domenica, Ottobre 24

La riforma dell'istruzione non piace agli studenti i movimenti studenteschi giudicano insufficienti le misure previste dal Governo

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Michelle Bachelet, da pochi mesi insediatasi alla Moneda, aveva dipinto il suo secondo mandato come quello decisivo per portare a termine una ristrutturazione dello Stato cileno all’insegna dell’equità e dell’inclusione. Al centro delle numerose riforme previste la Presidenta aveva posto le fasce più deboli, che da decenni chiedono maggiore giustizia sociale in un Paese che, malgrado la crescita economica che ha sperimentato negli ultimi vent’anni, mantiene significative disuguaglianze di reddito e istruzione tra privilegiati ed emarginati all’interno della società.

Eppure, proprio una delle forze sociali oggetto della nuova equità propugnata dal Governo, quegli studenti che per anni hanno invano fatto pressioni per un drastico cambio di rotta nel settore dell’istruzione, si stanno rivelando i principali critici dell’operato della Nueva Mayoria guidata da Bachelet.

Una nuova ondata di proteste studentesche ha infatti scosso il Paese. Il sette maggio decine di migliaia di manifestanti si sono concentrati a Santiago, marciando verso il palazzo Presidenziale. Secondo gli organizzatori erano 100.000, cifre che le stime delle autorità hanno dimezzato. Quale che fosse il numero di persone scese in strada, si tratta della prima grande protesta organizzata che deve affrontare il nuovo Governo.

Le manifestazioni sono state, per lo più, pacifiche, malgrado un gruppo di encapuchados, come sono conosciuti nel Paese i gruppi di anarchici e antagonisti, si sia scontrato con le forze dell’ordine, provocando decine di feriti da entrambe le parti e un centinaio di arresti.

Ciò che ha spinto gli studenti a farsi sentire è proprio la riforma dell’istruzione in cantiere, che dovrebbe seguire, nei piano del Governo, quella fiscale. I proventi del nuovo sistema di tassazione, che ha già iniziato il suo excursus parlamentare e che colpirà soprattutto le imprese, dovrebbero portare a un aumento delle risorse pari al 3% del Prodotto interno lordo (PIL), risorse che verranno utilizzare per potenziare la spesa pubblica nel settore scolastico.

Non devono comunque stupire l’avversione e la diffidenza nei confronti del centrosinistra da parte dei movimenti sociali. Già nel 2006, quando Bachelet avviava il suo primo mandato, imponenti manifestazioni avevano tenuto in apprensione il Governo appena insediatosi. L’incapacità da parte della Presidenta, nel corso del suo primo mandato, di intraprendere un percorso realmente discontinuo rispetto a chi l’aveva preceduta hanno semplicemente trasformato il centrosinistra in un altro antagonista agli occhi federazioni studentesche.

Neppure il tentativo di ampliare la coalizione includendo il Partito Comunista e il movimento studentesco, sfociato nell’elezione di ben quattro ex dirigenti studenteschi in Parlamento, ha contribuito ad abbassare la tensione tra riformisti al Governo e ultrariformisti delle piazze. I quattro ex, che stanno partecipando attivamente alla stesura delle proposte di rinnovamento, non rappresentano interlocutori privilegiati per i loro successori, come aveva già sottolineato in un’intervista rilasciata al nostro giornale da Melissa Sepúlveda, Presidente della FECh, la principale federazione studentesca del Paese.

Il Ministro dell’istruzione, Nicolás Eyzaguirre, aveva già delineato i tratti principali della riforma, che sarà basata sulla fine della possibilità di lucro per gli istituti, la fine del copago, un sistema che fa pagare agli studenti una contributo scolastico che si aggiunge a quello dello Stato, e la fine della segregazione scolastica, cioè la concentrazione degli studenti più abbienti nei centri di insegnamento migliori. Inoltre, è prevista la demunicipalizzazione dell’insegnamento, una sorta di centralizzazione nelle mani del Governo con lo scopo di regolamentare meglio un settore che, agli occhi di numerosi esperti, ha urgente bisogno di essere riorganizzato.

Agli studenti tutto questo non basta. Il cambio che cercano è più radicale; scuola laica, pubblica, e gratuita, fuori dagli interessi economici. prevede nel suo piano di innalzare il sostegno sia all’offerta (le scuole) che alla domanda (gli studenti),  aumentando i soldi che verranno dati agli alunni in termini di borse di studio e le agevolazioni ai prestiti, oltre che quelli destinati a un innalzamento dei fondi destinati direttamente alle scuole. Una linea che non convince i gruppi studenteschi, secondo cui dovrebbe essere lo Stato a farsi carico interamente dell’istruzione, eliminando del tutto i contributi individuali degli studenti.

Naturalmente, queste richieste più radicali sono strettamente legate a una visione dell’istruzione come diritto sociale, che ribalterebbe completamente il paradigna attuale. Mentre dunque il Governo prevede un maggiore intervento statale volto a mitigare l’effetto delle disuguaglianze di reddito, aumentando gli incentivi per i meno abbienti, pur nel contesto di un sistema basato sull’apporto misto di Stato e studenti, la Fech e altri gruppi considerano il tutto un mantenimento dello status quo. Ad essere in gioco, del resto, è la stessa concezione di cosa qualifichi un ambito come pubblico, i suoi confini ed estensione, nonchè del ruolo che l’istruzione debba rivestire per la collettività.

Gli stessi rettori sono divisi sul giudizio da dare sulle proposte del Governo. Naturalmente, i rettori delle università private sono piuttosto critici nei confronti delle misure che, inevitabilmente, ridurrebbero il peso dei centri che presiedono. In particolare, uno dei nodi più spinosi è rappresentato da quei centri che ricevono, malgrado non siano gestiti dallo Stato, finanziamenti pubblici. Secondo costoro, il fatto che il Governo voglia eliminare, in tutto o in parte, il finanziamento condiviso tra Stato e alunni, non migliorerà il sistema, trasferendo gli oneri all’intera società.

Instaurato nel 1994, il finanziamento condiviso (financiamiento compartido) consiste in un pagamento che gli istituti privati, ma sovvenzionati dallo Stato, chiedono alle famiglie degli studenti, a meno che questi non appartengano al 15% più povero, o abbiano particolari meriti scolastici.

Nei piani del Governo, l’eliminazione di questo meccanismo consentirebbe di eliminare una delle cause della segregazione socioeconomica che caratterizza la scuola cilena. In realtà, i critici sostengono che questa misura avrebbe l’effetto opposto, cioè lascerebbe le scuole private prive di strumenti finanziari per sostenere una composizione di studenti più eterogena in termini di ricchezza. Si creerebbe un sistema in cui la forbice sociale tra scuole private e pubbliche si amplierebbe a discapito delle seconde.

Altri argomenti contrari ad alcuni aspetti della riforma si concentrano sull’eccellenza che i centri privati rappresentano nel panorama dell’istruzione a livello mondiale, dove i migliori atenei sono rappresentati dai privatissimi Harvard e Yale negli USA.

Infine, si crea lo spinoso problema di creare un sistema di selezione degli alunni, a livello universitario, che incentivi la meritocrazia e allo stesso tempo garantisca la possibilità di partecipare all’istruzione di massa. In questo senso c’è un certo consenso sulla necessità di rinvigorire la preparazione a livello dei colegios, le scuole superiori, per rendere l’accesso ai test universitari una variabile non dipendente dalla possibilità di pagare, a seconda della maggiore disponibilità economica, una scuola migliore.

 

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