martedì, Aprile 20

La ricetta "culturale" Donato: "I fondi non sono pochi ma non abbiamo le competenze per i progetti europei"

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Patrimonio culturale pompei

La parola Crisi dal greco κρίσις ha molteplici significati, ma quello su cui dovremmo maggiormente concentrarci è “Cambiamento” o “Fase Risolutiva”. Intendendo l’attuale periodo di Crisi Economica, Politica e Culturale come un “Cambiamento” potremmo cercare di risolverla e di fare tutto ciò che è in nostro potere per migliorare il mondo in cui viviamo. Proprio in questa direzione va il libro del prof. Fabio Donato “La Crisi Sprecata” (ed. Aracne). Il rischio che corriamo è quello di non imparare e di non modificare i nostri modelli di società e di governance. Il libro si riferisce principalmente al settore del patrimonio culturale che finora è stato uno di quelli che ha risentito maggiormente della crisi.

Basta pensare che il Louvre fattura quanto tutti i musei pubblici italiani, che la maggior parte dei siti patrimonio dell’Unesco sono in Italia, che il nostro patrimonio culturale è una risorsa e invece spesso è stato visto come un peso per i conti pubblici. Tra il 2008 e il 2011 l’Italia ha tagliato del 35% la spesa diretta alla cultura arrivando allo 0,2% del Pil, secondo quanto riporta uno studio dell’EENC (European Expert Network on Culture).

Fabio Donato, ordinario di Economia Aziendale all’Università di Ferrara, e nominato nell’ottobre scorso come rappresentante italiano nel comitato di programma Horizon 2020, è da anni impegnato sui temi di management culturale sia a livello nazionale che a livello internazionale. Abbiamo chiesto di illustrarci alcuni dei temi critici del settore di gestione del patrimonio artistico e culturale del nostro Paese.

 

Quali sono i principali problemi del settore di gestione del patrimonio culturale nel nostro Paese?

Non esiste ovviamente un unico motivo, ma si tratta di un insieme di problematiche che non sono facili da affrontare e risolvere nel breve periodo. Il primo problema è proprio culturale, nel senso che quando si parla di beni e patrimonio culturale siamo tutti abituati a pensarci come se si trattasse di una rendita. Ci pensiamo quindi solo in termini di conservazione e di restauro, e non come un settore intorno a cui creare valore economico attraverso iniziative imprenditoriali. Conservazione e restauro sono certamente la base da cui partire; ma come Paese ancora non abbiamo capito che la conservazione e la valorizzazione non sono due temi differenti ed in competizione tra loro ma sono due facce della stessa medaglia. Avere un approccio sinergico e che consideri entrambe le prospettive farebbe decisamente bene all’intero sistema, perché aumentando la valorizzazione si avrebbero più risorse per la conservazione. E partendo da una buona conservazione si può procedere ad una valorizzazione del patrimonio in maniera molto più semplice e lineare.

L’Italia è uno dei Paesi che spende di meno in cultura. Secondo il rapporto EENC spende solo 0,2% del Pil nel settore culturale. Dal suo punto di vista è solo una questione mancanza dei fondi o di gestione di questi ultimi?

Dal mio punto di vista non è una questione di fondi. Certo se ce ne fossero di più e si riuscisse a destinarne in maggiore quantità al settore sicuramente sarebbe un’ottima cosa, ma dobbiamo anche fare i conti con il nostro debito pubblico. Le faccio subito un esempio per giustificare la mia tesi: i fondi per gli attrattori culturali e quindi quelli per la valorizzazione del patrimonio culturale sono tra quelli in percentuale meno spesi. Si tratta innanzitutto di una mancanza di competenze per la progettualità, in parole povere non sappiamo come presentare dei progetti per ottenere i fondi dell’Unione Europea. In secondo luogo il nostro modello di management è diretto solo ed esclusivamente a spendere e a finanziarsi attraverso i fondi pubblici invece di puntare a creare e generare autonomamente risorse. Inoltre il sistema di governance è eccessivamente frammentato a livello territoriale, per cui ci sono un’infinità di associazioni, enti e istituzioni culturali che da soli però non riescono a fare massa critica in modo da realizzare dei progetti di livello. È un po’ come la questione dei micro comuni che da soli non riescono neanche a riparare le buche per le strade mentre se tutti si unissero, e invece di pensare solo al proprio campanile pensassero ad un progetto comune più ampio e ambizioso riuscirebbero ad essere più efficaci oltre che efficienti.

