venerdì, Ottobre 22

La rinascita dello swing field_506ffb1d3dbe2

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«Non significa nulla se non c’è lo swing», affermava il grande Duke Ellington. Da qualche anno lo swing , con il suo inconfondibile ritmo pulsante ed elastico,  è tornato prepotentemente di moda fino a conquistare i vertici delle classifiche. Negli ultimi tempi sono sempre i più i giovani che si sono avvicinati a questo stile, grazie a crooner della nuova generazione come Jamie Cullum, Anthony Strong  e soprattutto Michael Bublè.

Gradevole nell’aspetto, look curato ma senza eccessi da pop star, Bublè è riuscito a mischiare abilmente grandi successi degli anni Cinquanta con pezzi più recenti, mettendo d’accordo allo stesso tempo padri nostalgici di Sinatra e  figli cresciuti a pane e Mtv. In realtà il precursore di questo rilancio è stato George Michael che, nel 1999, ha stupito tutti con l’album di cover ‘Songs of the last century’, seguito l’anno dopo da Robbie Williams con il godibile ‘Swing when you are winning’. Questi album erano divertissement prodotti da due star di prima grandezza, mentre Bublè fin da adolescente si era cimentato con il repertorio classico di Frank Sinatra, Dean Martin, Mel Tormè e Bobby Darin. Una scelta coraggiosa, viste le tante porte in faccia che il cantante ha dovuto subire per anni da produttori che ritenevano quelle canzoni roba da museo, considerata anche la fame di novità del mercato discografico.

Un ruolo decisivo nella sua formazione artistica ha avuto il nonno Demetrio Santaga, idraulico canadese di origini trevigiane, che ha allevato il nipote con i vinili di Ella Fitzgerald, Al Martino, Mills Brothers e Frank Sinatra. Bublè ha sempre dichiarato la sua gratitudine verso il nonno, sottolineando che è stato merito suo quello di avergli fatto conoscere un mondo musicale che la sua generazione sembrava  aver dimenticato. «Sebbene io ami il rock e la musica moderna in generale- ha dichiarato il cantante– la prima volta che mio nonno mi ha fatto ascoltare i Mills Brothers è successo qualcosa di magico. Ho capito che volevo fare il cantante e che quella sarebbe stata la musica che avrei fatto». A soli diciassette anni Bublè si aggiudica il primo premio al Canadian Youth Talent, ma viene squalificato perché minorenne. Il ragazzo non si scoraggia, partecipa a due musical e pubblica tre album per piccole etichette locali.

Nel 2001, per una fortunata serie di coincidenze, Bublè canta ‘Mack the knife’ al matrimonio della figlia del premier canadese Brian Mulroney, al quale era presente David Foster, il produttore di Madonna, Celine Dion e Mariah Carey. Foster rimane folgorato dalle sue doti di interprete e prende Bublè sotto la sua ala protettiva. I due, così, studiano insieme il repertorio più adatto alla voce morbida ed estesa del cantante, attingendo ai grandi compositori americani George Gershwin e Cole Porter, senza dimenticare artisti più moderni come i Bee Gees e George Michael. Il risultato è il convincente album ‘Michael Bublè’ che nel 2003 vende tre milioni di copie, trascinato dal singolo ‘Moondance’, classico di Van Morrison. Bublè consolida il successo con la trascinante colonna sonora di ‘Spiderman 2’ e con il secondo album ‘It’s time’ del 2005 , nel quale compare per la prima volta una canzone scritta da lui, la malinconica ‘Home’.

Anche nei successivi, fortunati ‘Call me irresponsabile’, ‘Crazy love’ e ‘To be loved’ il cantante canadese ha inciso alcuni brani originali, senza rinunciare però alle straordinarie interpretazioni di brani del passato che hanno decretato la sua fortuna.

Il rivale numero uno di Bublè è il geniale Jamie Cullum, che rispetto al collega non ha il phisique du role, è alto appena 1,64m e sembra molto più giovane dei suoi 34 anni, ma ha dalla sua parte una genialità compositiva, una sensibilità musicale e un’energia nel suonare il pianoforte che hanno messo d’accordo sia il pubblico che la critica più esigente. Oltre ad essere un eccellente interprete dei classici dello swing, Cullum si è messo in luce per le sue originali cover di ‘High & Dry’ dei Radiohead, ‘Wind cries Mary’ di Jimi Hendrix, ‘Lover, you should have Come Over’ di Jeff Buckley, ‘Frontin’ di Pharrell  Williams e ‘Don’t stop the music’ di Rihanna, canzoni che nulla hanno a che fare con il jazz.

A differenza del rivale Bublè, le cui canzoni originali non brillano certo per incisività, il folletto dell’Essex è un abile compositore, in grado di coniugare con naturalezza jazz, rock, pop, blues e funk, come dimostra anche il suo ultimo album ‘Momentum’. Chi ha avuto la fortuna di vederlo in concerto è rimasto stupito dalla sua carica di stampo rock, pur propronendo un sound profondamente radicato nella musica nera. Cullum è riuscito a rimanere in bilico tra pop e jazz, senza scontentare mai nessuno, grazie al suo raro dono di giocare con la musica e di mostrarne tutta la magia. Uno dei punti più alti della sua carriera è stata l’emozionante ‘Gran Torino’,  straordinaria canzone scritta nel 2009 insieme a Clint Eastwood per la colonna sonora dell’omonimo film, che l’ha fatto apprezzare anche dal pubblico dei cinefili.

