venerdì, Maggio 7

La Repubblica popolare del divertimento

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Una Superpotenza che si rispetti ha bisogno di un potere che sia ‘hard’ e ‘soft‘ allo stesso tempo. Leggi: nuovi e costosi sistemi d’arma ben amalgamati a risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni politiche. La Cina sta cercando di colmare il divario che la separa dalla prima potenza mondiale potenziando tanto il suo hard quanto il suo soft power. Se fino ad ora il gigante asiatico ha inseguito gli Stati Uniti sul versante economico (con un Pil reale di 10300 miliardi di dollari, contro i 16800 miliardi di quello statunitense) e militare (nel 2013 Pechino ha speso 171 miliardi di dollari a fronte dei 618 miliardi di Washington), da alcuni anni la competizione si è spostata nel settore a stelle e strisce per antonomasia: quello dell’entertainment. Dal 2000 al secondo trimestre del 2014, gli investimenti cinesi nell’industria cinematografica americana hanno raggiunto i 2,7 miliardi di dollari. Nel 2013, in Cina, gli incassi al botteghino sono cresciuti del 27% su base annua a 3,6 miliardi dollari, pari a circa il 10% del totale delle vendite globali, secondo la Motion Picture Association of America. Certo, se si considerano le cifre macinate da Stati Uniti e Canada -che si sono aggiudicati il 30,4 % del box office mondiale- la Cina è appena agli inizi. Ma fa sul serio. Stando al “Global entertainment and media outlook report” di PwC, entro il 2018 i cinesi spenderanno 5,9 miliardi per andare al cinema. Un trend destinato a crescere con l’affermarsi di una società ‘moderatamente prospera’. Secondo stime di McKinsey, entro il 2022, oltre il 75% dei cinesi residenti nelle aree urbane entreranno a far parte della cosiddetta ‘classe media’. Proprio quello che serve al Governo cinese per realizzare il passaggio da un’economia trainata dagli investimenti ad una basata sui consumi interni.

Lo scorso anno, la città costiera di Qingdao ha richiamato star internazionali -quali Leonardo di Caprio e Nicole Kidman– per il taglio del nastro di un megacentro dell’entertainement che comprenderà un parco tematico, un museo delle cere e uno studio cinematografico. «Il più grande del mondo», promette il fondatore. Wang Jilin, ex membro dell’Esercito popolare di liberazione e uomo più ricco della Cina 2013 (oggi sceso al secondo posto dopo Jack Ma), 26 anni fa aveva fondato il colosso dell’immobiliare Dalian Wanda Group. Il 23 dicembre la società si è quotata alla Borsa di Hong Kong con un’offerta pubblica iniziale di 3,7 miliardi di dollari, segnando la più grande Ipo mai realizzata da un gruppo del real estate. Ma negli ultimi tempi, il raffreddamento del mattone, ha spinto Wanda a diversificare i proprio affari dall’e-commerce all’intrattenimento pur conservando come minimo comune denominatore le famigerate ‘caratteristiche cinesi‘. Il 20 di dicembre, il gruppo -che nel 2012 aveva comprato l’americana AMC Entertainment Holdings – ha aperto due nuovi progetti nella città di Wuhan, nello Hubei. ‘The Han Show’ (ospitato in un teatro a forma di lanterna rossa by Mark Fisher) e ‘Wanda Movie Park‘ (primo parco cinematografico al mondo indoor) segnano la svolta della società di Dalian verso l’industria culturale e dell‘entertainment. «Vorremmo che i nostri progetti diventassero un nuovo simbolo della cultura cinese e anche un marchio dell’intrattenimento a livello globale» , ha scandito Wang, il quale ha già scaricato i castelli fiabeschi di disneyana memoria per riprodurre l’atmosfera nebbiosa dei templi rupestri dello Hubei.

Con 7 miliardi di yuan investiti, Wanda prevede di guadagnarne ogni anno tra gli uno e i due, mentre ha pronti altri 200 miliardi da destinare alla realizzazione di nuovi parchi tematici all’aperto, acquari, parco giochi e stazioni sciistiche in località ‘minori’ quali Xishuangbanna (Yunnan), Nanchang (Jiangxi), e Haribin (Heilongjiang). Già da quest’anno due progetti a Guangzhou e Wuxi, nella provincia del Jiangsu, si propongono di rivaleggiare con i parchi Disneyland di Shanghai e Hong Kong, riporta il ‘South China Morning Post’. «La ragione per la quale sto investendo 50 miliardi di yuan nella Wanda City di Guangzhou è per competere con i parchi Disneyland di Hong Kong e Shanghai» , ha spiegato Wang. «Molte persone sono convinte che tutto ciò che viene da Paesi stranieri sia meglio di quello che facciamo noi» . «Una volta che i nostri progetti saranno finiti, potrete fare un raffronto per quanto riguarda incassi e numero di visitatori. Se avremo fatto un buon lavoro, allora apriremo parchi a tema anche negli Stati Uniti».

