giovedì, Maggio 13

La questione del Kashmir

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Tuttavia, nel caso della partizione dell’India, non è mai avvenuto uno scambio sistematico di persone. Infatti, ogni indiano liberale, laico e democratico dovrebbe essere orgoglioso del fatto che l’India dopo la partizione continua ad avere più musulmani del Pakistan e del Bangladesh. Stando così le cose, nel 1947, l’India ha dovuto sistemare l’85% della popolazione nel 75% della superficie del subcontinente. Così, l’allora Pakistan ha goduto di una suddivisione del terreno decisamente migliore ma estremamente iniqua rispetto all’India.

Si può ribattere a tal proposito che il padre del Pakistan, Mohammad Ali Jinah, parlava di un Pakistan in cui tutte le comunità religiose potevano convivere. Non ha insistito affinché gli induisti e i sikh fuggissero dal Pakistan nonostante le tremende pulizie etniche condotte in alcuni stati confinanti con l’India e il Pakistan all’epoca. Ma la situazione odierna è molto diversa. Nel 1947, gli induisti rappresentavano oltre il 20% nel Pakistan occidentale e il 36% nel Pakistan orientale (Bangladesh). Ora sono meno dell’1% in Pakistan e circa il 7% in Bangladesh, mentre in India la popolazione musulmana è aumentata dal 10% circa nel 1947 a circa il 15% oggi. In altre parole, Pakistan e Bangladesh hanno molte meno ragioni per spiegare il perché dovrebbero avere una superficie sproporzionata rispetto all’India.

Ovviamente in tale contesto l’India è la parte lesa. Quando, dunque, si parla di “azadi” per il Kashmir, si sta chiaramente riaprendo la questione della partizione. Infatti, consentire la secessione del Kashmir solo perché i musulmani non possono restare in un’India a maggioranza induista significa che il processo di partizione dell’India resta ancora incompleto. E in tal caso, l’India ha tutti i diritti di chiedere la risistemazione dei suoi territori coinvolgendo sia l’India che il Bangladesh. I separatisti kashmiriani e i loro sostenitori liberali sono pronti a una tale eventualità? Consentire la secessione del Kashmir ma al tempo stesso chiedere sia al Pakistan che al Bangladesh di restituire l’eccesso di terra di cui dispongono. Alcuni liberali controbatterebbero che il caso del Kashmir è diverso per via della sua etnicità che è diversa dalla religione. Ma allora se l’etnicità può costituire il fondamento per dividere e unire nazioni, il Pakistan e il Bangladesh non hanno il diritto di esistere come Paesi sovrani in quanto indiani, pakistani e bengalesi sono etnicamente identici e geograficamente appartengono alla stessa massa continentale, con flora e fauna comuni. Se geografia ed etnicità vanno interpretate negativamente, allora anche la legittimità del Pakistan è messa in discussione, visti i continui scontri tra sciiti e sunniti, per non parlare dei beluci e i sempre disillusi muhajir, i cui leader hanno dichiarato che la partizione dell’India è “un abbaglio storico”.

Se i separatisti kashmiriani e i loro sostenitori liberali sostengono che induisti, buddisti e musulmani non possono coesistere a Jammu e Kashmir e, pertanto, i musulmani devono unirsi al Pakistan o formare un Paese indipendente, essi devono allora convincere i loro fratelli musulmani nel resto dell’India che hanno sbagliato a rimanere in India e che devono tutti emigrare o in Pakistan o in Bangladesh, altrimenti questi due Paesi dovrebbero restituire i propri territori in eccesso all’India.

Con questo non si vuole suggerire l’annullamento della partizione, ma solo sottolineare come i “liberali” stiano aggravando la crisi non solo in Kashmir ma anche nel resto del subcontinente.

Traduzione di Maria Ester D’Angelo Rastelli

 

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