sabato, Settembre 25

La rivolta delle anti – femministe field_506ffb1d3dbe2

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femminismo 

 

Si ha pessima abitudine di ritenere diritti quesiti le ‘conquiste’ patrimonializzate nel corso dei decenni. Ma sono solo fragilissime evoluzioni e tornare indietro è semplicissimo, spesso mitizzando le condizioni di partenza come una favolosa età dell’oro.

Le mie due affermazioni sono collegate ad una photo gallery recentemente apparsa su ‘La Repubblica’, segnalatami da Maria Grazia Santovito,  testimonianza  della diffusione negli USA di una campagna rivendicativa femminile che contesta il femminismo, considerato come fonte diferale  antagonismo fra uomini e donne.

Non so a quale maschio creativo sia venuto in mente un simile cavallo di Troia’, so che il quotidiano italiano riporta una nutrita serie di selfie di donne, in particolare giovani, che deplorano le battaglie femministe, in quanto causa della perdita di alcuni privilegi immolati in nome della parità.
Quali? Il posto ceduto in metropolitana, ad esempio; oppure, la porta aperta con cortesia ad una donna. La lista è piuttosto ampia e dimostra che le libere pensatrici anti-femminismo siano una specie di Esaù, disposte a cedere la parità in nome di qualche ‘cerimonia’, che rientrerebbe, più che nell’abdicazione a un diritto in cambio di una esplicita subalternità femminile, in semplici regole di buona creanza (ed essendo le madri le educatrici anche dei figli maschi fin dalla tenera età, se questi ne sono privi, è una carenza materna piuttosto che una vendetta antifemminista).

Qui si tratta di avere le idee chiare. Ho sempre predicato di volere le pari opportunità dalla cintola in su, ovvero in un confronto fra idee e capacità intellettuali, senza che contino considerazioni e vantaggi di ordine sessuale.
Ed, altresì, si è spesso sperimentato che le donne  -quelle dotate d’intelletto, consapevolezza e cultura, le altre le considero fuori concorso e meritevoli di subalternità al ‘maschio badrone’-  non si fanno obnubilare le facoltà intellettuali dalle pulsioni sessuali, come le cronache politiche ci hanno insegnato da un bel po’ di anni a questa parte.

Abbiamo per anni assistito a quella complicità intergenere che considera veniali, anzi un vanto, gli episodi in cui la cintola in su e quella in giù coincidono. Ormai ipso iure c’è stata addirittura un’adozione a sua insaputa di una ganzetta marocchina attribuita quale nipote ad un ex presidente egiziano.
D’altronde, si suol dire ‘cherchez la femme’; a nessuno verrebbe in mente di dire ‘cherchez l’homme’, anche perché è marginale ancor oggi il numero di donne assurte a luoghi decisionali solo in base a ‘veri’ meriti.

Quelle che li avrebbero, in genere, rimangono in posizioni intermedie, ma comunque sono collocate come portatrici d’acqua per far riuscire bene le cose.
Certo, ci sono situazioni in cui il ‘cherchez l’homme’ ci vorrebbe, ma si tratta in genere di mariti o compagni investiti con qualche prebenda o sinecura.

Nel caso contrario, invece, assistiamo a mirabolanti carriere femminili fondate sulla venustà (delle volte anche irrituale: si sa, i canoni estetici sono sempre soggettivi) e sulla malleabilità ai voleri del Vate di turno.

Le pensatrici della campagna statunitense con l’hashtag antifemminista argomentano che non hanno bisogno del femminismo perché non si sentono delle vittime.
Non si soffermano a riflettere che è del tutto tralasciato il punto di partenza, quello in cui le donne erano vittime per davvero (e le occasioni frequentissime in cui lo sono ancora).

Se OGGI loro non si sentono vittime, dimenticano o ignorano (per ignoranza: d’altronde sono generazioni che non hanno vissuto certe problematiche) che ci sono stati tempi  -tutti i tempi, prima che le donne riuscissero a far sentire la propria voce-  in cui erano foeminae, ovvero oggetti in cui la fede era meno radicata, in quanto dotate di un orifizio corporeo in più rispetto agli uomini, da dove il Maligno poteva più facilmente insinuarsi.

Peccato che le tifose di questa campagna non colgano quanto siano loro ad essere manipolate e il loro pensiero telecomandato da chi proprio non accetta di riconoscere parità e pari opportunità alle donne, inventandosele tutte per recuperare la primazia.

Vi è tutto un ventaglio di contromisure adottate dalla parte maschile per riappropriarsi di un ruolo monopolistico: non credo che l’atteggiamento strafottente, in metropolitana o dinanzi ad una porta, sia un piano Bilderberg per far ritornare a cuccia le donne; ma l’exploit dei femminicidi e delle violenze è ricollegabile all’esasperazione maschile contro le maggiori difficoltà che incontrano nel farsi accettare come padroni e signori.

Le cronache locali e nazionali dei quotidiani pullulano di assassini di mogli, compagne, ex o attuali; carnefici esecutori di una sentenza d’indegnità così estrema da trasformarsi in pena capitale sono quegli stessi uomini che, tempo prima, le avevano impalmate o ne condividevano vita e sentimenti.

L’appropriazione del diritto di dire no ha costituito, per le loro vittime, una condanna a morte, una causa di violenza fisica e morale.

Naturalmente, le donne che esibiscono articolati bigliettini in cui si dichiarano nemiche del femminismo non si soffermano a guardare questo quadro complessivo.
Sono attaccate alle esche di microprivilegi, come avere un bel posto in metrò o essere aiutate quando hanno un bagaglio molto pesante.

A parte il fatto che la solidarietà umana non è stata giustiziata dal femminismo (e si esplicita anche quando un uomo giovane aiuta un uomo anziano…), se vogliono cedere il proprio diritto ad una realizzazione personale in nome della subalternità, padronissime.

D’altronde, non è forse più comodo delegare ad altri il proprio destino piuttosto che ingegnarsi per plasmarlo?

Soltanto, non parlino in mio nome; o in nome delle tantissime donne  -la maggioranza- a cui piace essere considerate per il proprio intelletto, il proprio talento, la propria capacità in grado di contribuire a costruire il futuro di una comunità.

Com’è giusto che avvenga in un Paese in cui, donne e uomini lavorino per lo sviluppo, la pace, la prosperità.

 

 

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