sabato, Ottobre 23

La rinascita del Referendum image

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Quando si parla di Democrazia diretta bisogna citare, obbligatoriamente, l’istituto del Referendum. Il nostro ordinamento prevede vari tipi di Referendum: abrogativo disciplinato dall’art. 75, quello approvativo sulle leggi costituzionali e di revisione costituzionale art. 138, quello consultivo, riguardante la fusione di regioni esistenti o la creazione di nuove regioni art. 132, c. 1. Il referendum popolare può essere chiesto da 500.000 elettori (o 5 Consigli regionali) per sottoporre all’abrogazione parziale o totale di una legge o di un atto avente valore di legge.

Il referendum abrogativo, il più famoso in Italia, è approvato soltanto se almeno il 50%+1 degli aventi diritto al voto partecipa alla votazione del referendum, nel caso contrario viene annullato per mancato raggiungimento del quorum. Se diamo un’occhiata agli altri Pesi europei, per esempio alla vicina Svizzera, possiamo citare un altro tipo di Referendum, quello propositivo,  che ha lo scopo di proporre una nuova legge: vincola il legislatore a emanare una legge coerente con l’espressione popolare. Lo ricordiamo bene, quando all’inizio di quest’anno un milione e mezzo di svizzeri ha votato a favore del referendum “contro l’immigrazione di massa”. Nella quasi totalità dei Paesi europei è il parlamento che chiede alla popolazione di esprimersi tramite quesito referendario su una determinata questione. Ad esempio la Revisione costituzionale in Francia. Dal 1958 ad oggi, solo in due casi si sono svolti referendum popolari confermativi con esito positivo per l’adozione di progetti di revisione costituzionale. Nell’ottobre 1962 è stato indetto un referendum per l’approvazione del progetto di legge relativo all’elezione del Presidente della Repubblica a suffragio. Nel settembre 2000 è stato organizzato un nuovo referendum, in applicazione dell’art. 89 Cost., per l’approvazione definitiva del progetto di revisione costituzionale relativo alla durata del mandato del Presidente della Repubblica, volto a ridurre tale durata da 7 a 5 anni.

Ritorniamo in Italia. Due le novità principali, risultato del lavoro della commissione Affari costituzionali del Senato sul referendum abrogativo. Si dovrebbe passare da 500mila a 800mila il numero delle firme necessarie per proporre un referendum. L’emendamento prevede anche un giudizio preventivo di ammissibilità sul quesito da parte della Corte costituzionale, una volta raggiunta la metà delle firme necessarie, e cioè 400mila. Abbassato anche il quorum necessario per la validità delle consultazioni: sarà calcolato sulla metà degli elettori che si sono presentati alle elezioni politiche immediatamente precedenti. L’emendamento pone anche dei limiti alle materie che potranno essere oggetto di referendum: il quesito dovrà riguardare o un’intera legge o un suo articolo purché abbia un valore normativo autonomo. Vengono, quindi, esclusi quelli che in gergo sono chiamati “referendum manipolativi, che abrogano cioè solo una singola parola o una singola parte di un articolo di una legge. In questo panorama le opinioni sono piuttosto divergenti. C’è chi, come il costituzionalista Ainis, espone un giudizio totalmente negativo: “la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Anzi: le dipinge in viso un’altra ruga”. Mentre c’è chi, come Mario Segni, non ha assolutamente una visione disfattista. Proprio per questo motivo abbiamo deciso di chiedere all’Onorevole un parere sulla questione, molto controversa, della sorte del Referendum nell’ordinamento italiano.

 

Lei conosce bene l’importanza del Referendum, quanto è necessario questo strumento alla nostra Costituzione?

E’ uno strumento fondamentale. Se guardiamo la storia italiana, gran parte delle svolte storiche del nostro Paese sono avvenute in seguito ai Referendum: quello del divorzio, il Referendum sulla legge elettorale, l’unico cambiamento del sistema politico avvenuto in settant’ anni, il Referendum sul nucleare che ha chiuso un’epoca. Le svolte sono state, comunque, sempre per via referendaria. Lo sviluppo delle democrazie moderne porta la necessità di questo strumento, perché la necessità nelle democrazie moderne è il rafforzamento del Governo, cosa che mi auguro avvenga anche in Italia. Questo porta, a sua volta, ad un contro bilanciamento. Poiché i Parlamenti, in tutto il mondo, sono sempre più in crisi, uno degli strumenti più forti, proprio come contrappeso all’istituzione politica che governa il Paese, è l’appello al cittadino. Quindi il Referendum è uno strumento fondamentale della Democrazia, noi abbiamo avuto una classe politica che lo ha sempre odiato, è un atteggiamento molto miope ma, di fatto, è così. Lo strumento più forte che è stato utilizzato contro il Referendum è stata l’astensione organizzata. Storicamente la prima volta fu fatta dai cacciatori nel 1990 e nel 1991 da Craxi, che ne fece l’emblema della sua campagna politica. L’epoca di Craxi inaugura l’era dell’astensione organizzata. Nel 1993, invece, il Referendum ebbe un successo strepitoso, perché il fronte referendario era così debole che non potè organizzare nemmeno l’astensione. Ma nel 1999, con il terzo referendum elettorale, che ci avrebbe portato al maggioritario puro, torna l’astensione organizzata e questa volta vince, il voto arrivò al 49.6%

Periodo di riforme che vanno a toccare istituzioni come il Senato e il Referendum. Si parla di una “fine silenziosa”, Lei è d’accordo con questa visione?

