sabato, Luglio 24

La Repubblica Ceca di Sobotka field_506ffb1d3dbe2

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Dopo sette anni di governi di centrodestra più o meno riusciti, la Repubblica ceca ha virato fortemente a sinistra e il Presidente Milos Zeman ha consegnato il governo al socialdemocratico del CSSD, Bohuslav Sobotka. Alle ultime elezioni il CSSD ha ottenuto il 20,6% dei voti, un risultato scarso ma prevedibile. Dopo gli scandali legati alla corruzione e all’abuso di potere che hanno travolto il Partito Democratico Civico (ODS) di Petr Necas, ex primo ministro, e ne hanno comportato le sue dimissioni, il Paese si è visto spaccato. Raccogliere i cocci è stato compito di Zeman che in un primo momento ha affidato l’incarico all’economista Jiri Rusnok, affinché mettesse in piedi un governo tecnico. Questo tentativo è stato chiamato dai suoi detrattori “il governo degli amici del presidente”, per la vicinanza dei suoi componenti a Zeman stesso. L’esperimento tecnico è però durato poco e, dopo che Rusnok ha perso la fiducia in Parlamento, Zeman ha dovuto convocare le elezioni anticipate per il mese di ottobre. 

Le elezioni sono state vinte dal CSSD, ma avendo ricevuto meno del 21% dei voti (che equivalgono a 50 deputati su 200 complessivi), i socialdemocratici si sono dovuti alleare con i conservatori dell’Unione democratica e cristiana e del Partito popolare cecoslovacco (KDU-CSL), rimasti fuori dal parlamento all’ultima legislatura, e con il partito populista fondato dal miliardario Andrej Babis, Akce nespokojenych obcanu (ANO 2011). Avendo ottenuto quasi il 19% dei voti, Babis è riuscito ad ottenere la poltrona di ministro delle finanze, fatto decisamente poco promettente per tutti coloro che hanno soprannominato il magnate dell’industria “Babisconi”, per le sue somiglianze imprenditoriali e politiche con il leader di centrodestra italiano Silvio Berlusconi. Le sue promesse hanno fatto breccia nel cuore dei cechi: affermazione della solidarietà sociale, revisione del sistema di riscossione delle imposte e incremento delle pensioni, strategia di allontanamento dal tanto temuto Euro, il tutto al grido di «Fidatevi di me che di posti di lavoro ne ho creati tanti».

Al successo di Babis fanno da specchio le difficoltà di Sobotka, che si trova ad affrontare, oltre ad un governo frammentato in più fazioni estremamente differenti fra loro, anche un partito diviso che in parte gli addossa la responsabilità della debacle elettorale di ottobre. Inoltre, il presidente Zeman ha più volte fatto capire di non ritenerle il nuovo premier idoneo alla carica. In realtà, l’astio e la sfiducia tra il presidente e Sobotka risalgono al lontano 2003, quando ad essere il leader del partito socialdemocratico era proprio Zeman che, nel corso del primo tentativo di candidarsi alla carica di capo di Stato, venne tradito dal suo stesso partito, il CSSD, e da Sobotka stesso. A questo quadro già di per se instabile e di difficile gestione si va ad aggiungere anche l’ingresso per la prima volta in Parlamento della nuova formazione xenofoba Alba (parenti lontani dell’Alba dorata greca), che ha ottenuto  il 7%. Il tutto parrebbe così confermare la dichiarazione quasi profetica di Tomas Lebeda, esperto di politica ed elezioni, che alla vigilia dei risultati elettorali ha affermato «Non aspettatevi una stabilita’politica dopo le elezioni», sottolineando poi che l’obiettivo dei socialdemocratici di raggiungere il 30% dei voti non è stato raggiunto e non sarà possibile quindi fare un governo monocolore basato sul solo appoggio dei comunisti in Parlamento.

Nonostante queste difficoltà e i numeri non certamente a favore del governo, i sondaggi più recenti dell’istituto statistico CVVM asseriscono che il 45% dei cechi sia comunque incline a dare fiducia a questo esecutivo di centro sinistra. Il governo di Petr Necas era sostenuto dal 42% della popolazione all’inizio del suo mandato, ma dopo l’inizio degli scandali che travolsero il suo esecutivo questa percentuale cadde al 33% e alla fine al 18%. L’ex primo ministro fu costretto a dimettersi per uno scandalo di corruzione e abuso d’ufficio che, oltre a colpire lui, toccò alcuni dei suoi collaboratori più stretti. Nell’occhio del ciclone la sua collaboratrice più stretta nonché capo di gabinetto Jana Nagyova, accusata di corruzione, abuso di potere e appalti fraudolenti. Circa 400 poliziotti hanno effettuato perquisizioni in uffici, abitazioni private e cassette di sicurezza, requisendo almeno 4 milioni e mezzo di euro e decine di chili d’oro utilizzati per queste compravendite. Uno scandalo mai visto prima d’ora in Repubblica Ceca e che ha portato non solo alle dimissioni di Necas dal governo, ma anche al ritiro di questo dalla presidenza dell’ODS.

Le sfide del nuovo governo però potrebbero oscurare presto i recenti scandali, sul piatto della bilancia infatti vi è il tentativo delle varie anime dell’esecutivo di trovare un punto comune sull’Europa. Il Paese infatti è entrato nell’UE nel 2004 ma non ha adottato l’euro, cosa che vorrebbe introdurre il neopremier. Questa possibilità è invece ritenuta inaccettabile da Babis che ha più volte affermato, sottolineando la sua esperienza nel mondo degli affari internazionali, che «La corona ceca è uno strumento indispensabile per stimolare e difendere la nostra economia. Di euro da noi non se ne parla nemmeno». Sobotka ha però replicato di voler trovare un accordo in merito e stabilire una data, che dovrà poi essere rispettata, per dire addio alla corona e benvenuto all’Euro. Il governatore della Banca centrale di Praga, Miroslav Singer, ha ipotizzato il 2019, ma i cechi hanno più volte ribadito di non voler utilizzare l’euro, soprattutto data la brutta esperienza della vicina Slovacchia che ha adottato la moneta unica cinque anni fa e che ha visto schizzare i prezzi di consumo alle stelle.

Un’altra questione che ha infiammato il dibattito politico poi è stata l’adesione al fiscal compact, il patto di bilancio europeo che impegna tutti i Paesi membri a costituzionalizzare i limiti deficit/PIL al 3 per cento e quelli debito/PIL al 60 per cento. Fino al 24 marzo solo Londra e Praga si erano rifiutate di aderire, in quanto i contrari ritenevano  che aderire al patto di bilancio UE significasse costituzionalizzare l’austerity e impedire al governo di mettere in atto misure adeguate per reagire ai momenti di crisi. Da tale data invece la Repubblica Ceca, non senza difficoltà, ha approvato la adesione del Paese al trattato per il Fiscal Compact della Unione europea inviando la relativa documentazione alla Camera dei deputati per la ratifica parlamentare. Il primo ministro Sobotka ha dichiarato che «con la decisione odierna, che il governo ha preso l’unanimità, il nostro paese torna a pieno titolo nel corso principale della integrazione europea». La speranza ora è che il provvedimento riceva l’appoggio del Parlamento e si possa passare alla discussione dei tanti temi che servono a far ripartire l’economia ceca e dare una direzione precisa ad un governo sin ora in bilico.

 

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