venerdì, dicembre 14

La rottura dell’INF può provocare ‘eventi drammatici’? Intervista a Carlo Trezza, senior adviser dello IAI

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Lo scorso 20 ottobre Donald Trump ha annunciato l’intenzione di ritirare l’adesione di Washington al trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) per l’eliminazione delle testate nucleati a corto e medio raggio sottoscritto da Stati Uniti e Russia nel 1987. Il trattato aveva segnato la fine della crisi degli euromissili e della corsa agli armamenti fra le due potenze militari e costituisce tutt’ora una colonna portante del sistema di sicurezza internazionale inaugurato all’indomani della Guerra Fredda. Il rappresentante permanente della Federazione russa in Unione europea, Vladimir Chizhov, ha rilasciato oggi al Financial Times una dichiarazione con cui si denuncia il rischio di una nuova ‘corsa agli armamenti’ provocata dalla possibile rottura unilaterale dell’accordo di disarmo nucleare e vengono nuovamente respinte tutte le accuse rivolte alla Russia di aver ripetutamente violato il trattato, come sostenuto dall’amministrazione americana. Al contrario, l’ambasciatore del Cremlino ha affermato che Mosca sarebbe pronta a ‘modernizzare’ il trattato di disarmo o addirittura a riscriverlo interamente, rispondendo in questo modo alle pressioni esercitate dalla Casa Bianca. Il diplomatico russo ha evidenziato come l’Unione europea e i suoi Stati membri sarebbero i primi ad essere danneggiati dalla fine del trattato INF e dalla possibile nuova corsa agli armamenti, incitando di fatto le istituzioni europee ad assumere un più incisivo ruolo diplomatico nella risoluzione della controversia. Quali le ragioni di un simile ritiro da parte statunitense e gli scenari che in tal modo si aprirebbero per la sicurezza globale e per l’Europa in particolare? Lo abbiamo chiesto a Carlo Trezza, senior adviser dello IAI per il Disarmo e la Non Proliferazione e coordinatore del Gruppo italiano dello European Leadership Network, già ambasciatore d’Italia nella Repubblica di Corea e Capo della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Ufficio delle Nazioni Unite per il disarmo.

 

Lo scorso 20 ottobre Trump ha annunciato il ritiro di Washington dal trattato INF: quale il contesto e le ragioni di questa decisione?

Il contesto generale è una insoddisfazione congiunta di russi e americani per essere gli unici a doversi vincolare ad un trattato che proibisce il possesso di una categoria di missili. Non dimentichiamo che il trattato INF è un accordo bilaterale tra russi e americani che hanno deciso di non possedere questi missili: quindi si trovano in una situazione piuttosto svantaggiosa, perché il resto del mondo non è condizionato né interessato a questo accordo. Una decina di anni fa russi e americani proposero in effetti che questo trattato venisse “multilateralizzato”, cosa che non è stata accolta dalla comunità internazionale, perché vi sono diversi Paesi che di questi missili ne hanno bisogno, diciamo: soprattutto quelli che posseggono armi nucleari. Da lì nasce questa insoddisfazione congiunta. Adesso perché siano gli americani più che i russi a sollevare la questione è un po’ difficile da capire, perché tutto sommato sono più i russi che potrebbero avere un simile interesse a disfarsi del trattato. Detto ciò, c’è un altro fattore che è intervenuto nel frattempo: l’affermazione da parte statunitense che i russi avrebbero violato ripetutamente l’accordo, installando missili che corrispondono alla proibizione dell’INF. I russi da parte loro rispondono invece che sono al contrario gli americani a violare il trattato. Questa divergenza risale già al 2014. Non si è mai riusciti da quel momento a comporre il contrasto, che nel frattempo è cresciuto. Questo il contesto generale in cui si inserisce l’annuncio da parte di Trump. A questo bisogna aggiungere una certa riluttanza da parte di questa amministrazione americana di impegnarsi in alcun modo nel controllo degli armamenti, rafforzata adesso anche dalla presenza di John Bolton come consigliere alla sicurezza nazionale, che è sempre stato molto refrattario a questo tipo di accordi.

Accanto alla richiesta di garantire il rispetto del trattato, gli Stati Uniti spingono per includere nel trattato anche la Cina: quale il ruolo degli investimenti cinesi in armamenti militari? E’ possibile che il vero obiettivo di queste pressioni da parte americana sia la Cina?

