mercoledì, novembre 14

La Russia prepara lo sganciamento definitivo dal dollaro Il piano di 'de-dollarizzazione' russo entra nel vivo

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Nei giorni scorsi, il Ministero delle Finanze russo ha annunciato il varo di un programma strategico finalizzato a eliminare definitivamente la dipendenza del Paese dal dollaro entro il 2024. Il clamore mediatico suscitato dalla notizia appare tuttavia immotivato, visto e considerato che la Russia aveva cominciato a muoversi direzione di un progressivo sganciamento dal biglietto verde in reazione alla politica sanzionatoria adottata nei suoi confronti da Stati Uniti ed Unione Europea all’indomani dello scoppio della crisi ucraina. Da quel momento, Mosca ha cominciato a imprimere una spinta autarchica al sistema produttivo nazionale, attraverso un piano d’azione particolarmente complesso e ambizioso.

Il primo passo ha consistito nell’approvazione di un disegno di legge che proponeva la creazione di un sistema elettronico di pagamento nazionale, modellato sulla falsariga del cinese Union Pay (secondo al mondo, con carte di credito che possono essere utilizzate in oltre 140 Paesi), alternativo a quello vigente, gestito da Visa e Mastercard. In aggiunta, Mosca ha anche espresso l’intenzione di dar vita, di concerto con Pechino, a una piattaforma alternativa al Society for Worldwide Financial Telecommunications (Swift) – da cui il primo ministro David Cameron aveva proposto l’esclusione della Russia come ritorsione per il blitz in Crimea –, capillarmente sorvegliato dalla Cia e dalla Fed. In tale quadro, il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov e il ministro degli Esteri cinese Cheng Guoping hanno predisposto la costituzione di una camera di compensazione bancaria russo-cinese, della quale dovrebbero entrare a far parte numerosi istituti di credito collegati tra loro per tramite della Bank of Russia e della People’s Bank of China. L’intesa prevede anche l’apertura a Mosca di un ufficio della Industrial and Commercial Bank of China (Icbc) incaricato di fungere da «camera di compensazione dello yuan-renminbi in Russia, e accreditarsi così come polo finanziario di riferimento per i Paesi membri dell’Unione Economica Eurasiatica».

Per Washington, la portata della minaccia è inoltre accresciuta dal lancio, annunciato dal ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak nel novembre 2015, di un nuovo parametro di riferimento in rubli per il petrolio russo e per i relativi derivati (future) presso l’International Mercantile Exchange di San Pietroburgo (Spimex). Stessa cosa ha annunciato Pechino, lanciando un proprio benchmark denominato in yuan presso l’International Energy Exchange di Shanghai. L’intento è chiaramente quello di invertire la tendenza generale in base alla quale i prezzi per le esportazioni di petrolio russo e più in generale di qualcosa come il 70% del petrolio commerciato a livello internazionale erano rimasti strettamente legati all’andamento del Brent del Mare del Nord, che si contratta in dollari presso le piazze finanziarie di Londra e New York. Il sistema incardinato sul dollaro – su cui si innesta il meccanismo di ‘riciclaggio dei petro-dollari’ – e su un parametro di riferimento in grado di stabilire il prezzo della maggior parte del petrolio venduto a livello globale si presta perfettamente alle esigenze delle grandi banche anglo-statunitensi, garantendo loro la possibilità di influire sulla determinazione del prezzo del greggio mediante complesse operazioni con i derivati. Il fatto, inoltre, che la produzione di Brent e delle altre miscele del Mare del Nord sia ormai da tempo in via di esaurimento indica che i colossi di Wall Street utilizzano un benchmark obsoleto per controllare la quotazione di volumi di petrolio di gran lunga più significativi. Uno status quo che Mosca e Pechino intendono scardinare facendo leva sui propri indici di riferimento ‘de-dollarizzati’.

L’evidente convergenza operativa tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping va quindi ben oltre la ‘semplice’ ratifica di contratti dall’elevato coefficiente strategico, configurandosi invece come un’alleanza ostile ai piani statunitensi consacrata dall’esclusione del dollaro negli scambi bilaterali e dal riorientamento geopolitico dell’export del gas russo verso la Cina, maggior consumatore di energia del pianeta (materializzatosi con il mega-accordo del maggio 2014, che prevede la fornitura di 400 miliardi di metri cubi di gas alla Cina per i successivi vent’anni in cambio di rubli), nonché più importante partner commerciale singolo della Russia – con un interscambio commerciale che si conta di portare a 200 miliardi di dollari entro il 2025. In tale contesto si inserisce la sottoscrizione di una serie di accordi destinati ad aprire ulteriormente ai cinesi le porte dell’economia russa, in particolare nel settore delle infrastrutture e delle materie prime.