La fine della storia del referendum sta avvenendo da sola. Per prima cosa torniamo sull’astensione organizzata e secondo, poi, un calo costante dell’affluenza alle urne dovute a ragioni storiche e sociali. Per cui il quorum del 50% rende il Referendum uno strumento impossibile. L’unica volta che è stato raggiunto, dobbiamo tornare  al Referendum sul nucleare. Ma quello fu un referendum sulla base di un’emozione. Ogni giorno c’erano spot e servizi televisivi. E’ passato con il 58% circa, nemmeno una percentuale tanto alta, visto il clamore che aveva avuto. La vera causa della morte del Referendum, a parte l’inflazione causata da Pannella, è la regola del quorum.

Una modesta riduzione del quorum. Fino ad ora era del 50% degli aventi diritto al voto, più uno. In futuro dovrebbe bastare una quota pari alla metà più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche. Che ne pensa?

Le critiche feroci che sono state fatte sono assolutamente sbagliate, significa che chi le ha fatte, non ha mai fatto campagne referendarie. Capisco perfettamente che la faccia Ainis, lui è un costituzionalista, mi stupisco che le abbia fatte Pannella. La doppia regola, portare a 800mila le firme e abbassare il quorum alla soglia della metà più uno dei votanti delle ultime elezioni politiche, questo è l’unico strumento per rilanciare l’istituto referendario. Questa, in realtà, è una proposta che avevamo fatto noi con il Movimento Referendario. Continuo a sottolineare che questa modifica è l’unica che può far rinascere il Referendum. Oggi è morto a causa del quorum, è sempre stato il nemico da vent’anni a questa parte. Se le critiche arrivano da costituzionalisti che non hanno mai fatto campagne referendarie non mi stupisce, ma il fatto che lo dica Pannella mi lascia perplesso.

Con la nuova riforma si passa da 500mila firme a 800mila. Uno step più difficile da raggiungere, soprattutto se si considera che i partiti non hanno più né i generosi finanziamenti pubblici del passato, né robusti apparati sul territorio in grado di raccogliere così tante firme. Un aumento del genere potrebbe essere considerato un ostacolo più che un miglioramento?

Certo è più difficile. Però con l’ultima raccolta firme che abbiamo fatto, contro il “porcellum”, abbiamo raccolto in un mese un milione e mezzo di firme. E’ raggiungibilissimo, lo trovo giusto.

Si parla tanto di digitalizzazione, in Paesi come Belgio, Austria, Irlanda, la vicina Svizzera e Estonia si utilizza il voto elettronico. Perché in Italia, visto che il Premier parla di accesso per tutti alla Democrazia, non si può seguire la stessa strada?

Ci sono molti strumenti che lo rendono ancora più agibile. Però c’è un altro discorso, ad esempio quello del referendum Propositivo, che richiederebbe una modifica a cui sarei favorevole, ma al momento non c’è. Si possono migliorare molti aspetti. Detto questo ribadisco che il doppio spostamento del quorum, in alto per le firme e in basso per il numero dei votanti è l’unica norma che oggi può salvare un istituto che lo possiamo considerare quasi morto. Oggi per raggiungere il quorum ci vuole un miracolo. Forse l’avremmo raggiunto con il “porcellum”, perché c’era una grande movimentazione di opinione pubblica.

Come ha scritto Ainis su Il Corriere della Sera, “la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Anzi: le dipinge in viso un’altra ruga”. Stiamo tornando indietro?

No. Hanno detto che il Referendum è stato ucciso dall’innalzamento delle firme. Non è vero. Oggi è ucciso dall’affluenza, dal quorum, dalla disaffezione politica da parte dell’elettorato. Anche Pannella lo ha svalutato, a causa di insuccessi ripetuti. Ormai fare un Referendum è diventato quasi impossibile, perché non si raggiunge mai il quorum, e per questo motivo l’elettorato si disaffeziona.

L’emendamento pone anche dei limiti alle materie che potranno essere oggetto di referendum: il quesito dovrà riguardare o un’intera legge o un suo articolo purché abbia un valore normativo autonomo. Esclusi quelli che in gergo sono chiamati “referendum manipolativi”, che abrogano cioè solo una singola parola o una singola parte di un articolo di una legge. Stiamo assistendo ad una limitazione camuffata?

Questa è la vera limitazione che viene fatta. Questa è un freno forte e pericoloso, fa trasparire uno spirito antireferendario. Su questo c’è una cosa di cui ancora nessuno ha parlato. E’ stato presentato un emendamento dal senatore Tonini, che riapre la possibilità di fare un Referendum sull’intera legge o su parti di essa. Sostanzialmente apre la possibilità per tutte le leggi elettorali di fare il Referendum. Se non venisse approvato avremo un esito contraddittorio: da un lato il referendum viene rilanciato e dall’altro lo limita.

Continua la battaglia sulla riforma della legge elettorale, ma continua ad essere incostituzionale in alcune sue parti (ad esempio rimangono le liste bloccate). Lei, che si è battuto per l’abolizione del Porcellum, come interpreta questa resistenza?

La lista bloccata è una vergogna, è uno scandalo. E’ incredibile che in Italia, dopo aver condannato unanimemente le liste bloccate, si faccia finalmente una riforma che ha tanti lati positivi ma che propone nuovamente le liste bloccate. Questa è la follia di una classe politica che non vuol rinunciare ad uno strumento che gli dà la possibilità di controllare i gruppi parlamentari. Gridare all’autoritismo è una follia, ma la classe politica, Berlusconi espressamente, sospetto anche Renzi, non vuole rinunciare ad un meccanismo che gli da uno straordinario potere. La legge dell’Italicum, dall’altra parte, salva il maggioritario e quindi dà una prospettiva di governabilità. 

 

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