volta suonano più perentori dei precedenti, il che non basta però a farli prendere alla lettera senza attendere le necessarie conferme e controprove. Tanto più che, loro concreta mentre il tempo stringe e le misure da adottare diventano ormai indifferibili, la loro attuazione non si prospetta per nulla facile né indolore sotto ogni aspetto.

Fino ancora a pochi mesi fa era lecito credere che i successi conseguiti dalla più grande economia europea (in termini di parità di potere d’acquisto) dopo l’avvento di Vladimir Putin alla guida del paese, in veste di capo dello Stato o del governo, potessero resistere abbastanza bene alle turbolenze planetarie nonostante la durezza dell’impatto iniziale dell’ultima crisi. La dipendenza innanzitutto dalle esportazioni energetiche ma anche dai legami con Wall Street e altri centri finanziari aveva provocato nel 2008-2009 un calo della produzione industriale e del PIL rispettivamente del 19% e dell’8%, un crollo in Borsa dell’80% e un deprezzamento del rublo del 35%.

Negli anni successivi la ripresa era stata vigorosa, trainata dal recupero di tassi di crescita da potenza emergente benchè meno elevati rispetto al periodo iniziale del nuovo secolo. L’orizzonte era però tornato ad imbrunirsi già verso la fine del 2012 per diventare decisamente scuro nel corrente anno. Il 2013 si chiuderà con una crescita dell’1,4%, secondo il governo (o dell’1,3%, secondo la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), contro una previsione originaria del 3,4% e, per un confronto con un altro grande paese vittima della crisi, contro il 2,5% atteso per gli Stati Uniti.

Cifre da stagnazione, insomma, se non proprio da recessione, che dovrebbero migliorare nei prossimi anni, con quasi un raddoppio medio secondo previsioni governative la cui fondatezza resta ovviamente tutta da dimostrare, dati anche i precedenti. E sarebbe tuttavia, anche se davvero raddoppiata, una crescita insufficiente rispetto alle particolari necessità del paese, messe crudamente a nudo dalle più recenti circostanze e risultanze.

La caduta in stagnazione, infatti, avviene stavolta non in seguito ad un crollo dei prezzi del petrolio o del gas bensì in presenza con una loro discreta tenuta. Non in concomitanza con perduranti recessioni altrui bensì con sia pure faticose inversioni di congiunture negative. Non stupisce perciò che Putin, destando qualche sorpresa alquanto fuori luogo, abbia sentito il bisogno di proclamare pubblicamente che i mali della Russia da curare senza indugio non provengono da oltre confine né da oltremare ma sono nati all’interno della Russia stessa.

Mali di fondo, in realtà, ben noti da tempo. I proventi dalle fonti di energia sono tuttora cospicui ma destinati quasi sicuramente a ridursi in misura forse anche drastica a causa dell’irruzione sulla scena mondiale del gas e del petrolio da scisto, che sta già trasformando un colosso come gli Stati Uniti, per dire, da Paese importatore ad esportatore e quindi al limite concorrente.

I suddetti proventi, pilastro del bilancio statale, servivano finora a coprire il costo delle massicce importazioni alimentari, rese vitali dall’inadeguatezza di un’agricoltura semi  abbandonata e gravemente deperita anche in confronto con quella non certo fiorente dell’era sovietica. Quanto all’industria, la sua indispensabile ricostruzione, partendo da poco più di zero dopo lo smantellamento dell’imponente ancorché inefficiente apparato sovietico, è sempre all’ordine del giorno ma di fatto tuttora in attesa di decollare.

Nel 2013 il valore della sua produzione è diminuito, compresa quella di automobili che aveva dato in precedenza un notevole impulso alla crescita e dalla quale dipende circa un milione di posti di lavoro. Nel suo complesso, la produzione manifatturiera è rimasta in termini di valore praticamente allo stesso livello in cui era precipitata alla fine degli anni ’90. Un altro settore che invece si era gonfiato dopo l’ultima crisi grazie ai copiosi finanziamenti statali è quello bancario, che tuttavia sta rivelando (o confermando) la sua cattiva salute con l’ondata di revoche delle licenze, a partire dalla scorsa estate, a numerosi istituti insolventi o decotti.

Incidono pesantemente, inoltre, sul malessere economico il flagello della corruzione, sempre diffusa a tutti i livelli e sinora combattuta dal regime in modo generalmente considerato insoddisfacente, e la fuga di capitali all’estero (57 miliardi di dollari nel 2013 secondo stime ministeriali). Un fenomeno, questo, al quale Putin aveva già dichiarato guerra un anno fa ma adesso ha dovuto constatare che non si è fatto praticamente nulla di serio per stroncarlo, ordinando l’adozione di misure più severe ed efficaci.

I maggiori imputati sono qui gli ‘oligarchi’ e comunque la ristretta cerchia di persone o famiglie (si parla di 110 miliardari) che controllano il 35% della ricchezza nazionale e a quanto risulta non sono stati affatto danneggiati dalla crisi, al pari dei grandi manager di Stato o privati. Secondo la rivista ‘Forbes’ le retribuzioni dei 25 più facoltosi tra questi ultimi sono aumentate di un terzo nel solo 2013 mentre il patrimonio medio dei cittadini adulti sarebbe diminuito da 14 mila dollari nel 2007 a 11,9 mila nel 2012.

A questo complessivo stato di cose ci si propone di porre rimedio con una serie di vere e proprie riforme, da tempo oggetto di dibattito e di controversie, tra politici ed esperti, che sembrano essere state finalmente concordate anche al massimo livello. Ne ha dato conto in un’intervista il primo vice premier Igor Sciuvalov, già stretto collaboratore di Putin, che ha indicato come punto più qualificante il ridimensionamento delle grandi imprese di Stato e l’ampliamento del settore privato, invitando e sospingendo comunque entrambi a migliorare l‘efficienza e innalzare la produttività (in generale troppo inferiore alla media occidentale)  riducendo le spese e tagliando quando necessario posti di lavoro.

I risparmi così ottenuti, ovvero sperati, dovrebbero servire a ripianare un deficit del bilancio statale che minaccia di straripare e ad agevolare gli investimenti richiesti per i programmi di ‘nuova industrializzazione’. Ma agli stessi obiettivi sembra finalizzata nel contempo una politica monetaria imperniata sull’ulteriore svalutazione del rublo, già in corso da mesi, che dovrebbe favorire la conservazione se non l’espansione dei mercati di esportazione. E, tuttavia, minaccia a sua volta di colpire un già depresso tenore di vita di larghi strati della popolazione attraverso il rincaro delle importazioni.

La Banca centrale, finora, ha tenuto fermo sul proposito di non abbassare i tassi di interesse finchè lo sforzo di imbrigliare un’inflazione sempre preoccupante non avrà dato sufficienti frutti. E rischia però, per dire il meno, di venire ulteriormente alimentata proprio dalla svalutazione della moneta, contribuendo così ad inasprire le ripercussioni sociali di un indirizzo economico-finanziario che pure ha cercato, negli anni scorsi, di non deludere  eccessivamente le aspettative popolari.

La realtà da affrontare è però quella che è, le difficoltà sono sensibilmente aumentate e per superarle nel modo più indolore possibile occorrerebbero, insieme a scelte tecnicamente oculate, anche un coraggio e una spregiudicatezza politici che il Cremlino attuale e la classe dirigente russa nel suo complesso devono ancora dimostrare di possedere in dose apprezzabile.

 

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