mercoledì, Giugno 16

La ricetta di Trump

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Sullo stile aggressivo e diretto di Donald Trump e sulle sue uscite ad effetto è stato detto e scritto di tutto e di più, mentre il suo programma politico rimane qualcosa di ancora non precisamente definibile. In un’interessante intervista al ‘Washington Post’, il magnate newyorkese ha spiegato il proprio programma politico, orientato a restituire agli Stati Uniti la grandezza di un tempo. Trump ha proposto di lanciare un robusto piano di investimenti teso a rimettere in sesto la rete infrastrutturale Usa e a ricostruire letteralmente decine di centri urbani – Trump cita i casi di Baltimora, Ferguson, Oakland e Saint Louis – ridotti in pessime condizioni dall’incuria e dal crescente disagio sociale. Il concetto keynesiano di aumento della spesa pubblica come propulsore per la crescita economica è stato quindi sorprendentemente introiettato dal repubblicano – per quanto sui generisTrump, ed inserito dallo stesso in un più ampio programma economico di tipo protezionista volto a rimpatriare i milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero che sono stati trasferiti all’estero grazie alle politiche neoliberiste promosse dai governi di Washington dai primi anni ’80. Il messaggio, che alcuni hanno definito ‘neo-isolazionista’, lanciato da Trump è quindi un duro atto di accusa contro l’establishment statunitense, impegnato unicamente a tutelare gli interessi del grande capitale a prescindere dagli interessi reali della popolazione. «Ho fatto donazioni a tutti i politici di Washington. Mi telefonavano e io staccavo l’assegno. Dopodiché? Quando avevo bisogno di qualcosa, due, tre anni dopo, li richiamavo, e loro pronti a ubbidire. È un sistema perverso», ha tirato dritto il magnate.

Ma l’attacco contro la ‘democrazia oligarchica’ consolidatasi negli Stati Uniti è anche una critica serrata della Cina, individuata da Trump come il nemico principale. «Noi abbiamo il potere commerciale sulla Cina […]. Siamo totalmente prevedibili e questo è male. Conosco molto bene la Cina, faccio affari con loro da decenni. Hanno ambizioni incredibili e si sentono invincibili. Il fatto è che noi abbiamo ricostruito la Cina, grazie ai nostri miliardi. Se non fosse per noi, non avrebbero aeroporti, strade e ponti. La Cina va affrontata sotto il profilo commerciale. Il libero scambio ci ha rovinato. Loro portano ogni cosa nel nostro Paese. Noi, invece, dobbiamo pagare». Pur stravolgendo totalmente la realtà fattuale, che ha visto la Cina sovvenzionare gli Usa con acquisti massicci di Treasury Bond e non in contrario, il messaggio di Trump strizza l’occhio alle centinaia di migliaia di impiegati nel settore manifatturiero della Rust Belt che hanno perso il posto a causa della delocalizzazione delle imprese per cui lavoravano verso l’Asia e per la concorrenza al ribasso esercitata dalle merci cinesi.

Costruire con la Cina un rapporto basato su ben altri presupposti non è che un aspetto del riorientamento strategico che il magnate newyorkese dichiara di voler attuare, a partire da una revisione integrale della struttura portante della Nato. «La Nato come concetto va bene, ma all’atto pratico funziona solo se ci siamo noi dentro. Non ci aiuta nessuno. Volete un esempio? Regaliamo centinaia di miliardi di dollari per sostenere paesi che sono, in teoria, più ricchi di noi. O non lo sapete? Germania, Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud. Noi diamo denaro all’Arabia Saudita. Questa storia finirà, anche perché non possiamo più permetterci questi regali. La Nato è stata istituita in un momento diverso. È stata creata quando eravamo un Paese più ricco. La Nato ci costa una fortuna e sì, stiamo proteggendo l’Europa, ma stiamo spendendo un sacco di soldi. Punterò alla ridistribuzione dei costi ed assicuro che gli Stati Uniti non sopporteranno ancora il totale peso della difesa in Europa».

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