Il potenziale dell’intesa russo-cinese potrebbe rivelarsi dirompente in misura tale da minacciare la tenuta stessa del sistema dollaro-centrico. Vneshtorgbank (Vtb), una delle più grandi Banche russe, ha infatti raggiunto un’intesa con la Pboc per stabilire che i pagamenti tra Russia e Cina avverranno nelle rispettive valute nazionali, senza l’intermediazione del dollaro. «Con questo accordospecifica la banca Vtb – le banche si ripromettono di sviluppare un partenariato in molte aree commerciali, inclusa la cooperazione con pagamenti in rubli e in renminbi, negli investimenti bancari, nei prestiti inter-bancari, nella finanza commerciale e nelle transazioni sui mercati di capitali». Ma le manovre di aggiramento del dollaro non si riducono a ciò. La stessa Vtb ha infatti assunto, di concerto con Sberbank (altro grande istituto di credito russo), la gestione dell’export di oro russo (cioè estratto in Russia) verso la Cina, grande acquirente del metallo prezioso (oltre che primo produttore al mondo, mentre la Russia si situa al terzo posto). L’obiettivo è quello di far decollare il commercio aurifero bilaterale, portandolo a circa 100 tonnellate all’anno. La notizia assume una particolare valenza strategica se si considera che Russia e Cina sono impegnate ormai da anni ad accumulare ingenti riserve auree in vista dell’adozione di un nuovo modello di pagamento imperniato sull’oro. Lo ha riconosciuto implicitamente lo stesso Evgenij Fedorov che, in qualità di deputato alla Duma per il partito Russia Unita (lo stesso di Putin), ha evidenziato che «accumulando ingenti riserve auree, un Paese blinda la propria sovranità ponendosi nelle condizioni ideali per difendere se stesso nel caso in cui un cataclisma dovesse abbattersi sul dollaro, sull’euro, sulla sterlina o su qualsiasi altra valuta-rifugio». Il frenetico attivismo russo-cinese sul mercato aurifero ha innescato una vera e propria corsa all’oro che ha finito per coinvolgere, tra gli altri, un peso massimo dell’economia mondiale come la Germania, ed ha aperto un sentiero in cui sono caldamente invitati ad addentrarsi sia i Paesi membri dell’Unione Economica Eurasiatica, sia (soprattutto) le altre nazioni facenti parte del blocco Brics, di cui il vice-governatore della Bank of Russia Sergeij Shvetsov ha tessuto gli elogi definendole «grandi economie dotate di imponenti riserve auree e ragguardevoli volumi di produzione e acquisto d’oro».

Ma non è tutto. Durante il Forum economico di San Pietroburgo dello scorso giugno, Putin ha tenuto un lungo colloquio con il giovanissimo (nato nel 1994) programmatore russo Vitalik Buterin, l’ideatore di Ethereum, una moneta virtuale che va ad affiancarsi al più famoso Bitcoin di cui Cremlino punta ad avvalersi come strumento di pagamento, diffondendone l’uso anche tra le istituzioni finanziarie russe – la Bank of Russia e l’istituto di credito Veb si sono mossi immediatamente in tale direzione. La sua totale sconnessione dal sistema delle Banche Centrali rende questa cripto valuta, la quale risulta «funzionante anche come database condivisibile per eliminare gli intermediari nei processi economici», non manipolabile come qualsiasi altra moneta nazionale, intrinsecamente soggetta alle turbolenze dei mercati ed esposta alla speculazione più o meno sostenuta politicamente da Paesi stranieri. Caratteristiche che rendono Ethereum uno strumento valido e del tutto confacente alla strategia moscovita mirante a erodere lo strapotere del sistema dollaro-centrico.

Ora, stando a quanto dichiarato da Mosca, il piano dide-dollarizzazione si propone di persuadere gli esportatori russi ad avvalersi di rubli in sostituzione dei dollari mediante sconti fiscali e incentivi di vario genere. Vladimir Rožankovsky dell’International Financial Center ha osservato in proposito che «per permettere al rublo di proseguire la sua graduale affermazione valuta di pagamento, la Banca Centrale deve intervenire per ridurne la volatilità. Il regolatore farebbe bene a studiare l’operato positivo della Cina o addirittura della Bielorussia». Secondo Petr Puškarev, analista di punta di ‘TeleTrade’, i circa 500 miliardi di dollari di riserve estere di cui dispone la Federazione Russa sono più che sufficienti a garantire la stabilità del rublo proteggendolo dall’offensiva finanziaria statunitense. Parallelamente, aggiunge Puškarev, la Russia dovrebbe intensificare l’utilizzo di valute alternative al dollaro a cominciare dall’euro, specialmente alla luce del fatto che «non è solo ai russi che non piace la politica americana; alcuni rappresentanti dell’Unione Europea hanno gettato le fondamenta per la creazione di un proprio sistema di pagamenti che consenta l’espletamento del commercio con l’Iran senza incorrere nelle sanzioni statunitensi».

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