lunedì, Giugno 14

La rabbia ucraina continua field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – In linea d’aria, circa 3 mila km separano le capitali di Ucraina e Kazakistan, ma secondo alcuni analisti, la decisione del Presidente Viktor Yanukovych di non firmare gli Accordi con l’Unione Europea al summit di Vilnius dello scorso novembre, Kiev starebbe per abbracciare lo spazio economico eurasiatico. Yerlan Idrissov, Ministro degli Esteri kazako, durante una visita ufficiale a Kiev ha dichiarato che «l’Unione Doganale sarebbe pronta ad accogliere nuovi membri, rispettando la naturale libertà di associazione anche altrove». Tale posizione si discosta leggermente dalla linea di incompatibilità tra Unione Europea e Unione Doganale, paventata sia dagli occidentali, sia dai russi.

Al contrario, l’idea che l’Ucraina firmi l’entrata nell’Unione Doganale è poco realistica, almeno stanti così le cose. Visti i problemi economici e sociali, esacerbati esponenzialmente negli ultimi mesi, l’entrata sarebbe un favore gratuito alla Russia, che avrebbe accesso a un altro importante mercato sia per le sue esportazioni, sia per le sue industrie. A meno che, non si creda che Mosca possa restituire il favore facilitando la rielezione di Yanukovych alle presidenziali del 2015. Nel suo blog su ‘Forbes, l’analista Mark Adomanis parla proprio di ‘animazione sospesa’ fino a dopo le elezioni del 2015, circa gli sviluppi in termini di riforme economiche e schieramento in ambito internazionale per l’Ucraina. Ma una finestra di un anno e mezzo sembra troppo lunga per fare previsioni realistiche, soprattutto alla luce della rapida evoluzione degli eventi nelle piazze delle più importanti città ucraine.

Domenica scorsa, sulla Piazza dell’Indipendenza (‘Maidan Nezalezhnosti’) si sono ritrovati in 300 mila a protestare contro il Governo di Mykola Azarov e Yanukovych, che ha allontanato Kiev dall’Unione Europea. Ribattezzata ‘EuroMaidan’, la piazza centrale della capitale era stato teatro della Rivoluzione Arancione del 2004. Ma se allora il Governo si assunse le proprie responsabilità e permise la transizione del potere, oggi no, come testimoniano le azioni della Polizia antisommossa contro i manifestanti. All’interno dei manifestanti, insieme ai pacifici cittadini pro-europei e alle delegazioni solidali arrivate da tutta Europa, ci sono frange di ultranazionalisti che più volte hanno rischiato di far degenerare gli scontri. Secondo quanto ci dichiara Eric Pardo Sauvageot, ricercatore dell’Università Complutense di Madrid, “vista la debole coesione dei gruppi in piazza, c’è il rischio di una deriva radicale sotto la spinta del partito nazionalista Svoboda. Questo potrebbe far comodo al governo, che avrebbe una scusa in più per reprimere la protesta“.

Proprio domenica sera, un gruppo di ultranazionalisti ha usato un cavo metallico per abbattere una statua di Lenin nella capitale ucraina. Una volta decapitata e deturpata la statua, sul sottofondo del canto dell’inno ucraino, membri del gruppo Svoboda e altri gruppi di estrema destra hanno gridato alle telecamere che stavano filmando gli eventi «Yanukovych, sei tu il prossimo». Sarebbe la tredicesima statua di Lenin a essere oggetto di vandalismo dal 2009. La lettura generale, che vuole Lenin quale metonimia dell’oppressione moscovita, non regge molto. Abbattere i simboli del passato, testimonia invece la voglia di cancellare e screditare il passato comunista-eurasiatica, esaltando l’identità europea e cristiana.

Il partito Svoboda ha un’ideologia tipica dell’estrema destra europea, ma si trova a dover difendere l’integrazione con l’UE. Nonostante i valori che l’Europa proponga sono distanti dall’agenda politica di Svoboda, «marcare la distanza dall’identità asiatica ed eurasiatica e identificarsi con le nazioni cristiane a occidente è fondamentale» per gli ultranazionalisti, secondo Andreas Umland, , dell’Università Nazionale Kyiv-Mohyla Academy in Ucraina.

