mercoledì, Dicembre 1

La Russia bombarda la Siria dal mare

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Si tratta dei ‘jammer’ semoventi Krasukha-4, avvistati nell’aeroporto vicino Latakia usato dai russi. Hanno un raggio d’azione di 300 km e possono danneggiare tutti i sistemi di sorveglianza ed intercettazione ostili colpiti e non solo accecarli temporaneamente. Un altro sistema d’arma russo avvistato in Siria – la cui presenza è significativo perché puo essere usato solo per attaccare obiettivi a terra – sono le batterie lanciarazzi multipli BM-30 ‘Smerch’. Questo sistema, benché sia in servizio dal 1986, rappresenta ancora il più potente sistema lanciarazzi d’artiglieria a livello mondiale: montato su un mezzo ad 8 ruote motrici è formato da una torretta rotante formata da 12 bocche da fuoco, ognuna in grado di sparare in rapida successione un razzo da 300 mm (il calibro di un cannone navale nella II Guerra Mondiale) dal peso di 800 kg, con una testata di 70 kg di esplosivo ad alto potenziale fino ad una distanza massima di 70/90 km.

Non lontano dal teatro siriano, l’attivismo russo in Medio Oriente sta provocando una serie di tensioni con la Turchia. Oggi l’ambasciatore russo ad Ankara è stato convocato per la terza volta dal governo turco per discutere di due violazioni del suo spazio aereo avvenute nel corso nei raid di Mosca sul suolo siriano. La Turchia non vuole che dal conflitto nasca una crisi tra la Russia e la Nato né una disputa tra Ankara e Mosca, ma intanto l’insofferenza verso l’intervento russo cresce. Secondo il premier turco Ahmet Davutoglu, Mosca ha condotto in Siria 57 operazioni aeree, di cui 55 contro l’opposizione moderata  solo 2 contro l’Is.

A rincarare la dose si ha pensato Volkan Ozdemir, capo dell’Istituto per le politiche e il mercato energetico (EPPEN) e consulente del governo, secondo il quale le operazioni condotte dalla Russia in Siria hanno il preciso obiettivo di far aumentare il prezzo del petrolio. Ozdemir ha ricordato che il prezzo del petrolio è determinato dal mercato finanziario, più che da domanda e offerta, e il prezzo è aumentato di 6 dollari dall’inizio dei bombardamenti russi. Secondo l’economista turco, Mosca starebbe tentando di condizionare i mercati in modo da fare pressioni sui mercati e di conseguenza sulle quotazioni del greggio. La motivazione sarebbe le enormi entrate che la Russia annualmente si assicura grazie alla vendita di petrolio e gas, all’incirca il 70% del totale dell’export di Mosca; vale a dire che per ogni dollaro in meno (o in più) del prezzo del petrolio, il Paese perde (o guadagna) circa 2 miliardi di dollari. Ozdemir spiega ad Anadolu che anche la decisione di spostare le elezioni 2016 della Duma, da dicembre a settembre potrebbe rispondere a una strategia precisa dello stesso presidente russo Vladimir Putin, nell’intento di sfruttare i benefici di cui l’economia russa beneficerebbe dall’innalzamento del prezzo del petrolio.

La caduta del prezzo del petrolio di più del 40% a partire da giugno 2014 ha significato per Mosca una perdita di 3 punti percentuali nei dati sull’economia del primo semestre del 2015, tuttavia il prezzo del greggio è aumentato di 6 dollari da quando la Russia la scorsa settimana ha dato il via alle operazioni militari in Siria. Una mossa quest’ultima che, secondo Ozdemir, avrebbe anche l’obiettivo di far guadagnare posizioni a Mosca in una regione chiave per la produzione e il passaggio di petrolio e gas: la Russia potrebbe ottenere un avamposto importante per il mediterraneo orientale e per il medio oriente, avvantaggiandosi nella corsa al gas e al petrolio della regione. L’economista ha ricordato che circa il 60% delle riserve di petrolio fino ad ora scoperte si trova in Medio Oriente.

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