mercoledì, dicembre 19

Putin 4°: la Russia che verrà Con il Prof. Aldo Ferrari (Univeristà di Venezia) parliamo delle prossime Elezioni Presidenziali russe

0
1 2


Domenica 18 marzo si svolgerà il primo turno delle Elezioni Presidenziali russe (il secondo turno si avrà il prossimo 8 aprile).

Ci sono nove candidati, ma l’esito del voto appare scontato.

In primo luogo c’è il Presidente in carica, Vladimir Vladimirovič Putin, la cui vittoria sembra scontata: ex Ufficiale Superiore del  KGB ed esperto di arti marziali, è l’uomo forte che ha portato la Russia fuori dalla crisi successiva alla caduta dell’Unione Sovietica negli anni ’90. Certamente spregiudicato quanto indubbiamente abile e lungimirante, ha costruito su di sé un culto della personalità che gli garantisce il sostegno di una fetta estremamente ampia della popolazione (nonostante le critiche mossegli su questioni legate al rispetto dei Diritti Civili). Il mandato presidenziale che sia avvia, con tutta probabilità, a ricoprire è il quarto: l’ultimo concessogli dalla Costituzione della Federazione Russa.

Vladimir Vol’fovič Žirinovskij, del Partito Liberal-Democratico di Russia: si tratta, in realtà, di un partito nazionalista la cui ricetta politica è alquanto contraddittoria; nonostante la condotta personale di Žirinovskij, coinvolto in diversi scandali, è probabile che possa puntare al ballottaggio dell’8 aprile.

Pavel Nikolajevič Grudinin, del Partito Comunista Russo: imprenditore agro-alimentare, proietta un’immagine nuova sul vecchio Partito Comunista. Si tratta di un imprenditore agro-alimentare di successo che è riuscito a garantire stipendi elevati e condizioni di lavoro invidiabili ai propri dipendenti, pur mantenendo alti i propri profitti: anche lui è in corsa per il secondo turno.

Maksim Aleksandrovič Suraykin, dei Comunisti di Russia: fuoriuscito del Partito Comunista, propone un approccio più intransigente in chiave anti-capitalista. È probabile che si accontenterà di una manciata di voti.

Sergeij Nikolaevič Baburin, dell’Unione di Tutto il Popolo Russo: candidato del partito conservatore, strizza l’occhio a modelli di derivazione sovietica, da un lato, e a posizioni più nazionaliste, dall’altro, pur in chiave più morbida rispetto a Žirinovskij. Baburin dovrebbe essere certamente fuori dalla corsa al ballottaggio.

Grigorij Alekseevič Javlinskij, di Jabloko (Mela, in russo): di matrice liberale, Javlinskij è in netta opposizione con la politica di Putin e, in politica estera, vorrebbe la fine del contrasto con l’Ucraina e l’avvicinamento della Russia alla NATO. È altamente improbabile che queste posizioni possano incontrare il favore dell’elettorato russo.

Boris Jur’evič Titov, del Partito della Crescita: candidato liberale, punta su un programma di incentivi alla piccola e media impresa. I sondaggi non ritengono che possa avere alcuna possibilità di vittoria.

Ksenija Anatol’evna Sobčak, di Iniziativa Civile: figlia di un noto politico, amico dello stesso Putin, la Sobčak rappresenta gli interessi della grande oligarchia liberale russa e, di conseguenza, propone una visione filo-globalizzazione. Nonostante il sostegno dell’oligarchia, è improbabile che riesca a mobilitare molti consensi.

La Federazione Russa, negli ultimi anni, è stata al centro di grandi dibattiti e forti polemiche e la probabilissima rielezione di Putin apre nuovi interrogativi: come potrebbe evolvere la politica interna del Presidente nel suo ultimo mandato? È possibile che si vangano a creare lotte interne per la successione tra i suoi sostenitori? Come evolverà la politica estera russa nei confronti dell’Unione Europea (ricordiamo il contrasto in Ucraina, Crimea e Donbass, oltre che le recenti polemiche sul presunto avvelenamento, a Londra, di un’ex-spia russa) e degli Stati Uniti? Quale sarà la linea tenuta da Mosca in scenari come quello mediorientale e nel Continente africano? Quale sarà, infine, l’atteggiamento nei confronti di crisi internazionali, come quella siriana, iraniana o, sorattutto, coreana?

Per rispendere a questi interrogativi, abbiamo parlato con il Professor Aldo Ferrari, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Se, come previsto dai sondaggi, Putin dovesse vincere nuovamente di misura le prossime elezioni, che situazione si verrebbe a creare nella politica interna russa, anche in relazione al fatto che, nei prossimi sei anni, la Nomenclatura potrebbe e dovrebbe preparare la sua successione?

La Costituzione Russa dice che tra sei anni Putin non potrà ricandidarsi, quindi, tutti si chiedono, anche in Russia, come avverrà questa fase successiva: io direi che adesso è ancora prematuro parlarne. Quello che si può dire è che la rielezione pressoché certa di Putin proseguirà, sia in politica interna che in politica estera, tutte le linee di tendenza che abbiamo visto negli ultimi anni: un rafforzamento del controllo dello Stato sull’economia e sulla società, un orientamento fortemente conservatore in politica interna e sul piano dei valori e, verso l’esterno, un’affermazione molto forte ed assertiva del ruolo della Russia nella politica internazionale. Queste sono le linee guida che saranno sicuramente in continuità con la politica tenuta fin’ora. Bisognerà invece vedere e valutare se Putin, nella Presidenza che gli resta, metterà finalmente mano a quelle riforme economiche che sono assolutamente necessarie, soprattutto nell’ambito della diversificazione produttiva.