La crisi ci dice proprio questo: servono nuove dimensioni di scala e modelli di governance più ampi e moderni. Ciò non vuol dire che bisogna procedere ad una fusione forzata ma semplicemente andare verso un modello di governance a rete, attraverso la formazione di sistemi culturali territoriali. La fusione o la chiusura di alcune istituzioni culturali non sarebbe coerente con le particolarità del nostro territorio, invece una struttura a rete sarebbe perfetta perché riuscirebbe a trovare il bilanciamento tra il particolare e il totale e inoltre permetterebbe di fare massa critica. È normale che un’istituzione culturale, quale può essere un piccolo museo del Sud, non abbia le competenze o le professionalità che gli permettano di partecipare ad un progetto europeo. Ma se questo piccolo museo facesse parte di una rete di musei più grandi o complementari, avrebbe sicuramente maggiori opportunità di partecipare a progetti europei e di ottenere dei fondi.

Parlando proprio di fondi europei, perché l’Italia non è riuscita ad utilizzarli appieno? Cosa si potrebbe realizzare con queste risorse?

Si tratta di un tema che mi sta particolarmente a cuore, essendo stato per anni rappresentante italiano a Bruxelles e membro del board European Network on Cultural Management and Policy Education e recentemente rappresentante Italiano per il MIUR nel Comitato di Programma di Horizon 2020 per la Societal Challenge “Europe in a changing world: inclusive, innovative and reflective societies. Il tema principale è perché non riusciamo ad ottenere i fondi che noi stessi mettiamo nell’UE? Nel progetto Horizon 2020 ci saranno 80mld a disposizione e noi come Paese contribuiamo a quegli 80mld. Negli anni a Bruxelles mi sono accorto che c’è una scarsa conoscenza di ciò che avviene in Europa, non siamo aggiornati sui progetti, su come partecipare ai bandi e come vincere. Molte volte presentiamo progetti che piacciono a noi e privi dei requisiti che chiede la Commissione Europea, quindi perdiamo tempo a fare dei progetti, anche molto belli, che però non saranno mai finanziati e per saperlo bastava leggere i criteri dei bandi. Un’altra grossa pecca è il non saper costruire i network prima di partecipare ai bandi, noi italiani pensiamo a realizzarli solo dopo aver letto i bandi. Abbiamo anche una carenza nella progettualità tecnica nel partecipare ai bandi, nel senso che per fare un progetto e vederselo approvare ci vogliono delle tecnicalità e delle specificità particolari che nei nostri progetti spesso sono incoerenti con quelle presenti nei bandi. Per questo motivo come le dicevo prima, la frammentarietà a livello territoriale delle istituzioni culturali non aiuta, anzi contribuisce a presentare dei progetti che poi non vengono approvati. È un circolo vizioso: non si hanno professionalità per presentare progetti a livello europeo, non presentando i progetti non si ottengono le risorse e quindi si hanno meno fondi da destinare alla cultura e al patrimonio culturale. Ci sarebbe bisogno di persone abituate a frequentare Bruxelles e che già conoscono le specificità tecniche dei progetti.

Il patrimonio culturale dell’Italia viene considerato dalle Agenzie di Rating? Se sì in che modo?

L’Italia ha fatto bene a sollevare questa questione, nel senso che oltre al debito pubblico noi abbiamo, all’interno del nostro territorio, questo patrimonio al quale non si può dare un valore economico specifico. E qui vengo alla seconda questione: non si può dare un prezzo specifico ad un monumento. Non posso dire che il Colosseo vale 100 e invece San Marco a Venezia vale di più o di meno. Sarebbe tutto contestabile e non identificabile in maniera precisa. Per questo motivo le agenzie di rating non considerano realmente il nostro patrimonio. Certo abbiamo una ricchezza che potremmo sfruttare meglio.

