La Russia e la preoccupazione per il fronte interno field_506ffbaa4a8d4

La Moskalkova, dal canto suo, ha fatto del proprio meglio per giustificare critiche, perplessità e indignazioni. Ha infatti indicato come priorità del suo impegno la lotta contro la strumentalizzazione della questione dei diritti umani da parte dei governi occidentali per denigrare e ricattare la Russia, la difesa dei diritti dei cittadini russi all’estero, nonché dei valori collettivi russi piuttosto che dei diritti individuali. Non c’è quindi da stupirsi se il cambio della guardia al posto dell’ombudsman federale abbia coinciso con un’accentuata repressione del non conformismo e ulteriori restrizioni dello spazio concesso alle attività indipendenti.

Nuove misure vengono adottate o sono in cantiere per rafforzare i controlli sulle conversazioni telefoniche e le comunicazioni attraverso il web, inasprire la censura e favorire l’autocensura, punire le trasgressioni per via amministrativa prima ancora che giudiziaria. Il tutto adducendo spesso come giustificazione una minaccia terroristica che non è certo immaginaria ma viene intesa nel senso più esteso e al limite arbitrario ovvero di comodo.

Da qualche parte si denunciano colpi di grazia alla libertà di stampa e di espressione, forse esagerando perché voci autonome e indomite ancora resistono. Ma non c’è dubbio che un duro colpo sia stato inferto a questa categoria dalle pressioni del potere che hanno costretto alla resa il grande gruppo mediatico ‘RBC‘, appartenente al miliardario Michail Prochorov, ‘oligarca’ che aveva osato sfidare Putin nell’ultima elezione presidenziale uscendo naturalmente sconfitto ma ottenendo un 8% di consensi per nulla disprezzabile dato il contesto. Prochorov era vicino al movimento contestatore di quattro-cinque anni fa ma non si era mai esposto più di tanto come oppositore, sollevando così qualche sospetto che svolgesse un ruolo più utile per l’immagine interna ed esterna del regime che non pericoloso per la sua tenuta. Aveva però condannato severamente l’assassinio più che sospetto di Boris Nemzov, uno dei capi dell’opposizione radicale e suo amico, e tre dei principali dirigenti di ‘RBC‘, che adesso ha dovuto licenziare in blocco da un giorno all’altro, avevano impresso alle attività editoriali una linea indipendente evidentemente considerata ora dal Cremlino non più tollerabile.

Alla drastica eliminazione di Nemzov si può d’altronde ricollegare in una certa misura il pestaggio ammonitore subìto un paio di settimane fa, per mano di un gruppo di cosacchi ‘patrioti’, da un altro oppositore di punta nonchè aperto sfidante di Putin, Aleksej Navalnyj, già da tempo bersaglio di un’accanita persecuzione giudiziaria. E ciò mentre si allunga la lista dei personaggi per lo più ambigui già vicini al vertice del potere prima di riparare all’estero (con una preferenza per Londra) dove perdono la vita in circostanze misteriose, come era avvenuto in qualche occasione anche nell’era sovietica.

La novità forse più significativa, e comunque intrigante, è però la creazione, nello scorso aprile, di una Guardia nazionale, nel quadro di una più ampia ed ennesima ristrutturazione dei molteplici apparati preposti alla difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza interna. Si tratta di un corpo militare di 400 mila uomini, trasferiti in parte da servizi già sottoposti al ministero degli Interni, compresi quello destinato a missioni speciali (i famosi OMON) e una Forza di reazione rapida. Il suo compito più scontato è quello di fronteggiare, disponendo di ampi poteri d’intervento preventivi e repressivi, una multiforme minaccia terroristica alla quale la Russia è esposta come e forse più di qualsiasi altro paese, data la consistenza della sua vecchia componente islamica incrementata di recente da una massiccia immigrazione. Ma come ha spiegato ad esempio al settimanale ‘Argumenty i fakty Marija Shkljaruk, collaboratrice scientifica dell’Istituto moscovita per i problemi della legalità, un compito almeno altrettanto importante, approssimandosi l’appuntamento elettorale, «potrebbe diventare quello di reagire a proteste e disordini». Ad un possibile ritorno di fiamma, cioè, di una contestazione di piazza che il regime avrebbe buone ragioni di temere. Nonostante tutto il patriottismo e la proverbiale capacità di sopportazione dei russi, infatti, potrebbe finire con l’esplodere il loro malcontento per i costi di una crisi economica e del suo problematico superamento accollati sinora alla grande maggioranza della popolazione.

Infine, non è certo passato inosservato il fatto che la neonata Guardia nazionale sia stata posta alle dirette dipendenze del Presidente della Federazione, anziché di un semplice Ministro o altro suo collaboratore. Non sarà vero che la poltrona di Putin comincia a scricchiolare, come già si affrettano a suggerire alcune fonti occidentali. Suona plausibile, tuttavia, che in vista di situazioni particolarmente critiche il ‘nuovo zar’ preferisca fidarsi soprattutto di se stesso.