A metà strada tra la vocalità limpida di Bublè e l’estro pianistico di Cullum, si colloca il giovane Anthony Strong, che ha pubblicato da poco l’album ‘Stepping out’. Inglese di Croydon, ventinove anni, look impeccabile,  Strong è stato descritto da Rod Stewart «assolutamente strabiliante» per le sue doti di cantante, pianista e arrangiatore. Dopo due dischi autoprodotti, ‘Guaranteed!’ del 2009 e ‘Delovely’ del 2011, l’artista è stato messo sotto contratto dalla Naïve per la realizzazione del suo primo album realizzato con un’orchestra. Scelta azzeccata, visti i primi posti nelle classifiche iTunes in Germania e in Inghilterra, ma anche per le tante recensioni positive dei giornali specializzati. L’autorevole mensile ‘Musica Jazz’, nel recensire ‘Stepping out’, ha scritto «fughiamo i dubbi: Strong non ha nulla a che fare con i crooners da carta patinata. È un musicista a tutto tondo, che ha studiato con serietà, e qui si sente a note ben chiare». Nel disco si alternano eccellenti cover di evergreen del jazz come ‘Too darn hot’, ‘L-O-V-E’ e ‘My foolish heart’ a godibili riletture di classici contemporanei come ‘Overjoyed’,  frutto del genio creativo di Stevie Wonder.

La vecchia scuola dello swing è rappresentata al meglio dalla contagiosa allegria di  Ray Gelato, fresco del tour italiano che ha toccato Roma, Bologna e Milano. Il cantante e sassofonista inglese, ritenuto il maggiore esponente del New Swing, si è esibito con I Giants in un sentito omaggio all’Italia ripercorrendo ‘Wonderful – The Lost Italian Songbook’, l’album uscito nel 2013 in cui compaiono classici della canzone italiana come ‘Via con me’, ‘Carina’, ‘Ciao ciao bambina’ e ‘Torna a Surriento’, ma anche i due brani originali ‘Fuma’ e ‘Mambo Gelato’. Gelato, sopranominato ‘il padrino dello swing’, è l’erede di artisti come Louis Prima e Keely Smith che, oltre a eseguire musica di grande qualità, sapevano intrattenere, divertire e far ballare il pubblico. Abbiamo incontrato l’artista dopo il suo concerto all’Auditorium – Parco della Musica di Roma, per rivolgergli alcune domande.

 

Mr. Gelato, da dove deriva il suo amore per lo swing?

Me ne sono innamorato fin da piccolo, quando ho iniziato a suonare il sassofono. Ho ascoltato tutti i grandi sassofonisti e le big band dell’epoca. Sono stato per tanti anni un sassofonista,prima di cimentarmi con il canto.

Si sente più inglese, americano o italiano?

In realtà sono metà inglese da parte di mia madre, metà americano da parte di mio padre, ma anche un po’ italiano, perché mia nonna era italiana. Detto ciò, mi sento più inglese perché sono cresciuto a Londra.

Che ne pensa della rinascita dello swing anche presso un pubblico più ampio, grazie al successo di giovani cantanti come Michael Bublè e Jamie Cullum?

E’ una cosa buona se aiuta anche i giovani ad avvicinarsi alla magia dello swing. Ammiro sia Bublè che Cullum.

Qual è il suo album preferito tra i tanti che ha realizzato?

Probabilmente l’ultimo, ‘Wonderful’, perché è molto diverso dagli altri. Non vedo l’ora di registrare il prossimo, che sarà un progetto r&b. Non quello moderno che si sente oggi in radio, ma l’ r&b tradizionale degli anni Sessanta.

Che ne pensa della musica gratuita in streaming?

Come la maggior parte delle cose, ci sono aspetti positivi e latri negativi. La rete ha dato grandi opportunità agli artisti di farsi conoscere.  Penso comunque che molti cantanti siano un po’amareggiati nel vedere che la loro musica sia gratis per tutto il tempo. Noi investiamo migliaia di sterline per la realizzazione di un cd, per poi vederlo il giorno dopo gratis su Spotify. Speriamo che in futuro i pagamenti derivanti dallo streaming siano più consistenti. 

C’è un artista italiano col quale le piacerebbe collaborare?

Mi sarebbe piaciuto moltissimo registrare un album e fare un tour con il grande Renato Carosone. Stava quasi per accadere, perché ci siamo parlati per telefono pochi giorni prima che morisse. E’ stato un grande artista e una grande persona, mi ha anche detto che ammirava la mia musica. Mi ricorderò per sempre le sue parole. Quanto agli artisti di oggi, sarebbe bello fare un duetto con Paolo Conte.

 

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