lunedì, Ottobre 25

La riforma ONU secondo Trump: cosa accadrà se gli Usa taglieranno il budget? Cosa comporterebbe il dimezzamento del finanziamento americano all’ONU: il pericolo del disinteresse

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Ieri il via alla 72esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed oggi il grande debutto di Donald Trump che, già poche ore fa, però, è intervenuto al primo evento ‘Reforming the United Nations: Management, Security, and Development’. Il tema? Quello delle riforme. Impegnarsi a riformare la burocrazia delle Nazioni Unite, rendere l’istituzione più forte e più capace di andare incontro alle esigenze per cui è stata creata. Con questa promessa il segretario generale Antonio Guterres ha aperto l’incontro.

Il supporto è stato dato già da 128 Paesi presenti. «Il nostro obiettivo comune è un’organizzazione del 21esimo secolo più focalizzata sulle persone e meno sul procedimento, più sull’eseguire e meno sulla burocrazia», ha affermato Guterres. «Ottimizzare le risorse promuovendo valori condivisi, questo è il nostro obiettivo comune», ha continuato il segretario che ha raccontato che ciò che lo tiene sveglio la notte sono le «le strutture frammentate, le procedure bizantine e gli oneri burocratici infiniti». «Per servire le persone che supportiamo e quelle che ci supportano, dobbiamo essere svelti e concreti, flessibili ed efficienti».

La burocrazia frena il lavoro dell’Onu anche secondo il Presidente americano. «Il segretario generale Guterres ha fatto un lavoro fantastico», ha affermato Trump, concorde con lo stesso ma sottolineando subito la necessità di «trovare un modo affinché le Nazioni Unite possano fare meglio nello sviluppo, nella gestione, nella pace e nella sicurezza». «Noi garantiamo il nostro sostegno al vostro lavoro» ha assicurato Trump a Guterres.

Ma cosa contiene la Dichiarazione di dieci punti relativa alla famigerata riforma? Gli obiettivi sono decentralizzazione, trasparenza, efficienza, attendibilità. Negli ultimi mesi, l’impegno si è diretto verso l’ottenimento della parità di genere nelle posizioni medio-alte al suo interno e qualcosa si sta facendo anche in merito alla riorganizzazione delle sezioni pace e sicurezza. Priorità alla lotta contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale. Uno degli incontri di ieri tra capi di Stato e di Governo ha avuto come focus proprio questo tema e quello della prevenzione dell’abuso nelle missioni politiche e di mantenimento della pace.

Guterres ha sottolineato che le riforme devono rendere il sistema più coordinato e maggiormente focalizzato sulle persone per assistere al meglio ne Nazioni nel raggiungimento degli obiettivi prefissati nell’Agenda 2030. «Tutti noi abbiamo la responsabilità di rendere certa la nostra promessa», ha continuato. Per quanto l’opportunità della riforma sia abbastanza pacifica tra i leader, Trump non può nascondere che questo punto gli sia particolarmente caro.

Gli USA, infatti, sono tra tutti gli Stati membri, quello che più contribuisce a livello finanziario. Il 28.5% dell’intero budget dell’Onu per le missioni di peacekeeping, pari a 7.3 miliardi, proviene dalle casse statunitensi, così come il 22% dei 5.4 miliardi dell’intero budget operativo. «Negli ultimi anni, le Nazioni Unite non hanno raggiunto il loro pieno potenziale a causa della burocrazia e della cattiva amministrazione. Non stiamo vedendo i risultati in linea con questo investimento», ha apostrofato Trump, in quella che suona un po’ come una minaccia. E proprio come tutti i punti che tratterà il Presidente, pare che anche questo sarà una bella gatta da pelare.

