lunedì, Luglio 26

La rincorsa ai diritti dei minorenni transessuali in Spagna

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Lucía è una bambina spagnola come tante. L’unica differenza con tanti bambini della sua età è che, con quattro anni, è la più giovane minorenne transessuale in Spagna a ottenere il cambio di nome sulla carta d’identità. Lucía, infatti, è nata con i genitali maschili e, per questo motivo, i suoi genitori, alla nascita, le avevano assegnato un nome da bambino, Luken. La bambina, fin dall’età di tre anni, però, si riferiva a sé stessa al femminile, chiedendo se esistessero ‘bambine con pene’. Ad aiutare i genitori di Lucía nella comprensione e nell’accettazione di ciò che stava succedendo è stata l’Associazione di famiglie di minori transessuali Chrysallis, formata da più di 200 famiglie su tutto il territorio spagnolo.

Come Lucía, tanti altri bambini e bambine spagnole in condizione di transessualità hanno cambiato  il nome assegnato alla nascita per farlo corrispondere con la propria identità reale. La Spagna, infatti, negli ultimi due anni ha fatto passi da gigante sul tema dei minorenni transessuali, grazie all’apertura di molte famiglie, all’interesse dei mezzi di comunicazione e alla produzione di documentari sul tema, fra cui quello di Televisión Española, intitolato “El Sexo Sentido”. In molti altri Paesi, però, la transessualità viene ancora stigmatizzata. I pregiudizi, però, non provengono solamente da stereotipi culturali e sociali ma anche da un utilizzo errato dei termini che vengono impiegati per descrivere la transessualità.

Aingeru Mayor, presidente di Chrysallis dei Paesi Baschi, sessuologo e padre di una bambina con pene di 8 anni, spiega a L’Indro: “La transessualità è quella condizione per cui l’identità sessuale di una persona non coincide con quella assegnata alla nascita, dopo l’osservazione dei genitali. In questo modo, se ha un pene sarà un maschio e se ha una vagina sarà una femmina. Tuttavia, l’identità sessuale risiede nel cervello e quindi può non coincidere con il sesso che gli altri ci avevano attribuito alla nascita. L’identità sessuale è una questione di autocoscienza ed è legata alla soggettività. Nella maggior parte dei casi, chi si sente uomo ha solitamente pene e testicoli e nella maggior parte delle donne, genitali femminili. Fino a poco tempo fa, quello che non si diceva è che esiste una minoranza formata da bambine con pene o bambini con vagina. Se io, che sono uomo e ho i genitali maschili, li perdo in un incidente, continuerò a sentirmi un uomo, perché l’identità non si trova nei genitali. L’identità, inoltre, non coincide con l’orientamento sessuale, ossia se mi piacciono uomini o donne”.

 

Comprensione e accettazione

Per i minorenni transessuali, la comprensione e l’accettazione da parte della propria famiglia sono fondamentali. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile che le famiglie siano preparate e informate su questo tema, per poter evitare eventuali conseguenze dannose per la vita dei propri figli. “Fin quando non si parlerà di questo, le famiglie dei bambini transessuali non potranno capire la realtà dei loro bambini. Al contrario, quello che faranno è negare e rifiutare la situazione, condannandoli a un presente di sofferenza e a un futuro terribile. I dati dicono che le persone adulte transessuali la cui identità non è stata riconosciuta durante l’infanzia hanno un tasso di tentativo di suicidio del 41%. Lo stesso dato, riferito alla popolazione generale, è dell’1,2%”, afferma Mayor, “Secondo studi fatti in Olanda, un Paese molto più avanzato su questo tema, i dati riguardati l’autostima degli adolescenti transessuali la cui identità è stata rispettata durante l’infanzia, sono allo stesso livello dei ragazzi della stessa età”.

Il problema della negazione della transessualità nei minorenni non costituisce solamente un pericolo per la loro vita ma anche il rischio di depressione e problemi psicologici. “Se l’identità del bambino non viene accettata non può costruire la sua personalità o la costruisce male su un’identità che non è la sua. Mia figlia è una bambina nata con pene e ha 8 anni. Se dovesse costruire la sua vita come bambino starebbe vivendo una vita che non è sua, creando una personalità su una negazione della sua identità. Non è una questione di capriccio o di volontà. È una questione d’identità, non di genitali”.

Le storie dei minorenni transessuali sono tutte diverse fra loro. La differenza principale, però, si trova nell’accettazione o nella negazione dell’identità del bambino. “Nella mia famiglia io e mia moglie siamo entrambi sessuologi. Mia moglie un giorno ha detto a nostra figlia: ‘Che bello che sei’. Lei ha risposto: ‘Non bello, bella’. Da quando ha iniziato a parlare, infatti, ha cominciato a esprimersi al femminile. In molti casi, i genitori provano a correggere questa situazione, dicendo: ‘No, tu sei un bambino’. La cosa fondamentale è che i genitori sappiano che ciò può accadere, che devono ascoltare i propri figli e accettare come sono. Se mio figlio mi dice che è una bambina, quello che mi sta dicendo è d’importanza vitale. Se mi sta sta dicendo che è una bambina, mio figlio non è mio figlio, è mia figlia”, racconta Mayor.

Molti si chiedono come sia possibile che un bambino sia capace, già durante l’infanzia, di essere sicuro della propria identità. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, i bambini, non appena possibile, cercano di comunicarla in ogni maniera possibile. “Ci sono studi, ancora da approfondire, che affermano che l’identità proviene da una struttura cerebrale che si forma prima della nascita. Bambini e bambine nascono con un’identità già prefissata. Ciò è dimostrato dal fatto che la iniziano ad esprimerla non appena sono capaci di parlare, a 2 anni circa”, ricorda Mayor, “Io ho due figlie, una di 13 anni, nata con i genitali femminili, e una di 8, nata con genitali maschili. Nessuno mi ha mai chiesto se fosse troppo presto per dire che la maggiore fosse una bambina”.

“È molto importante differenziare una situazione di transessualità da quella dei bambini femminili o di bambine mascoline. È una realtà diversa. All’inizio è normale che non si capisca bene ciò che sta succedendo. L’osservazione e l’ascolto sono importanti. I bambini transessuali non dicono: ‘Mi piacerebbe essere un bambino o una bambina’. Dicono: ‘Sono una bambina/bambino’. Nei casi peggiori i genitori rispondono: ‘Tu non puoi essere una bambina perché hai un pene’. A volte queste risposte provocano nel bambino odio e rifiuto verso i genitali, addirittura arrivando all’amputazione, perché sono la causa attraverso cui si nega la sua identità. In caso di accettazione, invece, come avviene in molte famiglie della nostra associazione, i bambini vivono tranquillamente con i propri genitali”, afferma Mayor.

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