Pompei ed il progetto Hercolaneum (di cui abbiamo già parlato qui) sono due progetti vicini e lontani allo stesso tempo. Secondo lei privatizzare può essere una soluzione per la conservazione del nostro patrimonio? 

Innanzitutto bisogna utilizzare dei termini corretti. Privatizzare vuol dire vendere ai privati, mentre ad Ercolano è stato creato un partenariato con soggetti privati, non si è venduto il patrimonio. Questa precisazione andrebbe sempre fatta anche per capire meglio la questione. Io sono convinto che sia necessario far entrare dei partner privati nella gestione e nella valorizzazione del settore, però sono convinto che sia fondamentale avere e cercare di realizzare un progetto comune, grazie alla partnership con i privati. Molti considerano la collaborazione con il privato come un modo per ricevere dei finanziamenti o comunque dei benefici. Dal mio punto di vista invece è un modo per costruire insieme, pubblico e privato, un percorso comune. Se non capiremo questo le cose non andranno avanti. Il progetto Hercolaneum da lei citato è proprio simbolico in questo senso. Affidando la gestione ad un gruppo privato si è andati verso un percorso di internazionalizzazione, basato anche e soprattutto sulla stima e la fiducia reciproca tra privato e pubblico. In questo modo si è arrivati a dei risultati concreti nel tempo.

Mi viene in mente che il 1 Maggio il Colosseo era chiuso. Forse anche sindacati e il mondo del lavoro in genere dovrebbero avere un approccio diverso…

Secondo me il ragionamento più che sul sindacato andrebbe fatto sull’accesso dei giovani alla gestione del patrimonio culturale. Provi a pensare a tutto il processo di digitalizzazione ma anche di comunicazione e socialità nell’era attuale. Le nuove generazioni hanno maggiore confidenza e capacità in questo settore ed il loro ingresso nel mondo del lavoro può fare la differenza. Se ciò non dovesse accadere il rischio sarebbe di rimanere una generazione indietro, con degli effetti particolarmente negativi sull’intero sistema. Quindi favorire il ricambio generazionale è sicuramente una cosa importante, ma ancora più importante è facilitare l’imprenditorialità giovanile intorno al patrimonio culturale. Esistono delle potenzialità attorno a questo tipo di mercato che avrebbero degli effetti positivi per tutti: mondo del lavoro, salvaguardia del patrimonio culturale e valorizzazione di quest’ultimo. Invece chi vuole fare impresa in questo settore si trova bloccato dalla burocrazia, dai tempi per ottenere tutto il necessario per avviare la propria attività. Ci vorrebbe maggiore velocità e semplicità nella creazione di imprese culturali o legate alle attività culturali.

Come si fa a rendere il sistema autosufficiente e non più dipendente dalle risorse del bilancio pubblico?

Il contributo pubblico servirà sempre anche perché le istituzioni culturali svolgono un lavoro importante dal punto di vista sociale e quindi per la collettività. Bisogna aumentare i ricavi autonomi; è questa la strada da seguire. Tempo fa feci una ricerca sui teatri a livello europeo e venne fuori che mentre in Europa c’erano diversi teatri che avevano il 66% dei ricavi provenienti da proprie scelte e proprie iniziative gestionali in Italia si attestava solo al 10%. Il tema dei ricavi autonomi risulta quindi fondamentale. I passi da seguire sono questi: 1) capacità di attrarre maggior pubblico, quindi aumentare i ricavi dalla biglietteria; 2) capacità di costruire partenariati solidi e duraturi, aumentando le sponsorizzazioni; 3) capacità di sviluppare fundraising a livello professionale; 4) capacità di fare progetti europei e avere la possibilità di avere maggiori risorse. Seguendo queste direttrici il valore percentuale dei contributi pubblici scenderebbe anche se magari in termini numerici rimarrebbe uguale ma inciderebbe diversamente sul totale.

 

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