La vita dei partiti di opposizione, tuttavia, non è facile. Secondo quanto riportato dal partito Patria, lunedì sera il quartier generale del partito è stato oggetto di un raid dei servizi segreti ucraini. Il blitz delle forze armate, secondo la portavoce di ‘Patria’, era mirato «a portare via tutti i server». Patria è un partito vicino all’ex-Primo Ministro Yuliya Tymoshenko, in carcere per abuso d’ufficio. Tymoshenko è la leader che l’UE avrebbe voluto vedere libera prima di fare concessioni al Paese che l’aveva arrestata.

Intanto, martedì scorso è arrivata a Kiev Catherine Ashton, Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri. Prima di andare a trovare i rappresentanti dell’opposizione, Ashton si era recata da Yanukovych. Una serie fitta di meeting era avvenuta in precedenza, con Yanukovich a colloquio con gli ex-presidenti Leonid Kravchuk, Leonid Kuchma e Viktor Yushchenko. Intanto, l’ex-pugile Vitaly Klitshko, del partito di opposizione UDAR, ha chiesto con forza le dimissioni del Governo di Azarov e del Presidente Yanukovych dalla Piazza Nezalezhnosti, ormai completamente evacuata dalle forze speciali (Berkut) che hanno agito nella notte tra martedì e mercoledì, arrestando molti manifestando e rimuovendo i presidi con forza, ma limitando la violenza. Lo stesso era successo dieci giorni prima, negli stessi luoghi.

Pardo Sauvageot afferma che: “l’Ucraina trarrebbe benefici dall’integrazione con l’Europa, ma i costi della transizione sono troppo alti. Da un lato, la Russia che offrirebbe gas a prezzi inferiori, dall’altro le inaccettabili condizioni di UE e Fondo Monetario Internazionale (quest’ultimo proprio sull’aumento del prezzo del gas per i consumatori). In più, con la crisi, la situazione economica europea non è delle più appetibili. D’altra parte, le negoziazioni con l’UE rimangono un’arma in mano a Kiev per controbilanciare Mosca“. Sul gas, appunto, l’Ucraina continua ad essere un nodo fondamentale nel collegamento tra Russia e consumatori europei, ma la sua importanza rischia di svanire una volta che i progetti di bypass che Mosca spinge da qualche anno (Nord e South Stream) funzioneranno a pieno regime. Un ulteriore problema è rappresentato dal collegamento della moneta ucraina (hryvnia) al dollaro, che potrebbe causare un’eccessiva stabilità in un periodo in cui la politica monetaria potrebbe tornare utile per le soluzioni di breve periodo.

Sembra difficile giustificare il trambusto scatenato dal giornalista de ‘The Economist‘, Ed Lucas, che con un tweet ha indicato la possibilità che Yanukovych abbia firmato un accordo con Vladimir Putin durante il loro incontro a Sochi. Nessuna fonte e nessun documento sono emersi, ma secondo quanto riportato, l’Ucraina riceverebbe gas naturale a prezzo scontato più 5 miliardi di dollari in cambio dell’ingresso nell’Unione Doganale. Se fosse vero, sarebbe una vittoria pirrica per la diplomazia russa, ma anche una dolorosa sconfitta e una scelta irrazionale per l’economia di Mosca. Qualche giorno dopo il leak, infatti, il Ministro russo dell’Economia, Alexei Ulyukayev, ha comunicato che l’ingresso nel breve termine dell’Ucraina nell’Unione Doganale non sarebbe possibile.

Tra le possibile derive nazionaliste, lo sconto sul gas ‘a caro prezzo’ dalla Russia, le richieste tipiche da ‘austerity’ del FMI e l’inopportuna resistenza politica del Presidente Yanukovych di fronte alle proteste, l’Ucraina si trova in una posizione di stallo. Ma il freddo di Kiev, da qualche giorno sotto zero, e le azioni decise della Polizia speciale non spaventano i manifestanti. Per la leadership ucraina, il ‘problema della popolazione rimarrà visibile e rumoroso.

 

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