mercoledì, Dicembre 8

La Russia privatizza, forse

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Un’alternativa plausibile alle fonti di energia era stata da tempo individuata nell’innovazione, necessaria per ammodernare e potenziare in primo luogo un apparato industriale esile, carente e raramente competitivo. Era nato così, cinque anni fa, il Progetto Skolkovo con la costruzione di un’apposita “città del futuro”, lo stanziamento di 85 miliardi di rubli e la partecipazione di oltre 1300 società a programmi di ricerca e sviluppo sotto la regìa dell’”oligarca” Viktor Vekselberg.

I risultati complessivi fin qui ottenuti vengono per lo più considerati assai deludenti sotto vari aspetti e per vari motivi, con in testa naturalmente la riduzione dei finanziamenti. Non a caso lo stesso Vekselberg e altri magnati tendono a battere altre strade, come l’acquisto di quote di società straniere d’avanguardia, per promuovere l’auspicata rivoluzione tecnologica propedeutica ad una “quarta rivoluzione industriale” russa.

Oltre ai pochi soldi si lamenta comunque il mancato inserimento di queste operazioni ed iniziative in un disegno strategico di più ampio respiro, la cui carenza chiama inevitabilmente in causa le responsabilità di un potere politico non si sa se più irresoluto o diviso ai suoi vertici. Probabili dissensi in alto loco, che rifletterebbero divisioni palesemente esistenti a livello politico in generale nonché di esperti e operatori economici e opinione pubblica qualificata, non sono verosimilmente estranei all’altra recente novità: l’annunciata decisione di procedere alla privatizzazione parziale di proprietà pubbliche che in Russia sono ingenti se non proprio preponderanti nell’industria e finanza, benchè non pressocchè prive di qualsiasi contrappeso come nella defunta URSS.

E’ una novità, a prima vista, piuttosto grossa perché sembrerebbe destinata a modificare nel senso prediletto in Occidente il semicapitalismo di Stato vigente in Russia, parallelamente al sistema semidemocratico riscontrabile sul versante politico. Bisognerà però attendere ulteriori precisazioni e sviluppi per capire se questo sarà veramente il caso. Sappiamo, per il momento, che la privatizzazione consisterà nella vendita di determinate quote di grandi società statali come le petrolifere Rosneft e Bashneft, i colossi bancari VTB e Sberbank, Alrosa  (diamanti), Aeroflot e Ferrovie russe. E’ stato precisato che lo Stato conserverà la maggioranza nelle società considerate strategiche mentre si ignora con quale procedura si svolgerà la compravendita.

Un punto chiave, quest’ultimo, perché se le singole operazioni dovessero svolgersi mediante contrattazioni tra amici e amici degli amici non si vedrebbe la differenza rispetto alle deploratissime privatizzazioni dell’era di Boris Eltsin. E, soprattutto, i loro esiti sarebbero verosimilmente tali da peggiorare ulteriormente la situazione almeno dal punto di vista di chi caldeggia l’operazione nel suo complesso come una riforma di struttura destinata a migliorare in modo duraturo le prospettive dell’economia nazionale.

Va rilevato, peraltro, che secondo alcuni osservatori sarà difficile nella situazione attuale trovare molti candidati all’acquisto diversi dai proprietari o controllori dei maggiori gruppi privati che largamente identificabili con gli oligarchi. Si tratta di una coorte dimostratasi per lo più affidabile politicamente, dal punto di vista del Cremlino, ma meno facilmente disciplinabile sul terreno economico e finanziario, dove il suo patriottismo non sembra ancora così ardente da farle preferire gli investimenti in patria a quelli, produttivi e non, all’estero. Non manca in compenso un’esplicita apertura agli acquirenti stranieri, tutta però da verificare all’atto pratico tenuto conto del contesto internazionale, anche se la debolezza del rublo dovrebbe agevolarne la concretizzazione.

Quanto all’effettiva convenienza del passaggio dei trasferimenti dalla mano pubblica a quella privata c’è naturalmente chi la nega o quanto meno ne dubita molto. E’ il caso, ad esempio, di Sergej Puchov, dirigente dell’Alta scuola di economia, che non ritiene affatto scontata la minore dinamicità e capacità competitiva delle imprese di Stato in generale contestando in particolare l’opportunità di una parziale privatizzazione di  Sberbank proposta dal ministro per lo Sviluppo economico Aleksej Uljukaev.

Puchov, però, non si limita ad avvertire che il resto di questa grande banca, già per metà privata, potrebbe finire nelle mani dei suoi maggiori azionisti con una conseguente concentrazione del suo controllo indesiderabile sotto vari aspetti. Segnala altresì che se il vero obiettivo dell’annunciata privatizzazione non è l’innalzamento della competitività del sistema economico bensì fare cassa a beneficio del sofferente bilancio federale, anche questo rischia di non venire raggiunto dato il momento tutt’altro che favorevole.

Entrambi gli obiettivi si trovano effettivamente indicati nell’annuncio governativo rispettivamente al primo e secondo posto nel relativo elenco. Il sospetto e la previsione di Puchov sono largamente condivisi tra gli esperti russi e stranieri. Qualora trovassero tangibili conferme dai modi in cui le finalità dichiarate verranno perseguite si potrà ben dire, almeno, che la privatizzazione non segnerà un’ennesima svolta storica nella gestione economica della Russia contrariamente a quanto non pochi si augurerebbero a Mosca e dintorni.

Saranno invece rassicurati i tanti che sicuramente osteggiano una reale riforma del sistema, tra i quali, a quanto pare, figura anche un personaggio di grosso calibro come Igor Secin, l’amministratore delegato di Rosneft sempre considerato, fino a ieri, vicinissimo a Putin. Forse per rabbonirlo, l’amico presidente ha promesso che non ci sarà nessuna svendita se i prezzi non saranno abbastanza remunerativi.

 

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