C’è anche questa componente da considerare, sicuramente. Bisogna anche ammettere che la sproporzione fra gli arsenali russi e americani da un lato, e quelli cinesi è enorme. Il rapporto è più o meno di 200 testate atomiche da parte cinese, mentre russi e americani ne hanno almeno 1500 ciascuna già spiegate e ne hanno altre di riserva. E’ difficile chiedere alla Cina di ridurre o di porre un limite al suo potenziale, quando russi e americani hanno potenziale molto superiore. La stessa cosa vale anche per inglesi e francesi: anche loro hanno potenziali alti. Da questo punto di vista quindi credo che la minaccia cinese sia relativa e secondaria per l’amministrazione americana. Ovviamente qualora gli americani cominciassero a spiegare dei missili a raggio intermedio, anche i cinesi farebbero altrettanto e si avrebbe una nuova corsa agli armamenti.

La Russia respinge ogni accusa di aver violato il trattato e in una intervista pubblicata oggi l’ambasciatore Chizhov ha parlato di “drammatici eventi” che potrebbero scaturire dalla scelta degli Stati uniti di installare nuovi missili in Europa: a suo parere la corsa alle armi e il ritorno di armamenti nucleari in Europa rappresentano un rischio reale?

Il rischio indubbiamente c’è. Nel momento in cui venisse meno il trattato e la proibizione di installare missili nucleari a corto e medio raggio, la possibilità di una nuova corsa agli armamenti è reale. Mi sembra però che al momento le autorità americane neghino questa prospettiva. Chiaramente una cosa è dichiararlo e un’altra è che ci vi sia una proibizione vera e propria, giuridicamente vincolante. Non vi sarebbe più un vincolo giuridico a non spiegare testate atomiche sul suolo europeo.

Quale il ruolo dell’Unione europea e dei suoi Stati membri per prevenire questo ritorno a una corsa agli armamenti?

In primo luogo non bisogna sottovalutare che c’è ancora tempo per l’azione diplomatica. Quello che ha annunciato Trump è al momento solo l’intenzione di denunciare il trattato, ma ancora gli Stati Uniti non l’hanno materialmente fatto. L’articolo 15 del trattato INF prevede che la rinuncia di una delle due parti entri in vigore soltanto 6 mesi dopo. Ci sarebbe ancora il tempo di prevenire questa decisione americana, ancora non formalizzata. Certamente sarebbe opportuno che l’Europa si facesse sentire un po’ di più. Non è facile, perché purtroppo sulle questioni nucleari non ha una posizione comune. Da questo punto di vista i membri dell’Unione hanno posizioni eterogenee: alcuni hanno armamenti nucleari – come Francia e Regno Unito -, altri che sono parte della NATO e sposano il concetto della deterrenza nucleare e poi ci sono i Paesi a vocazione neutrale, come l’Irlanda e l’Austria. Quindi una posizione comune dell’Unione europea è sicuramente difficile da raggiungere. Però sarebbe opportuno un maggiore protagonismo europeo su suna simile questione. E il tempo c’è, per farlo non soltanto a livello governativo, ma anche parlamentare, attraverso il Parlamento europeo.

Chizhov ha dichiarato che la Russia è disponibile a “modernizzare” il trattato o anche a sostituirlo con uno nuovo: in che termini e con quali nuove condizioni a uso avviso sarebbe possibile una simile revisione o riscrittura del trattato?

Il trattato c’è già e riaprire un simile vaso di Pandora è sempre molto rischioso. Comunque gli americani non hanno dato una proposta alternativa. Non c’è un’altra opzione sul piatto. Questa disponibilità russa è evidentemente un gesto di attenzione, ma al momento non mi pare vi sia una simile prospettiva.

Quale a suo avviso l’obiettivo dell’amministrazione americana?

Penso che l’obiettivo sia liberarsi di un vincolo che è diventato stretto. Almeno nelle dichiarazioni del Presidente americano pare sia questa la principale posta in gioco. Trump ha già parlato di ritiro dal trattato. Vi erano altri meccanismi nel caso in cui l’intenzione fosse stata quella di garantire un effettivo rispetto del patto: ricorrere al comitato previsto dal trattato per dirimere simili controversie. L’unica speranza chiaramente è che gli Stati Uniti non vogliano davvero avviare la procedura per smantellare l’accordo. C’è ancora una possibilità che si riesca a convincere gli americani a non gettare alle ortiche questo accordo.

A suo avviso anche la Russia potrebbe avere interesse a disfarsi del trattato INF?

Io penso che anche la Russia non sia felice di questo accordo, per cui tutto sommato dovrebbero essere più interessati – anche rispetto agli Stati Uniti – a svincolarsi da esso. Proprio perché è al momento più vulnerabile e avrebbe l’interesse a dotarsi di maggiori armamenti nucleari a medio raggio. Ovviamente all’opposto l’Europa, anche avrebbe invece tutto l’interesse a mantenere questo accordo in piedi, che le ha almeno garantito la sicurezza dal 1987 ad oggi. Senza di esso l’Europa diverrebbe sicuramente più vulnerabile.

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