Entro il 2020, Wanda stima di portate le proprie entrate annue nel business culturale e dell’intrattenimento dagli attuali 25,5 miliardi a 100 miliardi di yuan (pari rispettivamente a circa 3,4 miliardi di euro e 13,5 miliardi di euro); il mercato estero dovrebbe contare per il 20%. Con una crescita annua del 12%, l’industria cinese dei parchi tematici continua ad attrarre major dall’altra sponda del Pacifico. Oltre alla Disney, anche Six Flags Entertainment Corp., la più grande catena di parchi divertimento al mondo per numero di strutture possedute, si appresta a lanciare nella Repubblica popolare diversi parchi nel prossimo decennio; gli Universal Studios stanno per aprire un parco tematico da 20 miliardi di yuan a Pechino, mentre, nel 2012, la DreamWork Animation SKG Inc. aveva annunciato di voler portare a termine per il 2016 un ‘Dream Center’ a Shanghai, con tanto di pagoda ispirata al cartone ‘Kung Fu Panda’. Il 1 gennaio, nella provincia orientale del Zhejiang, ha aperto i battenti un parco tematico di 9,5 ettari interamente dedicato a Hello Kitty . Costo: 215 milioni di dollari. Dietro ci sono la giapponese Sanrio (che nel lontano 1974 creò il gatto con il fiocco rosso) e Hettema Group, società californiana specializzata nell’entertainment.

Per battere la concorrenza d’oltremare, Wanda ha una strategia tutta sua: punta ad allungare i propri tentacoli sui nuclei urbani di più piccole dimensioni, quelli che Pechino sta cercando di candidare a centri propulsori di una nuova e più sostenibile urbanizzazione. Mentre le compagnie straniere si sono trovate invischiate in estenuanti trattative per agguantare uno spazio nelle megalopoli cinesi, nell‘hinterland i funzionari sono ancora propensi a concedere contratti sulla terra (a prezzi più economici) pur di generare posti di lavoro e far girare l’economia locale. E se, da una parte, fare affari nelle piccole città è certamente più difficile, dall’altra i costi di manutenzione sono inferiori. Insomma, si guadagna meno ma si spende anche meno.

D’altra parte, pur giocando in casa, Wanda si trova a dover fare i conti con diversi competitor locali. Con 18 strutture in funzione, Overses Chinese Town Enterprises Co. è al momento il maggior operatore di parchi divertimento del Regno di Mezzo. Di contro, l’inesperienza di Wanda nel settore potrebbe rivelarsi penalizzante, tanto più considerato che la Cina si è già dimostrata un terreno sdrucciolevole persino per aziende navigate quali il Cirque du Soleil. Nel 2013, a capitolare è stata Reignwood Group, società tailandese costretta a demolire il suo Wonderland, parco giochi nei pressi di Pechino mai terminato e in stato di abbandono da oltre dieci anni.

Nonostante l’industria sia ancora acerba, il proliferare di attrazioni sulla terraferma comincia ad agitare la vicina Hong Kong sede da alcuni anni di un Disneyland resort, il tredicesimo aperto dalla compagnia statunitense e il primo in assoluto nella ‘Greater China’. Dal 1977, l’ex colonia britannica ospita l’Ocean Park, parco marino che deve il suo design all’americana PGAV Destination nota per le sue attrazioni a Orlando (Florida), la capitale mondiale dei parchi a tema. Fino allo scorso anno, l’Ocean Park si attestava come il parco divertimenti più grande d’Asia dopo il Dinseyland Resort di Hong Kong. Fino a quando a gennaio, nell’isola di Hengqin, prefettura cinese di Zhuhai, Chime-Long Group – che gestisce alcuni dei principali parchi tematici cinesi – non ha aperto l’Ocean Kingdom, anch’esso uscito dalla matita di PGAV Destination. Grande due volte l’Ocean Park e ancora in espansione, l’Ocean Kingdom si avvale di una posizione strategica: l’isola, già distretto economico speciale, si troverà presto uncinata all’ex colonia inglese attraverso il ponte Macao-Hong Kong-Zhuhai, la cui apertura è prevista per il 2016. Dopo di che basteranno 30 minuti di macchina per raggiungere Hengqin dal Porto Profumato. Nel 2013, Ocean Park ha attirato 7.730.000 visitatori, ma lo scorso giugno ha registrato il suo primo calo da anni – ufficialmente – a causa del maltempo e di una legge varata da Pechino che vieta i ‘tour dello shopping forzato’ di cui l’ex colonia britannica è stata a lungo meta prediletta.

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