martedì, Ottobre 26

La Russia privatizza, forse

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Privato è bello? Se è vero, dovrebbero esserlo a rigore anche nella Russia odierna. Magari non così vero come negli Stati Uniti, dove il rifiuto dello statalismo è un dogma anche se il capitalismo americano si salvò dalla Grande crisi di ottanta e passa anni fa solo grazie al New Deal di Franklyn Delano Roosevelt. E neanche come nella pur meno dogmatica Unione europea, dove si raccomanda di privatizzare tutto il possibile ma le banche sprofonderebbero perfino in Germania senza il soccorso dello Stato.

Dal sistema e dai dogmi sovietici la Russia postcomunista ha preso alquanto nettamente le distanze anche sul terreno economico benchè sotto la guida di Vladimir Putin, in particolare, sia viva e addirittura cresca la rivendicazione di una fondamentale continuità con l’intero passato nazionale. Preferendo comunque, sembrerebbe, il passato più lontano a quello più recente.

Putin personalmente, infatti, non si astiene dal rendere omaggio ai meriti di Stalin anche per andare incontro ai sentimenti di alcune porzioni della società e dello schieramento politico. Come    un modello per sé stesso (spesso qualificato come “nuovo zar”) pare però che, senza arrivare a paragonarsi a Pietro il grande, opti per un altro Romanov, Alessandro III. Forse un po’ avventatamente, per la verità, trattandosi di un sovrano tipicamente illiberale che perì per mano di un rivoluzionario.

Pochi giorni fa, ad ogni buon conto, Putin si è prodotto in un’inedita sortita contro l’artefice della Rivoluzione d’ottobre e fondatore dell’URSS, Lenin, addebitandogli il massacro della famiglia dell’ultimo zar, Nicola II, durante la guerra civile, nonché una ripartizione territoriale dell’ex impero zarista (in realtà ideata e attuata piuttosto da Stalin) che sarebbe stata all’origine della disintegrazione dell’Unione Sovietica e dell’attuale conflitto in Ucraina.

Negli stessi giorni, il presidente russo ha lanciato un appello al patriottismo dei suoi concittadini in quanto unica possibile “idea unificante” della nazione e fonte di ispirazione per il comune impegno di tutti per renderla più forte e più prospera. Appello che un po’ ricorda quello certo più memorabile dello Stalin già nazionalista all’indomani dell’aggressione nazista del 1941 piuttosto che il Lenin impadronitosi del potere nel 1917 alzando la bandiera dell’internazionalismo proletario.

Putin non ha parlato di emergenza nazionale né di sacrifici da affrontare per uscirne. Riesce però difficile non presumere che le sue parole si riferissero implicitamente alla crisi economica del paese. La quale avrà anche superato il suo culmine almeno per quanto concerne gli effetti recessivi (come da lui già in precedenza assicurato e come tendenzialmente riconoscono anche gli osservatori stranieri) ma sembra destinata a cronicizzarsi conservando o persino accentuando la propria gravità.

Si parla infatti, benchè non apertamente a livello ufficiale, di crisi di sistema, nel senso che quello russo per come si presenta strutturato non sarebbe più in grado di assicurare un’adeguata stabilità e funzionalità ovvero di reggere senza eccessive scosse e danni all’urto di fattori esterni anche più o meno prevedibili, per non parlare di quelli imprevedibili. I motivi dell’inadeguatezza sono parecchi. Tra essi campeggia naturalmente la ben nota e smisurata dipendenza dei conti pubblici dai proventi della produzione ed esportazione delle fonti di energia, rivelatasi esiziale con il crollo del prezzo mondiale del petrolio solo parzialmente compensato da un suo contraccolpo, per altri aspetti comunque rovinoso, quale la svalutazione del rublo. Quel prezzo potrebbe anche risalire in un futuro non lontano e quella svalutazione trova per lo più in se stessa qualche rimedio alle sue conseguenze, le quali tuttavia continuano a penalizzare la popolazione (e soprattutto le sue categorie più deboli) anche se nel frattempo i conti pubblici vengono in qualche modo rabberciati.

Autorevoli economisti russi giungono intanto a demonizzare il petrolio come un ‘narcotico’ (così l’accademico Vladislav Inosemzev) in quanto lo sfruttamento della pur invidiabile risorsa naturale, insieme a quella del gas, avrebbe disincentivato i governanti dal mettere in cantiere senza troppi indugi riforme ed iniziative magari non facili da concordare ma indispensabili per conferire al sistema una sufficiente funzionalità.

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