giovedì, Settembre 23

La riforma mancata dei quiz di ammissione image

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Esame di ammissione alla facoltà di medicina all'università statale di  Milano

Doveva rappresentare la riforma epocale dell’istruzione universitaria dell’ultimo ventennio; di fatto si è trasformato nell’ennesimo annuncio spot. Era il maggio scorso quando il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini annunciava ai mass-media l’addio ai quiz di accesso alle facoltà universitarie a numero chiuso. «Entro luglio» dichiarava raggiante, «si passerà ad un altro sistema, il modello è quello francese, con il primo anno aperto a tutti seguito da una selezione basata sul merito» Peccato però che di quell’annuncio siano rimaste solo le buone intenzioni. Ad oggi infatti nulla è stato fatto. Ma cosa si cela dietro l’inerzia del governo del fare targato Renzi? Garantire il libero accesso alle università a tutti gli studenti, almeno in una prima fase, non è cosa da poco, specie per le casse degli atenei.

Secondo i dati diffusi dal portale di informazione specializzato Skuola.net il giro di affari dei quiz di ammissione alle sole facoltà di medicina ammonta a circa 6 milioni di euro. Il calcolo è basato sulle ultime prove di ingresso svoltesi lo scorso 8 aprile. In quell’occasione a tentare il colpo della vita furono in 69 mila, sostennero un costo di partecipazione che andava dai 10 euro dell’università di Milano Bicocca ai 100 di Torino, Napoli e Vercelli. A questo poi va aggiunto il business delle preparazione private. In questo caso non esistono dati ufficiali ma secondo stime ufficiose il giro di affari è pari se non superiore a quello generato dai costi per prendere parte alle prove di selezione.

Una corsa spasmodica ad entrare a medicina, regina delle facoltà a numero chiuso, il perché è facilmente intuibile ascoltando le parole di Francesco, medico specializzando in chirurgia plastica presso l’Università Federico II di Napoli. 

“Certe professioni le si svolgono per passione, altre anche per il giusto ritorno economico”. Osservare da vicino questo medico dallo sguardo scarsamente carismatico ma dall’innato senso degli affari è un inno blasfemo alla medicina e ai tanti che la svolgono come semplice missione. “Attualmente guadagno poco più di mille euro al mese. Purtroppo però il sistema malato prevede che durante tutto il periodo di specializzazione non possa guadagnare più di 5 mila euro all’anno. Se calcola che la durata del corso dura cinque anni, e che in media un solo intervento costi tanto, potrà facilmente intuire a quanto ammoni il mio danno economico”. Della passione per la professione, dell’amore per un’attività che dovrebbe avere come principale obiettivo quello di aiutare gli altri ed alleviarne le sofferenze non c’è traccia: “Faccio il medico, non di certo il buon samaritano”. Riguardo l’opportunità di continuare a creare uno sbarramento all’entrata delle matricole il Nostro ha quanto mai le idee chiare: “La concorrenza nell’ambiente è già tanta, credo sia giusto porre un limite all’entrata”. Nessuno stupore neppure per l’immenso giro di affari che vi ruota attorno: “Per caso lei sa dirmi un settore della nostra società dove non vi siano interessi economici? Credo sia giunta l’ora di finirla con questo moralismo di facciata”.

Tutto altro approccio quello di Danilo Lampis coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti. “Quella a cui assistiamo da diversi anni a questa parte è una vera è propria emergenza democratica”. Non usa di certo mezzi termini Lampis per descrivere quello che a suo avviso è una vera e propria violazione del dettato costituzionale. “Nella nostra Carta Fondamentale” argomenta “c’è scritto in maniera esplicita che è garantito a tutti il diritto allo studio, purtroppo però nei fatti non è così”. Il bersaglio principale della critica da parte del rappresentante del sindacato degli studenti sono da un lato i costi che bisogna sostenere per partecipare alle selezioni e dall’altro le ricadute occupazionali che un simile sistema può avere nel mondo del lavoro. Fattori certamente non da sottovalutare, specie quando si ha a che fare con la salute delle persone. “Le famiglie, in tempi di crisi economica come quelli che stiamo vivendo, hanno dovuto sborsare cifre in alcuni casi considerevoli per dare un’opportunità ai propri figli. E questo non ci sembra assolutamente giusto. Per non parlare poi del fatto che l’accesso limitato ad alcune facoltà, secondo degli studi autorevoli, negli anni futuri potrebbe generare una vera e propria carenza occupazionale in determinati settori. Specie quello medico”.

Una riforma che sembrava essere sul punto di partire ma che poi si è arenata sul nascere. “Inizialmente il ministro si era mostrata disponibile al dialogo, poi, improvvisamente, c’è stata una battuta d’arresto”. Il perché per Lampis è presto detto: “E’ facile immaginare che Giannini abbia subito delle pressioni notevoli da parte dei poteri forti per rinviare il percorso di riforme. Quando si intaccano degli interessi economici, ed in questo caso parliamo di milioni di euro, è normale che ciò accada. Purtroppo”.

Guardare avanti senza rinunciare al dialogo è ciò che in ogni caso si auspica. “I processi di riforma sono sempre lunghi ma le difficoltà necessarie a portarli a termine non devono impedire di compierli, noi rimaniamo come sempre a disposizione di chiunque voglia dialogare e riformare seriamente l’istruzione nel nostro Paese. La condizione fondamentale però è che si rinunci alla retorica del cambiamento e si facciano più fatti”.

L’università come palestra di talenti e fucina di sogni. La sfida del futuro è racchiusa in un solo mantra: rinunciare alla tutela delle lobby e concedere una seria opportunità a chi non ha nient’altro da offrire se non le proprie capacità. 

 

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