Non stiamo parlando di una singola istituzione ma di un’organizzazione vasta, con decine e decine di agenzie ramificate. Altrettanto vaste sono le procedure decisionali che devono trovare concordi i Paesi con spesso poche cose in comune e punti di vista opposti ed, a volte, inconciliabili. Gli USA stanno pagando più di quanto sia opportuno, questo ha affermato Trump e detta così, suona ancora peggio.

Perché di questo si tratta, una minaccia di taglio ai fondi. Gli Stati Uniti, quest’anno, non hanno ancora provveduto al finanziamento e questo alimenta i timori. Per l’Onu, probabilmente il più grande problema in tema di riforme è proprio quello del finanziamento americano. Gli USA, per di più, hanno circa un bilione di dollari di arretrato. Ancor peggiore sembra il fatto che in molti casi, si tratta di contributi puramente volontari diretti ad esempio, al World Food Program o alla Commissione per i rifugiati.

Il primo apparente segno positivo da parte della comunità internazionale, non comprende, però, Cina e Russia che sembrano mantenere delle distanze. Trump non porta con sé cifre ma ritorna spesso sul concetto di cooperazione per migliorare l’efficacia dell’istituzione. Qualcosa che dovrebbe avvicinare gli Stati ed il consenso del segretario Guterres, che più volte, ha rimarcato lo stesso concetto. Ma non è affatto così. Lo stesso Guterres, all’ipotesi, ha infatti risposto che un simile intervento «minerebbe l’efficacia» delle missioni Onu.

Tra le preoccupazioni, quella dell’eventuale messa in atto del dimezzamento delle risorse per l’Alto Commissario per i Rifugiati (UNHCR), che per quasi la metà, il 40%, dipendente dagli USA. La conseguenza che si teme è la conseguente impossibilità di gestire istituzioni come questa, che ne uscirebbero sprovviste di risorse minime e sufficienti.

Se quindi, l’Amministrazione Trump decidesse di andare verso la strada del disinteressamento agganciandosi a quella che è divenuta una farraginosa macchina burocratica, i guai sarebbero davvero molti. L’impatto di un simile taglio di fondi andrebbe a danno delle numerose operazioni che l’Onu sta portando avanti negli angoli del mondo più bisognosi. Le conseguenze ricadrebbero su chi ha più bisogno degli interventi umanitari. Questo il monito di Jon Alterman vice-Presidente del CSIS (Center for Strategic and International Studies). Secondo l’analista , il problema principale sarà la coordinazione tra le istanze statunitensi e la posizione avanzata da Guterres «in modo che la pressione degli Stati Uniti sia costruttiva e non distruttiva».

Molti sono i panel di esperti dell’Onu, uno fra i tanti, quello incentrato sulla questione Nord Corea; il fatto che quest’ultimo non stia incrementando le risorse per le operazioni investigative e di implementazione delle sanzioni è qualcosa che non può non avere una ricaduta sulla posizione statunitense. Trump, infatti, sta si pensando di tagliare i fondi alle Nazioni Unite, ma sta probabilmente anche spingendo, in tal modo, per un aumento in quelle attività a lui a cuore e che richiedono molte più risorse, specialmente umane e finanziarie. «Penso che ci sarà una discussione sul tema e sul come rendere effettive le proposte per continuare a fare un buon lavoro e ad aumentare l’impegno sulle sanzioni», afferma Lisa Collins, altra esperta del CSIS. «Ma allo stesso tempo, se ci saranno tagli di budget, questo avrà un impatto sul come decideranno effettivamente di operare».

Donald Trump ha chiesto ai rappresentanti degli Stati membri di sostenere il suo progetto di riforma per rendere far decollare il potenziale «straordinario» dell’organizzazione e renderla «più efficace e performante». Al bando burocrazia e mala gestione. Temi che ritornano e che ci riportano alla sua campagna elettorale. Certo è che la macchina delle Nazioni Unite non cammina certo in velocità e che avrebbe bisogno di imboccare la giusta direzione; questo è innegabile. Ma certo è anche che sarebbe opportuno non sbagliare via.

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