mercoledì, Settembre 29

La Russia guarda alla 'quarta sponda'

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In quanto cattivo soggetto e mina vagante per l’Occidente, Gheddafi faceva certamente gioco per Mosca sulla scacchiera internazionale, entro certi limiti, ma la sua stessa incontrollabilità e imprevedibilità lo rendevano inidoneo a stabilire con altri soggetti relazioni strette e condizionanti. In definitiva il legame più consistente si fondò sulle copiose forniture di armi sovietiche di ogni genere, che permisero al satrapo tripolino di fare la voce grossa in varie direzioni anche più di quanto consentito dalle cospicue risorse petrolifere del suo Paese e di svolgere in particolare un ruolo destabilizzante a largo raggio nell’Africa centro-settentrionale.

Le cose non cambiarono sostanzialmente dopo il crollo dell’URSS, rimpiazzata da una Russia meno grande e più debole, soprattutto inizialmente, e perciò non in grado di coltivare con larghezza di mezzi amicizie e rapporti di affari anche politicamente finalizzati. Le forniture di armi continuarono rispondendo ad esigenze commerciali più che mai pressanti ed alle quali si dovette verosimilmente la decisione di Vladimir Putin, nel 2008, di condonare l’ingente debito accumulato dalla Libia già nei confronti dell’URSS.

Tre anni più tardi Mosca si trova di fronte agli sviluppi più sgraditi delle ‘primavere arabe’ che già aveva visto di malocchio in partenza. Nel caso della Libia viene messa in serio imbarazzo da una ribellione contro il regime che Gheddafi, da tempo inviso a quasi tutto il mondo arabo, cerca di stroncare nel modo più spietato, e dalla conseguente scelta occidentale di fermarlo e di cogliere l’occasione per liquidarlo.

La Libia è meno preziosa per Mosca della Siria e d’altronde non è ancora intervenuta la crisi ucraina a mettere Russia e Occidente in rotte di collisione reciproche. All’ONU la delegazione russa finisce così con l’astenersi, come quella cinese, sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza che spiana la strada all’intervento ‘umanitario’ della NATO a favore dei ribelli, limitandosi ad esprimere ad esprimere riserve sul ricorso alla forza.

Dietro l’imbarazzo, però, affiorano anche insoliti dissensi. Putin, che è ancora e sia pure provvisoriamente solo capo del Governo, critica duramente la risoluzione paragonandola ad un “appello medievale alla crociata” e condannando l’attacco armato ad uno Stato sovrano. Dmitrij Medvedev, Presidente federale in carica in attesa di tornare premier, deplora a sua volta, parlando con i giornalisti, i termini usati da Putin e a suo avviso inopportuni.

Dissensi reali o gioco delle parti? Sta di fatto che in seguito la crisi libica si aggrava anziché risolversi in un modo o nell’altro, e Mosca, con Putin reinsediatosi al Cremlino, ne approfitta per rifarsi della perdita di un cliente denunciando a gran voce l’ennesimo errore e misfatto dell’Occidente nel Medio Oriente.

Errore e misfatto utili, tuttavia, per giustificare il proprio fermo e multiforme appoggio al pericolante regime di Bashar Assad in Siria, culminato nello scorso autunno in un intervento militare russo per il quale Mosca ha potuto far valere una richiesta o consenso da parte del legittimo governo soccorso che erano invece mancati nell’opposta vicenda in Tripolitania e Cirenaica.

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