Che rapporti potrà avere la nuova Presidenza Putin con l’Unione Europea e quali sono i Paesi che più saranno oggetto delle attenzioni di Mosca?

Nella situazione che si è venuta a creare tra Unione Europea e Russia, è difficile che ci siano dei cambiamenti sostanziali: si è arrivati ad una situazione di crisi che continua a peggiorare sempre più (si veda, negli ultimi giorni, lo scandalo per l’avvelenamento, supposto o reale, da parte della Russia della sua ex-spia). Presumibilmente, non ci saranno dei cambiamenti sostanziali: la Russia ha dei propri interessi, soprattutto ha una visione sulla strutturazione dei Paesi post-sovietici (in particolare dell’Ucraina e della Georgia) che non corrisponde alla visione dell’Europa occidentale, si oppone in maniera molto ferma e chiara ad ogni possibile ingresso dei Paesi post-sovietici nella NATO e, da questo punto di vista, visto che l’Europa è altrettanto ferma nel rifiutare il diritto russo all’ingerenza in queste aree, non credo ci possa essere un cambiamento significativo. La chiave di volta dei rapporti russo-europei rimane comunque la Germania che, da quando con la Merkel ha assunto una posizione sfavorevole alla Russia, in occasione della crisi ucraina, si è portata dietro tutti gli altri Paesi, inclusa l’Italia, che non è affatto favorevole a questa opzione, ma non ha la forza di opporsi: la Germania è assolutamente al centro dei rapporti russo-europei. Alcuni Paesi sono e resteranno tradizionalmente anti-russi, in particolar modo la Polonia: un cambiamento potrebbe essere rappresentato dalla Brexit che porterebbe fuori dall’Europa uno dei Paesi tradizionalmente più anti-russi.

Dall’altra parte abbiamo la Francia che era filo-russa, o relativamente non anti-russa, ma già con la Presidenza Hollande si è accodata alla Germania, alla Gran Bretagna e ai Paesi dell’est europeo: se si osserva la rapidissima solidarietà offerta agli inglesi prima ancora che questi abbiano prodotto qualsiasi prova delle responsabilità russe, direi che è evidente che la Francia si sia allineata ormai su posizioni decisamente non filo-russe. Restano fuori l’Italia e alcuni Paesi ancora meno significativi, come l’Ungheria e la Grecia, che però non sono assolutamente in grado di invertire la linea di questi colossi europei che, ormai, hanno assunto stabilmente una posizione negativa nei confronti della Russia.

Come potrebbe evolvere il rapporto con l’Unione Europea in relazione al contrasto con l’Ucraina e alla situazione in Crimea e Donbass?

Non ci sono grandi spazi di cambiamento. La Crimea è stata annessa alla Federazione Russa e non si riesce a prevedere nessuno scenario di cambiamento di questa situazione, se non bellico e catastrofico, e il Donbass è ormai uno Stato de facto, anche se non de iure. L’Unione Europea e la Russia hanno visione diverse: esiste il Processo di Minsk che, però, non viene portato avanti per volontà tanto della Russia che dell’Ucraina. Sostanzialmente, quindi, la situazione è congelata e non si vedono spiragli di cambiamento o di trattativa: finché le parti, Russia ed Unione Europea, non decideranno di cambiare l’atteggiamento che hanno seguito finora e di svilupparne uno realmente cooperativo, la situazione rimarrà congelata e poco soddisfacente come ora. Sostanzialmente siamo ad un punto di stallo.

Si può affermare che Putin stia sfruttando le tendenze centrifughe interne alla UE (Gruppo di Visegrád, Brexit, populismi) per i propri vantaggi in politica estera?

Francamente, io sono molto perplesso perché fatico a vedere quali possano essere le leve di intervento della Russia in queste vicende europee. Sono dinamiche interne: in Europa si stanno sviluppando delle forze politiche in contrasto con le tendenze della Commissione e dei Paesi più grandi e più forti, però bisognerebbe analizzare caso per caso. Nei cosiddetti Paesi di Visegrád c’è un’evoluzione interna di tipo conservatore molto simile a quella che si verifica in Russia; al tempo stesso, questi Paesi sono tradizionalmente anti-russi, quindi in nessun modo la Russia potrebbe trarre vantaggio da questa svolta, se non per un indebolimento complessivo della compagine europea; io non credo, però, che la Russia tragga vantaggio dall’indebolimento dell’Europa. La Russia non approva che l’Unione Europea prenda determinate politiche, che ritiene essere negative per la propria sicurezza nazionale, in particolare l’estensione verso est, ma, in ogni modo, non riesco ad immaginare una Russia ostile all’Europa in quanto tale: la Russia è un Paese di cultura europea che vuole un partenariato forte con l’Unione Europea, con la quale è complementare economicamente. Inoltre, quasi tutti i membri dell’Unione Europea sono inseriti nella NATO e certamente il fare parte di questa organizzazione risente del peso dell’alleato statunitense che continua a vedere nella Russia più o meno ciò che vedeva nell’Unione Sovietica, ovvero un nemico: questo, secondo me, è un errore strategico colossale da parte degli Stati Uniti, il cui vero competitore, ormai, è la Cina, non certo la Russia. Purtroppo la maggior parte dei Paesi europei sembra seguire questa linea, a mio avviso contro i propri interessi strategici ed economici

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore