giovedì, Settembre 23

La rivoluzione rurale di Alibaba

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Ogni 11 novembre, in Cina, si festeggia il Single Day, festa speculare a San Valentino in cui le pene d’amore vengono attenuate riversando i propri risparmi nello shopping online. E’ una tradizione che va avanti dal 2009, ma pare che quest’anno i cinesi c’abbiano dato giù che neanche gli americani al Black Friday o al Cyber Monday. Soltanto nella prima ora, il gigante dell’e-commerce Alibaba ha superato i 2 miliardi di dollari di vendite attraverso la sua app Alipay. La notizia è di quelle che bucano la Grande Muraglia raggiungendo le nostre latitudini. Se non altro perché appena un paio di mesi fa, la società fondata da Jack Ma aveva già polverizzato un primo record sbarcando a Wall Street con un’offerta pubblica iniziale di 25 miliardi di dollari, la più consistente nella storia della finanza Usa.

Mentre i media mainstream erano intenti a magnificare i successi del colosso internet, soltanto pochi si sono resi conto di come il Single Day scattati una foto sul mastodontico processo di riforma attraversato dalla seconda economia mondiale. Stando ai dati rilasciati dalla società, il 10% dei 9,3 miliardi di dollari incassati l’11/11 è arrivato dalle campagne cinesi. Il dettaglio non è trascurabile. Se infatti è vero che la popolazione cinese è ancora largamente rurale (i cittadini in senso proprio costituiscono solo il 53% della popolazione), è altrettanto vero che sono ancora sopratutto i residenti urbani a smanettare con le tastiere. Il risultato rimane, dunque, più che apprezzabile. Cosa ha comprato questo 10%? Nella top ten redatta da ‘TechInAsia’ compaiono: 1) cellulari; 2) televisori a schermo piatto; 3) stivali; 4) cappotti di lana; 5/6) piumini da donna e da uomo; 7) scarpe da ginnastica; 8) lenzuola; 9) creme per il viso; 10) lavatrici. Articoli che si differenziano molto dai desiderata dei cinesi urbani, per i quali il televisore non è più una priorità, e lasciano intendere che, sì, nelle campagne si comincia a consumare di più, si comincia a consumare sul web ma lo si fa (comprensibilmente) in modo diverso.

Secondo un rapporto rilasciato dal gruppo, nel primo trimestre del 2014 le campagne contavano per il 9,11% del totale degli acquisti su Taobao – il sito dello shopping online fondato da Alibaba dieci anni fa-, segnando un +7,11% rispetto al secondo trimestre del 2012. Addirittura il Vicepresidente della società, Gao Hongbing, ipotizza un’espansione del mercato rurale a 460 miliardi di yuan (74 miliardi di dollari) entro il 2016. Come? A metà ottobre, il colosso internet ha annunciato di voler investire oltre 10 miliardi di yuan (1,6 miliardi di dollari) nell’arco dei prossimi cinque anni per cementare la propria presenza nelle campagne cinesi. Si parla di «1000 centri operativi a livello di contea» e «100mila stazioni di servizio a livello di villaggio». Un progetto con il quale Alibaba prevede di agganciare un terzo delle contee e un sesto delle zone rurali dell’ex Celeste Impero, partendo dalla provincia del Zhejiang dove la creatura di Jack Ma ha la sua sede. Intendiamoci: non si tratta di un’intuizione geniale di Alibaba. Da un paio di anni concorrenti locali, come DJ, stanno tentando di mettere in pratica qualcosa di molto simile con il beneplacito del governo cinese.

Negli stessi giorni in cui a Wuzhen, nella provincia del Zhejiang, i leader delle grandi imprese IT cinesi, come Alibaba e Tencent, incontravano i boss dei colossi internazionali high-tech nell’ambito della World Internet Conference, il Premier cinese Li Keqiang si aggirava per Qingyanliu, villaggio che dal 2010 ospita il quartier generale di svariati trader attivi su Taobao. Qui, dove i residenti possono usufruire di una rete wireless completamente finanziata dal Governo, si contano oltre 2800 negozi e-commerce per oltre 4 milioni di spedizioni all’anno verso destinazioni domestiche e internazionali. Le vendite per il 2014 dovrebbero toccare i 4 miliardi di yuan (652 milioni di dollari). Qingyanliu rappresenta un modello da replicare su scala nazionale. Il perché lo ha spiegato Li Keqiang ai microfoni dell’agenzia di stampa Xinhua: nonostante l’e-commerce appartenga al mondo ‘virtuale’, la sua espansione può giovare all’economia reale fornendo «uguali possibilità di business ai residenti urbani e rurali, assottigliando il gap che separa le due categorie in termini di standard di vita».

Non è un caso che alcuni giorni fa Jack Ma abbia deciso di rimettere piede nello Xinjiang dopo quattro anni d’assenza. Lo Xinjiang è quella remota regione della Cina occidentale scenario di violenze che Pechino attribuisce a forze islamiche separatiste. Altresì, nei piani della dirigenza cinese, lo Xinjiang dovrebbe diventare il principale hub commerciale dell’Asia Centrale nell’ambito della Nuova Via della Seta fortemente voluta dal Presidente Xi Jinping. Tanto per capirci, sebbene la regione disti da Pechino grossomodo quanto New York da Seattle, ha un fuso orario tutto suo ed è legata alla confinante provincia del Gansu da un’unica linea ferroviaria e una sola autostrada. Le cose dovrebbero cambiare nell’arco di qualche anno, ma per il momento il flusso di merci in entrata e in uscita non ha vie di trasporto alternative. A livello pratico tutto questo si traduce in attese estenuanti. Gli ordini online effettuati dallo Xinjiang vengono considerati come spedizioni internazionali, spiega sul suo blog Josh Summers imprenditore residente a Urumqi, la capitale provinciale. «Non potremo dire che l’industria logistica cinese è veramente sviluppata fino a quando il tempo di spedizione di un pacco nello Xinjiang non sarà lo stesso di grandi città come Pechino e Shanghai», ha scandito Jack Ma annunciando l’apertura di tre shopping mall online specializzati in prodotti xinjianesi. Per comprendere il potenziale nascosto si consideri che, nei primi sei mesi del 2014, la vendita di prodotti locali via internet ha già registrato un aumento del 68,7% su base annua. Parliamo di 1,3 miliardi di yuan di vendite (212 milioni di dollari) sulla piattaforma T-mall, costola di Taobao.

Tutto questo si accorda perfettamente con il nuovo paradigma di sviluppo delineato dalla nuova leadership al potere dal marzo 2013. Mentre il manifatturiero locomotiva dell’iperbolica crescita cinese continua a rallentare, il Dragone sta cercando di affrancare la propria dipendenza dai settori tradizionali voltando lo sguardo verso l’immenso bacino di consumatori ‘cibernetici’. La Cina al momento vanta 632 milioni di utenti internet di cui 527 su piattaforme mobile. Le quattro principali aziende cinese (Alibaba, Tencent, Baidu e JD) valgono oggi 510 miliardi di euro. Il commercio online è cresciuto del 18% nei primi tre trimestri dell’anno toccando i 240 miliardi, mentre l’economia legata a internet è arrivata a coprire il 4,4% del pil del paese, contro il 3,3% del 2010.

Ad avvalorare i numeri del Single Day, uno studio della Tsinghua University rileva un crescente attivismo dei lavoratori migranti (mingong) -ovvero quanti lasciano il villaggio d’origine per cercare un impiego in città- sulle piattaforme online, sopratutto per quanto riguarda l’acquisto di vestiti. Non si tratta di un fenomeno locale, ma di un trend che comincia ad interessare molte economie emergenti; oltre a Cina e India anche Sudafrica, Russia e Messico. L’Emerging Consumer Survery 2014 del Credit Suisse Research Institute fa addirittura riferimento ad una «middle classe rurale» come nuovo catalizzatore dei consumi a livello globale.

Nella fattispecie cinese, un ribilanciamento dell’economia verso le campagne va di pari passo con quanto promesso dai leader. Dopo trent’anni di crescita trainata dall’export, la crisi finanziaria che ha azzoppato i principali mercati di sbocco del Made in China ha costretto il gigante asiatico a puntare sui consumi interni come volano per una crescita più sostenibile. Una transizione che richiede come condizione base un innalzamento del potere d’acquisto della pancia del Paese. Pechino vuole che i cittadini spendano di più, ma perché questo avvenga è necessario assicurare welfare e servizi in modo che quel denaro sborsato fino ad oggi dai cinesi per la propria salute possa presto andare ad oliare la ripresa dell’economia nazionale. Da qui la necessità di concedere ai contadini più margine di manovra nella vendita, l’affitto e l’ipoteca della propria terra, senza tuttavia intaccare il sistema della proprietà collettiva. L’obiettivo è quello di permettere agli agricoltori di beneficiare da un apprezzamento del valore dei terreni lasciando loro più risparmi da destinare alla spesa discrezionale. Il processo è in corso da alcuni anni, ovvero da quando, nel 2003, la precedente amministrazione Hu JintaoWen Jiabao decise di abolire la tassa sull’agricoltura, ampliare la copertura sanitaria e aumentare il prezzo minimo dei cereali.

Risultato: nel 2010 il reddito pro-capite nelle aree rurali ha cominciato a crescere più velocemente che nelle città per la prima volta dal 1997. Un’accelerata che Bloomberg attribuisce all‘incremento dei guadagni accumulati dai contadini emigrati nelle zone urbane per cercare lavoro. Questa tendenza sembra trovare conferma in una recente ricerca riportata dal Nanfeng Chuang, in cui si dimostra il delinearsi di una ‘migrazione in senso inverso‘, ovvero che dai nuclei urbani procede a ritroso verso le campagne. Pare, infatti, che sempre più giovani decidano di ritornare nelle cittadine di nascita una volta riscontrata la difficoltà di inserimento sociale e professionale nelle caotiche megalopoli cinesi. Al loro rientro, questi migranti ‘pentiti’ portano con loro un bagaglio di esperienza fondamentale per lo sviluppo delle città di seconda e terza fascia. Proprio quelle che i leader cinesi puntano a rendere zoccolo duro della nuova espansione urbana. Una chengzhenhua (‘townizzazione’), contraltare della precedente chengshihua, urbanizzazione sfociata in una crescita ipertrofica di metropoli tentacolari e ingestibili.

La direzione è quella giusta, ma la strada ancora lunga e lastricata di ostacoli. Nel 2012 il reddito rurale pro-capite era ancora un terzo di quello urbano (rispettivamente 7917 yuan e 24.565 yuan). Proprio lo scarto tra i salari percepiti nei grandi e piccoli centri rientra tra le micce scatenanti di un’ondata di proteste che da alcuni mesi coinvolge il ceto insegnante nelle città minori e nelle regioni della Cina interna, quelle più arretrate.

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